Opera pasticcio deliziosa, e per di più inedita ai palcoscenici degli ultimi tre secoli, giocata già nelle fonti dell’epoca (libretto creato ad hoc nel 1776 intorno all’innesto di arie o duetti preesistenti da due diverse opere dello stesso autore) in bel salto d’equilibrio fra il comico, il sentimentale patetico e il serio in parodia. Con tanto di citazione dall’Orfeo gluckiano e della sua più celebre aria-rondò, in salsa demitizzata a dovere, per un ricco vedovo dall’inconsolabile rimpianto che più finto non si può. E da lì, a rimbalzo entro una dimensione minimal ma multi-versale più vicina ai nostri giorni, l’impresa fa sia scenicamente che musicalmente centro restituendo oltre alla trama impasticciata, tutta la fantasia vivace, smaliziata e divertente che l’aggiornato librettista Mattia Verazi “segretario intimo e poeta aulico” della Corte Elettorale Palatina di Mannheim riversò nella serrata drammaturgia di nuove situazioni (riscrivendo i recitativi e lo stesso linguaggio “che s’accosta a quel de’ romanzi”) e nei cliché di altri personaggi le intonazioni già note tratte da due lavori comici (La Frascatana del 1774 e Le due contesse dello stesso 1776) dell’operista Paisiello al servizio nel frattempo in Russia, presso la corte dell’Imperatrice Caterina II.
È quanto emerso con riuscito e meritato successo portando in scena in prima assoluta in tempi moderni (il lavoro fu tenuto a battesimo il 26 novembre 1776 alla corte di Carl Theodor), per due sere al Teatro Fusco di Taranto, il pasticcio Lo spettro errante, azione comica per musica in due atti (sul libretto il titolo è Il finto spettro) a sigillo dell’edizione di quest’anno del Giovanni Paisiello Festival organizzato dall’Associazione Amici della Musica “Arcangelo Speranza” con la presidenza di Paolo Ruta e la direzione artistica di Lorenzo Mattei. In campo, l’Orchestra del Conservatorio “Giovanni Paisiello” della città pugliese diretta dal docente Domenico Virgili con Fabio Anti al cembalo e un cast di giovani voci italiane, tutte interessantissime per tecnica, colore e non comune prestanza attoriale.
Al centro, una vicenda non troppo lontana dalle tante azioni del secondo Settecento napoletano firmate da Lorenzi o da Giuseppe Palomba per Paisiello e per l’allievo Silvestro Palma: infatuazioni corrisposte o mal indirizzate, raggiri e travestimenti, visioni di finti spettri, risoluzione e trionfo dell’amore secondo il giusto assortimento delle coppie. Il tutto, con non pochi spunti del di poco precedente Socrate immaginario e di quel che sarà il Barbiere di Siviglia del compositore tarantino prima e del Rossini comico poi, fra l’attempato tutore ridicolmente invaghito della sua giovane pupilla, amoroso di grazia e un factotum utile al lieto finale.
Qui siamo in casa del ricco commendatore di Santiago Don Alonso di Miranda che, fresco vedovo, finge inconsolabile dolore per la perdita della defunta consorte Matilde sia per togliersi di torno la sedotta e abbandonata Donna Leonora di Velasco, già dama di compagnia cara alla moglie e sua fiamma passeggera non dissimile da quella che sarà la mozartiana Donna Elvira, sia per corteggiare al contempo Donna Costanza della Vega, marchesa di Guevara e pupilla a lui affidata. Costanza è invece innamorata del capitano Don Gonzalo che insieme a Diego, il fattore di Don Alonso ben consapevole della superstizione e della paura per gli spiriti del proprio padrone, pianifica di far fallire i piani del commendatore. Leonora, per aiutare se stessa e Gonzalo, organizza un piano per spaventare Alonso, fingendo apparizioni del fantasma irritato della defunta Matilde. Triplici le nozze al termine.
Tanto insomma, fra testo e numeri musicali, il materiale sul fuoco che, gestito e restituito nella lodevole occasione di riscoperta con tecnica teatrale sapiente e con sensibilità di affetti dall’autore di scene e costumi Piero Mastronardi, ha preso forma e suono con gran cura dei dettagli entro un mai scontato ventaglio di invenzioni.
Quanto al contenitore scenico, l’impianto risulta essenziale e moderno ma fitto di richiami e vezzi d’epoca, minuzioso nel dettaglio gestuale e molto attento alla mimica facciale per un esatto scontorno non soltanto di ciascun tipo-personaggio, quanto di sensi e sentimenti palesi e impliciti, ottimamente cavalcando le trovate buffe e facendo assai bene il paio con i fantasiosi costumi trasversali di Flavia Tomassi accanto ai fondamentali effetti di luce curati dal light designer Lucio Stramaglia. Giusto delle linee al led per porte, finestre e perimetro della casa di campagna di Don Alonso, un sofà e una poltrona di stile rococò, una lampada, un appendiabiti, un tavolino con su una foto-ritratto con lumino per la defunta moglie. Mentre per le apparizioni all’atto II, si riciclano i pannelli in plexiglass anticovid. In più, tanto fumo a effetto-spettro. Gesti e costumi, poi, fanno a meraviglia il resto: Don Alonso è conciato a metà fra un Uberto pergolesiano (in pigiama di raso con pantofoline dorate al piede) e un Don Bartolo dalla parrucca riccia con lunghe trecce; le tre donne sfoggiano abiti estrosi assai da fata-strega 2.0, con stivaletti in stile vittoriano e acconciature futuriste (veramente magnifiche per colore e forma); Don Gonzalo, da buon capitano, ha un cappello da nostromo, ma in versione dark molto alla Lillo (giubbotto in pelle nera con la ridicola scritta sul dorso “Le punk c’est chic”, un merletto alla spagnola appuntato su una spalla, anfibi con alta suola ai piedi) mentre Diego, conciato all’antica, in parte ricorda il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, in parte un personaggio da commedia scarpettiana che, nelle movenze, arriva fino a strizzare l’occhio a Renato Zero.
Ed è così che l’azione parte a musica ferma, quando dal fondo della sala arriva la serva (e poi spettro) Noemi Schiavone con il suo abito di tulle spettinato, piumino in mano, stivaletto vezzoso e una chewing-gum masticata a grande apertura di mascelle che, al giungere sotto al proscenio, esplode con irriverenza in una rumorosa bolla. Salita in palcoscenico, la servetta salta in braccio all’amato Diego e da lì prende il via, in una girandola di stili, peripezie e trovate, l’intera storia.
Premesso il non banale cimento sia tecnico che espressivo dei vari numeri estrapolati dalle due opere comiche di Paisiello, si apprezzano in particolare le arie di stile mozartiano affidate al talento notevole del soprano Martina Tragni, pronta a dar voce e forma esatte a una Donna Costanza (parte che fu della celebre Franziska Danzi Lebrun) luminosa, scaltra e vezzosa, dolcemente amorosa, spigliata. E ben virtuosa nel dire in pentagramma come nel fare in palcoscenico, sia nelle arie (delicata e adamantina nelle agilità all’acuto in “Nel parti m’accordi almeno”, salda fra picchettati, salti e trilli in “T’intendo sì cor mio” o ben vibrata nell’aria d’ombra di sapore pergolesiano “Giusto ciel che annunzio è questo!”) che nei momenti d’assieme. Di stampo serio è invece la Donna Leonora di Sara Intagliata, parimenti solida per intonazione e asperità canore (brava nel dar forma alle smanie dell’aria “Ah, lo so ben io per prova” tratta dalle Due contesse, o alla tesa cantabilità del rondò “A dar pace alle tue pene”) condite, qua e là, da fermezza di carattere nella macchinazione e da buon cuore (alla fine è romanticamente pur disposta a rinunciare a Don Alonso per renderlo felice ma lui, solo in quel momento, ne apprezza il nobile sentire decidendo di sceglierla per moglie). E anche in lei non mancano guizzi di comicità sottile come nella scena irresistibile in cui, nel cercare le banconote nascoste nella scollatura, tira dall’abito fuori un po’ di tutto, compreso un biscotto che inizia a sbocconcellare riprendendo poi a cantare con la voce un po’ impastata ma come se niente fosse.
Parimenti lodevoli quindi, ciascuno con le rispettive specificità di ruolo, i tre interpreti maschili: il Don Alonso del baritono Giampiero Delle Grazie conquista sia per la dizione puntuale e l’affabile sostanza comica che per un volume di voce importante duttilmente lavorato sul testo. Il Diego del baritono Marco Saccardin, giunto nella produzione a poche settimane dalla prima per sostituire Andrea Vincenzo Bonsignore, sfodera un’emissione ampia e di bel timbro pieno, omogeneo quanto governato ad arte in ogni range della sua estensione. Assai pregnante nella sua aria di paragone “Come volano i moschini” e nell’aria “Io la servo come vuole”, arriva ad accompagnare in scena anche una serenata all’arciliuto, da buon continuista e liutista qual è. Il Don Gonzalo di Manuel Caputo vanta invece un bel colore di grazia agilmente gestito nelle sfumature di suono, nel legato nobile, nelle note in zona acuta come nel rondò al n. 7 (Un’amante abbandonata) in realtà, come intuibile dall’incipit, nata nella fonte della Frascatana per una donna (Violante).
A garantire tempra serrata, sobrietà di stile e rilievo ritmico all’azione dal podio di un giovanissimo organico (affiancato da alcuni docenti) strumentale preciso e sollecito, è stato infine il maestro Domenico Virgili, docente di Esercitazioni orchestrali presso il Conservatorio di Taranto, accanto al non meno fondamentale e ben articolato contribuito nei recitativi semplici del maestro al cembalo Fabio Anti. Al direttore Virgili va anche ricondotta la stesura di una complessa fuga a tre parti inedita composta legando, a specchio dello spettacolo in scena, il Settecento napoletano, il contrappunto mozartiano e uno sguardo sulla musica storica della modernità.
In apertura di serata si è tenuta inoltre la consegna del Premio Giovanni Paisiello Festival, riconoscimento destinato a istituzioni o a studiosi eminenti distintisi nella valorizzazione della figura e dell’opera del massimo compositore tarantino. A ricevere l’edizione 2024 del prestigioso Premio, consegnato dall’assessore alla cultura Angelica Lussoso, è stato Paologiovanni Maione professore associato presso l’Università Vanvitelli di Napoli, “musicologo che con le sue numerosissime pubblicazioni scientifiche – questa la motivazione letta in sala da Lorenzo Mattei – ha contribuito a cambiare i paradigmi storiografici dell’operismo partenopeo, valorizzando fra le altre anche la figura di Paisiello di cui ha affrontato in dettaglio la Didone abbandonata, le Cantate a San Gennaro, il Pulcinella vendicato, la Nina pazza per amore e la tradizione delle opere parlate e cantate. Assiduo frequentatore delle sale teatrali, ha unito alla costante ricerca di nuove fonti d’archivio, una dimestichezza con il mondo dei cantanti che lo ha portato a realizzare varie operazioni di musicologia applicata in collaborazione con il Centro Studi Pietà de’ Turchini di Napoli. I suoi preziosi contributi allo studio della commedeja pe mmuseca del primo Settecento hanno poi lumeggiato quelle dinamiche drammaturgiche del dramma giocoso che nella seconda metà del secolo si ritroveranno nell’arte di Paisiello, punto più alto e radiosa summa del melodramma napoletano nell’Europa dei Lumi”. 




Giovanni Paisiello Festival 2024
LO SPETTRO ERRANTE
Azione comica per musica in due atti
Libretto (Il finto spettro) di Mattia Verazi
Musica di Giovanni Paisiello
Prima rappresentazione assoluta in tempi moderni
Donna Costanza Martina Tragni
Don Gonzalo Manuel Caputo
Donna Leonora Sara Intagliata
Diego Marco Saccardin
Don Alonso Giampiero Delle Grazie
Spettro Noemi Schiavone
Orchestra del Conservatorio “Giovanni Paisiello”
Direttore Domenico Virgili
Maestri collaboratori al cembalo Fabio Anti, Pina Giannascoli
Regia e scene Piero Mastronardi
Costumi Flavia Tomassi
Light designer Lucia Stramaglia
Assistente alla regia Noemi Schiavone
Direttore di palcoscenico Stefania Paparella
Maestro collaboratore alle luci Valeria Zaurino
Make-up artis CEAS Academy
Hair stylist per Les-Amis Mimmo Durante
Allestimento scenico Marco Di Turo, Gianni di Roma,
Francesco Carone, Fabio di Roma
Aiuto costumista Francesca Marseglia
Nuova produzione del Giovanni Paisiello Festival
Taranto, Teatro Fusco, 17 ottobre 2024

