Il Grand Thêatre de Genève sceglie Fedora di Umberto Giordano, complice il primo atto ambientato pochi giorni dopo Natale, come produzione di fine anno, per un titolo che mancava da cent’anni sulle rive del Lemano (nonostante la città svizzera sia citata nel libretto!), puntando in particolar modo sul cast in cui spicca la coppia formata da Roberto Alagna e Aleksandra Kurzak nei due ruoli principali.
La regia è affidata a Arnaud Bernard, e del suo spettacolo si apprezzano anzitutto le scene dettagliate ed eleganti (a cura di Johannes Leiacker), i toni caldi delle luci firmate Fabrice Kebour, e in generale la gestione dei movimenti dei protagonisti e delle masse. Una prospettiva cinematografica, più che teatrale, in cui è evidente la cura per la fotografia, per l’immagine della scena nella visuale proposta al pubblico. La messinscena gioca a formare tableaux vivants per i quali usare tutto lo spazio del palcoscenico; le scene sono spesso popolate da figuranti impegnati in controscene in modo da non concentrare quasi mai l’azione semplicemente su chi è impegnato a cantare. Il taglio “da film”, inoltre, fa sì che la musica di Giordano, e in particolare le parentesi sinfoniche che inframezzano le linee di canto, siano usate come una colonna sonora, con i movimenti scenici che vi si sincronizzano rispondendo a una sorta di commento musicale.
La vicenda viene traslata dal regista dal tardo Ottocento degli attentati nichilisti alla contemporaneità, con i temibili nichilisti trasformati in oppositori di un regime russo, per quanto non si avverta nell’ambientazione una gran diversità nel milieu dei ricchi oligarchi spostando la vicenda di un secolo. Allora, il conte Vladimir Jariskin avrà, per servitori, degli sgherri punk che sembrano usciti da Limonov di Carrère (ma Gretch è un ispettore di polizia vecchio stampo, con cappotto e cappellone); il secondo atto, più convenzionale, si svolge nel foyer dell’Opéra-Garnier mentre il locus amoenus dell’Oberland bernese del terzo atto non è che la hall di un lussuoso albergo di Gstaad tra concierge in livrea e un’aria da Grand Budapest Hotel. L’aggiunta originale, nel concetto della messinscena, è l’invenzione che tutta la vicenda, dall’assassinio di Vladimiro all’individuazione di Ipanoff come colpevole, sia un complotto ordito dai servizi segreti per ottenere dossier compromettenti su personaggi del regime. Il problema è che, malgrado per tutta la durata dell’opera uomini dalle grigie uniformi osservino telecamere sul lato della scena (con gli apparecchi d’ascolto evidentemente riciclati dall’Inquisizione-STASI del Don Carlos di un anno fa) non si capisce veramente contro chi il complotto sia stato ordito, né quale sia l’implicazione di Olga e De Siriex nella vicenda.
Per mostrare tutto ciò, lo spettacolo indugia forse troppo a lungo in un prologo recitato, in cui, prima dell’inizio dell’opera, vediamo in un video aprirsi una pagina di ricerca sul web in cui si ritrovano informazioni su Fedora Romazoff e Loris Ipanoff, finché l’utente clicca su un immagine che, ingrandendosi, rivela la scena in cui possiamo assistere all’omicidio di Vladimir, il cui incontro con Wanda è in realtà parte di un disegno volto a incastrare il conte in atteggiamenti imbarazzanti. Un espediente da Tenente Colombo, certo, ma questa rappresentazione così didascalica di quanto avviene fuori scena toglie il gusto dell’inizio in medias res dell’opera e del disvelamento della verità da parte di Loris nel corso del secondo atto. Per il resto, la vicenda segue quasi perfettamente il libretto (ma scopriremo che Vladimir è stato solo ferito da Ipanoff: sarà il dottore, evidentemente implicato nel complotto, a causarne la dipartita) e ne mantiene le tinte forti e i caratteri da thriller. Ci si potrà lamentare della mancanza di una riflessione più profonda, della ricerca di un significato e di una lettura critica del libretto: ma è questo che serve per Fedora? L’idea di Bernard, e condivisa, come vedremo, dalla componente musicale dello spettacolo è quella che, tutto sommato, Fedora può convincere il pubblico nella forma non disonorevole di polpettone d’appendice. La sorpresa è che funziona.
Ma veniamo al versante musicale: nel ruolo del titolo, Aleksandra Kurzak convince soprattutto nel registro grave, in cui risiede principalmente la tessitura di Fedora, con suoni sicuri e ben proiettati (e mai intubati). Se gli acuti risentono invece di una minore ampiezza, il soprano polacco è abile a sfruttare la dinamica per caratterizzarli in maniera più delicata, con i piani che sono sempre ben riusciti. Ma soprattutto, Kurzak interpreta fedelmente e credibilmente gli estremi drammatici di un personaggio capace di passare in pochi istanti dall’odio all’amore, dalla gioia alla disperazione. Negli squarci più lirici, invece, laddove la partitura di Giordano si apre verso qualcosa che assomiglia a un’aria, le linee restano sempre quelle del canto di conversazione, e si sente la mancanza di un respiro, un’intenzione che vada al di là del singolo verso, per esempio, in «O grandi occhi».
A due anni di distanza dal Loris della Scala, Roberto Alagna conserva gli stessi pregi e gli stessi difetti. C’è, ovviamente, il suo canto aperto, solare, generoso; l’impeto e lo slancio di Ipanoff evidenziati da un fraseggio spontaneo. Gli acuti nella (difficile) sortita di «Amor ti vieta» risultano assai ruvidi e non sempre intonati. Va molto meglio nei passaggi più dialogici, dove il tenore sa far tesoro dei suoi gravi pieni e molto più precisi, o nei colori di «Mia madre, la mia vecchia madre»; ma quando i toni del dramma si alzano resta ancora forte la tendenza a sovrastare l’orchestra forzando: è il Verismo, certo, ma che va spesso a scapito di un belcanto a cui Alagna, si capisce, vorrebbe tendere, ma che lo strumento non gli permette di raggiungere.
Simone Del Savio è un De Siriex dalle tinte scure, di cui si apprezzano più i passaggi delicati e i piani nel terzo atto (anche se si avverte qualche difficoltà in acuto, come all’inizio de «Il vecchio tigre») che in un «La donna russa» non troppo coinvolgente. Accanto a lui, Yuliia Zasimova è un’Olga agile e brillante che riluce nell’aria «Il parigino è come il vino» ma non sembra troppo andare oltre un ruolo comico, quasi da operetta, e risulta più in ombra nelle brevi frasi all’inizio del secondo atto. Nel terzo atto il suo ruolo viene invece ridotto ai minimi termini con l’usuale omisione di «Se amor ti allena» e del dialogo appena precedente. Tra la folta schiera di comprimari, si distinguono Mark Kurmanbayev, le cui sonorità profonde disegnano un temibile poliziotto e Vladimir Kazakov, Cirillo dalla voce ben squillante.
La direzione di Antonino Fogliani, alla testa della sempre impeccabile Orchestre de la Suisse Romande dal suono avvolgente, più che focalizzarsi su una ricerca analitica di dettagli strumentali prova a dare un respiro globale alle pagine di Giordano, aderendo ai toni da feuilleton dell’opera e intensificandone l’azione drammatica spingendo ora sui forti (talvolta mettendo alla prova i cantanti), ora sui piani, rispettando i concitati nelle scene da thriller, il lirismo di quelle amorose, o ancora interpretando il valzer del secondo atto come fosse musica di scena della festa. Si tratta insomma della risposta musicale alla visione cinematografica del regista: un approccio appunto da colonna sonora, con l’orchestra che fornisce lungo tutto lo spettacolo, prima che l’accompagnamento alle linee canore, il commento strumentale alla vicenda.
In questo si misura, in fondo, la coerenza tra la parte visiva e quella musicale dell’opera: e malgrado la costruzione di un complotto e di una spy-story un po’ inutili sopra la trama originale, lo spettacolo mostra di credere nel libretto di Colautti. Si rinnova così quel miracolo per cui un testo (e secondo alcuni, anche una musica) piuttosto kitsch trovano invece il loro senso quando eseguiti sul palco di fronte al pubblico: a patto che il regista, l’orchestra e i cantanti aderiscano pienamente alla vicenda, alle sue emozioni, e anche alle sue assurdità. «Potenza della lirica / dove ogni dramma è un falso» (Caruso, d’altronde, fu il primo Loris Ipanoff): ce l’hanno ricordato, ancora una volta, Kurzak, Alagna, Fogliani e Bernard, per uno spettacolo che, con i suoi limiti, non sarà la Fedora di riferimento, ma che ha saputo in ogni caso rendere onore a questo titolo. Il pubblico ginevrino, alla prima, ne è stato assai entusiasta. 




Grand Théâtre de Genève
FEDORA
Opera in tre atti
Libretto di Arturo Colautti
dal dramma di Victorien Sardou
Musica di Umberto Giordano
Fedora Romazoff Aleksandra Kurzak
Loris Ipanoff Roberto Alagna
De Siriex Simone Del Savio
Grech Mark Kurmanbayev
Olga Sukarev Yuliia Zasimova
Lazinsky David Greilsammer
Lorek Sebastiá Peris
Cirillo cocher Vladimir Kazakov
Rouvel Louis Zaitoun
Boroff Igor Gnidii
Sergio Georgi Sredkov
Nicola Rodrigo Garcia
Dimitri Céline Kot
Désiré David Webb
Un piccolo savoiardo Anna Manzoni
Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Antonino Fogliani
Coro del Grand Théâtre de Genève
Maestro del coro Mark Biggins
Regia Arnaud Bernard
Scene e costumi Johannes Leiacker
Luci Fabrice Kebour
Video Paul-Henry Rouget de Conigliano
Ginevra, 12 dicembre 2024

