Chiudi

Magnetismo teatrale e belcanto – Intervista a Lidia Fridman

Non ancora trentenne, il soprano russo Lidia Fridman si è in pochi anni guadagnata un posto di primaria importanza in un repertorio che l’ha vista imporsi per il fascino della figura longilinea, il temperamento e il magnetismo drammatico di interpretazioni che hanno lasciato il segno per le sonorità scure e ombrose del suo canto, per l’accento e la declamazione scultorea. Voce di singolare incisività, messa al servizio di una consapevolezza artistica di rara efficacia scenica e di forte impatto emotivo, può considerarsi fra le più interessanti cantanti-attrici del panorama internazionale. Il suo repertorio spazia dall’opera barocca al Novecento, quest’ultimo avvicinato con Salome di Richard Strauss e con interessanti incursioni nell’opera contemporanea, fra cui alcune prime assolute, come l’opera Cassandra, in te dormiva un sogno di Marco Podda, al Teatro Coccia di Novara.
L’abbiamo incontrata in vista degli importanti appuntamenti che la vedranno presto impegnata in Donizetti, prima a Roma, per Lucrezia Borgia, poi a Venezia, per Anna Bolena, ma anche come Marie nella versione ritmica in italiano di un grande titolo del Novecento storico: Wozzeck di Berg, sempre al Teatro alla Fenice di Venezia.

Signora Fridman, ci racconti come è approdata in Italia dalla Russia e come sono avvenute le tappe della sua formazione a Venezia e gli studi alla Accademia di Belcanto Rodolfo Celletti di Martina Franca che l’hanno poi portata, dopo il debutto avvenuto in ambito barocco nella Statira di Albinoni a Venezia, alla prima importante affermazione italiana come protagonista di Ecuba di Manfroce al Festival della Valle d’Itria.
La decisione di venire in Italia è nata dal desiderio di approfondire l’opera nel suo contesto più autentico, vivendo la lingua e la tradizione dall’interno. Venezia è stata una tappa importante, e La Statira di Albinoni il mio primo banco di prova. Il repertorio barocco, con la sua scrittura raffinata ed esigente, è stato una palestra tecnica straordinaria, che mi ha dato basi solide per affrontare in seguito repertori più ampi. L’Accademia Rodolfo Celletti è stata un’esperienza preziosa, che mi ha permesso di affinare il fraseggio e la consapevolezza stilistica grazie a insegnamenti di altissimo livello. Il debutto in Ecuba di Manfroce al Festival della Valle d’Itria è stato un momento speciale: un ruolo complesso e drammatico, per il quale sentivo di essermi preparata a ogni passo del mio percorso. Credo che proprio lì abbia iniziato a delinearsi con più chiarezza la mia identità artistica.

Da subito, per il temperamento e la forza drammatica delle sue interpretazioni, oltre che per alcune caratteristiche timbriche, si è avvicinata la sua voce e l’indole tragica che essa trasmette a quella di Maria Callas. Che importanza ha avuto questo importante modello su di lei e sulle eventuali scelte di repertorio fino a oggi operate?
Maria Callas è un riferimento imprescindibile per tanti soprani, non solo per il suo talento vocale, ma per la sua capacità di trasformare ogni ruolo in un’esperienza teatrale e umana unica. Amo la Callas per la sua personalità inconfondibile e per la cura con cui viveva ogni personaggio, ma non la imito: credo fermamente che ogni artista debba trovare e valorizzare la propria identità. Il suo approccio intenso e la dedizione assoluta alla musica sono un esempio di cosa significhi essere un’interprete completa.

Vuole descrivere quali sono la caratteristiche della sua voce e tracciare gli orizzonti di repertorio che meglio, a oggi, la possono secondo lei valorizzare?
La mia voce ha un colore molto scuro e personale, con una grande estensione e agilità che mi permettono di esplorare diversi repertori. Credo che trovi la sua massima espressione nei ruoli del belcanto drammatico, che mi permettono di unire forza e finezza interpretativa. Mi affascinano anche alcuni ruoli del barocco, che richiedono una vocalità incisiva e precisa, e il Mozart serio; entrambi repertori che voglio approfondire maggiormente. E, naturalmente, il mio amato Verdi.

Dopo Martina Franca, c’è stato il suo felice approccio alla parte della Lady nel Macbeth, con la regia di Pier Luigi Pizzi e poi diverse produzioni di Norma. Come è riuscita a far conciliare due parti così diverse dal punto di vista vocale e ha incontrato difficoltà nel farlo?
Conciliare questi due ruoli ha richiesto un grande lavoro sulla duttilità della mia voce. Per Lady Macbeth, ho esplorato una vocalità più scura e incisiva, con accenti drammatici e declamatori che esprimessero tutta la sua brutalità e follia, trasmettendo la sua natura spietata e ambiziosa. Con Norma, invece, ho dovuto trovare un equilibrio tra la forza drammatica di una donna guerriera, il lirismo di una madre e il virtuosismo richiesto dal belcanto, privilegiando la purezza della linea vocale e la perfezione stilistica. Tuttavia, anche a Norma non mancano forza e drammaticità: è una figura eroica e profondamente tormentata, intrappolata tra l’amore materno, la passione e il dovere sacerdotale. Questo ruolo rappresenta una sfida sia tecnica sia interpretativa, che richiede grande resistenza vocale e una sensibilità emotiva per rendere credibile ogni sfumatura del personaggio.

Fra le opere di Verdi da lei interpretate, si passa da titoli giovanili come Aroldo, Nabucco e I lombardi alla prima Crociata fino a Un ballo in maschera a Torino, quest’ultimo con la direzione di Riccardo Muti. Cosa ricorda del lavoro svolto con il Maestro, con il quale ha cantato anche Abigaille oltre che Amelia?
Il lavoro con il Maestro Riccardo Muti è stato ed è fondamentale per la mia crescita artistica. Trasmette un rispetto quasi sacrale per il testo musicale e drammaturgico, dove ogni frase e accento assumono un significato preciso. Debuttavo sia in Nabucco che in Un ballo in maschera, e l’emozione di poter costruire i ruoli con lui era enorme. A volte restavamo a lungo su poche pagine, cercando insieme il colore e l’intenzione giusta, lavorando molto anche senza cantare. Quei momenti al pianoforte con il Maestro sono preziosi ricordi che porto nel cuore e che continuano a guidarmi nella mia carriera.

Pensa che Verdi possa tornare a far parte sempre di più del suo percorso futuro?
Assolutamente, Verdi farà parte del mio percorso futuro. Ci sono molti ruoli che voglio affrontare, che si adattano perfettamente alla mia vocalità.

L’anno che si è appena aperto la vedrà soprattutto impegnata nel repertorio del primo Ottocento italiano. Intende proseguire su binari “belcantistici” anche in futuro?
Il belcanto è una parte fondamentale della mia identità artistica. È un repertorio che sento molto vicino alla mia vocalità e alla mia personalità artistica, quindi intendo approfondirlo ulteriormente e affrontare nuovi ruoli che mi permettano di esprimermi al meglio.

Partiamo da Lucrezia Borgia, che lei ha già affrontato in Germania, a Essen, e oggi si appresta a proporre sulle scene italiane. Cosa la attrae di questa parte e che particolare lettura si sente di offrire al personaggio?
Lucrezia Borgia è un personaggio incredibilmente complesso: madre, amante, vittima e carnefice. Mi attrae proprio questa dualità, la possibilità di esplorare il lato umano di una figura storica spesso stereotipata. Nella mia interpretazione, cerco di mettere in luce non solo la forza e l’ambiguità del personaggio, ma anche la sua fragilità, il suo tormento interiore, cercando di difenderla e far emergere le sue ragioni, anche quelle più nascoste.

Anche Anna Bolena, che debutterà alla Fenice, ha visto belcantiste che si sono avvicinate alla parte della sfortunata regina con un approccio più vocalistico e, talvolta, meno radicalmente drammatico. Quale è la visione che meglio risponde alla sue idee e alla sua personalità artistica?
Per me, è fondamentale far emergere l’aspetto umano del personaggio: Anna non è solo una regina, ma una donna che affronta il tradimento, la perdita e la solitudine. Voglio che il pubblico percepisca non solo la sua grandezza e il suo ruolo storico, ma anche la sua vulnerabilità, il suo dolore interiore. Anna è una donna che lotta per la sua dignità, e questa lotta la rende estremamente vicina, nonostante la sua condizione regale.

Puccini è un compositore che sente possa interessarla in maniera più ampia in futuro?
Mi piace molto Puccini e ho avuto la fortuna di interpretare le sue prime eroine: Anna in Le Villi e Fidelia in Edgar al Festival Puccini quest’anno, esperienze che mi hanno dato grandi emozioni. Per il momento, però, mi concentro maggiormente sul belcanto e su Verdi, ma un giorno sicuramente tornerò al suo repertorio.

Qual è il suo particolare approccio al teatro di regia?
Credo che il teatro di regia, quando ben fatto, possa arricchire l’opera, offrendo nuove prospettive e chiavi di lettura più profonde al pubblico. Sono aperta alle innovazioni che valorizzano il personaggio e la storia, ma è fondamentale che la regia rispetti il testo musicale e drammaturgico. Lavorare con registi stimolanti rappresenta per me un’occasione preziosa per esplorare nuove sfumature interpretative.

Che cosa significa per lei essere una cantante moderna?
Significa avere una solida preparazione tecnica e interpretativa, ma anche sapersi adattare alle esigenze del teatro di oggi, dove spesso c’è poco tempo per prepararsi. Per questo la preparazione deve essere di qualità, mirata ed efficace. Vuol dire rispettare la tradizione senza temere l’innovazione, essere aperta a nuove letture registiche e comunicare con il pubblico anche fuori dal palcoscenico. È un equilibrio continuo tra passato e presente, tradizione e modernità.

Quali sono le persone alle quali si sente di dire grazie e che l’hanno maggiormente aiutata e sostenuta nel percorso artistico fino a oggi svolto?
Sono grata a molte persone che hanno contribuito a plasmare il mio percorso artistico. In primo luogo, mia mamma e mia nonna, che mi hanno sempre incoraggiata a seguire i miei sogni, anche nei momenti difficili. Poi, ci sono stati insegnanti straordinari che hanno creduto in me e mi hanno guidata con pazienza. Paoletta Marrocu, in particolare, ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione. La sua visione artistica, la capacità di analizzare ogni dettaglio e la sua severità sono state determinanti per la mia crescita. Non posso non menzionare Pier Luigi Pizzi, che mi ha insegnato l’importanza della teatralità nel raccontare una storia. Ogni passo del mio cammino è stato reso possibile dal sostegno di tante persone generose, e sono profondamente riconoscente a chi ha condiviso con me questa straordinaria avventura.

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino