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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Lohengrin

Nuovo allestimento, ovviamente. Pensavo di non commentarlo, ma credo che per una volta ancora si possa – o si debba – farlo. Chi non ha voglia di leggere può tranquillamente saltare al paragrafo finale, dove parlerò dell’aspetto musicale, che comunque – e sempre considerando i livelli odierni – è stato la cosa migliore.

Questa nuova produzione del Lohengrin di Richard Wagner avrebbe dovuto debuttare al Liceu nel 2020, ma la pandemia ha imposto la chiusura dei teatri mentre erano in corso le prove. La compagnia era in parte diversa, ma la messinscena sempre firmata dall’attuale direttrice di Bayreuth, Katharina Wagner, pronipote del compositore. La signora Wagner ha reso Bayreuth più accessibile: prima si dovevano attendere anni per ottenere un posto, oggi se ne trovano facilmente, e la causa va cercata nel calo di qualità di regie e interpretazioni musicali. Non ricordo se prima dell’incarico avesse già curato delle regie operistiche, ma so che dopo ha realizzato un Lohengrin “politico” che non ha raccolto unanimità di consensi critici, né ottenuto un grande successo di pubblico. Nei cinque anni intercorsi dalle prove barcellonesi, Wagner avrà avuto modo di riflettere, e ora propone una nuova visione che purtroppo contrasta con il libretto, la musica e – credo – le opinioni del grande bisnonno, per quanto sempre discutibili.

In sostanza, e in ossequio a un certo femminismo radicale, i buoni diventano cattivi o stupidi, mentre i cattivi si rivelano i veri buoni e capaci (anche se confusi e perennemente in atteggiamenti minacciosi). Il preludio accompagna visivamente una scena in cui Elsa e il fratello Gottfried giocano nel bosco, finché non sopraggiunge un giovanotto perfido che, mentre la sorella dorme, si avvicina al bambino e lo annega in una pozzanghera. Quel giovane è il cavaliere del Sacro Graal, e già questo stride con il racconto finale dell’opera. Un solo testimone assiste al fattaccio: il cigno, che qui è nero anziché bianco, una creatura che suscita stupore nella coppia Ortrud/Telramund ma, soprattutto, infastidisce profondamente Lohengrin, al punto che questi lo uccide nel racconto finale – peccato non lo abbia fatto prima, perché la sua presenza risulta insopportabile. Già all’ingresso in scena, Lohengrin scaccia il cigno in malo modo, ma l’animale ritorna continuamente, quasi con intenzioni perfide.
Il coro è disposto in modo tradizionale, tranne quando viene allontanato nelle quinte (senza una chiara ragione, e dovendo comunque cantare). Non è chiaro nemmeno perché soldati e cittadini siano esclusivamente uomini, con le coriste travestite, e perfino i paggi del corteo nuziale siano piccoli soldati. L’Araldo ha un atteggiamento più regale del Re, che appare invece un simpaticone, salvo quando strattona Elsa perché smetta di dubitare e segua il rito. Elsa è una figura fragile, perennemente in preda a dubbi e angosce, forzata da tutti – Lohengrin in primis – ad assecondare il cavaliere ignoto. Ortrud e Telramund, ormai diventati i “buoni”, cercano di avvertirla di non fidarsi di uno che si rifiuta di rivelare la propria identità, ma la loro strategia è inefficace. Forse sarebbe stato necessario modificare il libretto – cosa che peraltro accade sempre più spesso – perché discutere con la futura regina per una questione di precedenza nel corteo o invocare vendetta agli “dèi falsi e bugiardi” finisce per risultare poco coerente.
La scena è unica: un bel bosco medievale con una pozzanghera centrale, dove tutti cercano e finalmente trovano brandelli del vestito del bambino scomparso. Su questo sfondo salgono e scendono tre camere moderne, di un bianco accecante: una ospita l’incontro tra Elsa e Ortrud, un’altra il duetto nuziale (con gli sposi separati: lui impegnato a eliminare il cigno, lei tormentata dai dubbi, mentre Telramund cerca di farle capire la verità con gesti e Ortrud ascolta dalla terza stanza). Alla fine, Ortrud costringe Lohengrin, con un coltello, a rivelare la propria identità davanti a tutti. Il cavaliere obbedisce e, non pago di aver ucciso il cigno, si svena, anche se sopravvive abbastanza a lungo da indicare Gottfried – riportato in scena da Ortrud in condizioni piuttosto precarie – come il vero re del Brabante. Il sipario cala lentamente mentre Ortrud sfida il Re – che riconosce tutti, anche se sembra uno stolto – ed Elsa rimane smarrita.
Alla prima, il coro di fischi è stato monumentale, ma Wagner è uscita contenta dichiarando di sentirsi “come a Bayreuth”. Alla recita che descrivo, la troupe registica non era più presente, quindi niente fischi, ma applausi solo cortesi tra un atto e l’altro. La sala era quasi piena.

C’era però un altro problema. Evelyn Herlitzius ha lasciato il ruolo di Ortrud, e il teatro ha ingaggiato Iréne Theorin, molto amata al Liceu. Sapevo già che tra Theorin e Wagner i rapporti erano tesi dai tempi di un Crepuscolo a Bayreuth, e infatti non volevano lavorare insieme. Il teatro ha annunciato che Theorin non avrebbe cantato alla prima per disaccordi con la regia, mentre Wagner chiedeva di rimuoverla. Alla fine, è stata sostituita da Miina-Liisa Värelä, già apprezzata come Ariadne in Strauss. Theorin si è dichiarata malata ma non ha rinunciato ufficialmente, quindi il suo ritorno rimane incerto. Per due recite è stata sostituita da Okka von der Damerau; in questa di cui riferisco, è tornata Värelä, con acuti splendidi, un buon centro e gravi interessanti ma poco rotondi. La sua interpretazione, tuttavia, non ha convinto. Klaus Florian Vogt, Lohengrin già tredici anni fa, resta un cantante musicale, intelligente, tecnicamente solido e con un timbro particolarissimo, che qui può funzionare; qualche crepa nel registro grave è fisiologica e può persino caratterizzare meglio il personaggio. Elisabeth Teige, al debutto come Elsa, ha una voce importante ma anonima nel timbro, poche mezzevoci, acuti non sempre timbrati e piuttosto metallici. Günther Groissböck era il Re: acuti fissi, grave buono solo alla fine del secondo atto. L’Araldo di Roman Trekel mostrava il passare del tempo, mentre Ólafur Sigurdarson, pur valido come Alberich, non aveva il peso vocale e scenico richiesto per Telramund.
Il coro ha offerto una prova rilevante, segno della qualità del lavoro di Pablo Assante.

Josep Pons, direttore musicale fino al prossimo anno, si conferma affine al repertorio tedesco tra Ottocento e Novecento. Con un’orchestra in buona forma – al netto di qualche piccola incertezza nei fiati – ha offerto un’ottima lettura della partitura, più incisiva nei momenti drammatici che in quelli lirici. Il preludio del primo atto è risultato valido, seppure fatto a pezzi dalla regia; quello del terzo, senza interferenze teatrali, è stato il momento più alto.

Barcellona, 24 marzo 2025

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