Il percorso musicale di Cecilia Molinari, giovane ma già affermatissimo mezzosoprano italiano, è iniziato fin dalla giovane età. Si è diplomata a diciassette anni in flauto e poi in canto al Conservatorio di Padova, ma parallelamente ha completato gli studi all’Università di Medicina e Chirurgia di Padova ed è diventata medico. La scelta di professione si è orientata sul canto e determinante, in tal senso, è stato l’incontro con Alberto Zedda, all’Accademia Rossiniana di Pesaro, vero trampolino di lancio verso un futuro che oggi la vede, nel repertorio belcantistico, fra le cantanti italiane più interessanti del momento, sia vocalmente che stilisticamente.
Fra le tappe significative del suo percorso, già di respiro internazionale, si ricordano le interpretazioni di Rosina nel Barbiere di Siviglia alla Wiener Staatsoper, Cherubino nelle Nozze di Figaro alla Semperoper di Dresda, Sesto nel Giulio Cesare alla National Opera and Ballet di Amsterdam, Idamante in Idomeneo al Teatro Carlo Felice di Genova, Béatrice in Béatrice et Bénédict all’Opéra National de Lyon, Orfeo in Orfeo ed Euridice al Teatro la Fenice di Venezia, Meg Page in Falstaff al Salzburger Festspiele, Rosina nel Barbiere di Siviglia alla Deutsche Oper Berlin, Isabella nell’Italiana in Algeri al Teatro alla Scala di Milano e Cherubino nelle Nozze di Figaro al Teatro de la Maestranza di Siviglia.
Il grande exploit avviene l’estate scorsa, al festival di Martina Franca, dove riceve grandi consensi di pubblico come protagonista in Ariodante di Händel, vestendo una delle parti più complesse pensate dal “Caro Sassone” per voce di castrato, nello specifico per Giovanni Carestini.
Reduce dalla Staatsoper di Vienna, dove è appena stata Dorabella in Così fan tutte nello spettacolo firmato dalla regia di Barrie Kosky, è attesa dal 16 novembre al Donizetti Opera 2024 di Bergamo in Zoraida di Granata di Donizetti. In questo nuovo allestimento, che vede la regia di Bruno Ravella e le scene e i costumi di Gary McCann, debutterà nella parte di Abenamet, affiancata da un cast che comprende Konu Kim (Almuzir), Zuzana Marková (Zoraida) e gli Allievi della Bottega Donizetti, mentre sul podio sarà Alberto Zanardi, giovane bacchetta cresciuta in questi anni “dietro le quinte” del Festival, alla guida dell’orchestra di strumenti d’epoca Gli Originali. Sarà ancora ad Amsterdam, come Idamante in Idomeneo e poi al Festival di Glyndebourne nei panni Rosina nel Barbiere di Siviglia. L’abbiamo incontrata alla vigilia di questi importanti appuntamenti futuri.
Signora Molinari, partiamo dal repertorio, oltre che ovviamente dalla sua voce. Che tipo di vocalità le è più consona e come si è plasmata e sviluppata nel tempo?
All’inizio del mio percorso di studio del canto lirico prediligevo la tessitura contraltile. Con la tecnica e l’esperienza ho acquisito sicurezza e competenza nel registro più mezzosopranile ed è qui che ora mi trovo più a mio agio. La mia voce si adatta meglio a repertori di coloratura e belcanto, ma posso affrontare anche vocalità più liriche.
Credo sia importante soffermarci, non solo per il grande successo che ha riscosso, ma anche per le scelte stilistiche adottate, sul suo protagonista in Ariodante della estate scorsa al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Ci parli di questa esperienza e se il successo riscosso le ha fatto pensare di poter affrontare in futuro altre parti del grande repertorio pensato da Händel per voce di castrato, incarnando quindi ancora personaggi di eroi amorosi en travesti?
Il successo di questo Ariodante a Martina Franca è stato illuminante per me, nel senso che ho sperimentato per la prima volta un’assoluta libertà espressiva sul palcoscenico. La musica di Händel è talmente limpida e sincera che l’interprete è lasciato libero di esprimere la verità dei propri sentimenti. In questo tipo di repertorio se non sei vero, se non credi in quello che stai esprimendo, l’interpretazione crolla anche di fronte a una tecnica solida. Questa grande possibilità di introspezione e di espressività che la musica di Händel offre è sicuramente uno dei motivi per cui voglio approfondire questo repertorio.
La parte del protagonista in Ariodante fu scritta per un grande virtuoso, Giovanni Carestini, anche se il castrato prediletto da Händel fu il Senesino, per il quale vennero pensate parti dalla tessitura decisamente più bassa. Pensa che la sua voce possa rispondere a esigenze tanto diversificate per eventuali approcci futuri a questo repertorio?
Penso al cantante lirico come a un atleta. Tutti gli obiettivi sono raggiungibili tramite il giusto allenamento. In un repertorio come quello di Händel abbiamo inoltre la fortuna, tramite le variazioni nel da capo, di poter sfruttare al massimo le potenzialità uniche della propria voce. Infine credo che il successo o meno in un ruolo non dipenda solo dal cantante, ma anche dall’intesa con il Maestro e l’orchestra.
Non pensa che il modo di eseguire il repertorio barocco secondo criteri filologici non risponda oggi, almeno sul piano vocale, a una corretta e fedele prassi esecutiva, alla luce del sempre più largo utilizzo che si fa dei controtenori (che siano essi sopranisti o contraltisti) per le parti che furono dei castrati invece che utilizzare, come molti ritengono meglio fare, mezzosoprani o contralti?
Ritengo che concentrandosi troppo sui criteri filologici a volte si perda di vista il reale presente. Gli strumenti musicali, le sale da concerto, la tecnica vocale tutto è cambiato ed è in continua evoluzione. Non sapremo mai le reali caratteristiche della voce di castrato, ma l’evoluzione della tecnica vocale dei controtenori è indubbiamente progredita ed è interessante capirne le potenzialità. Detto ciò, l’arte in generale è fatta anche di mode, in questo momento il mondo dell’opera è indubbiamente attraversato da una renaissance per la voce di controtenore. Ma piuttosto che farne sempre una questione di genere preferisco farne una questione di teatro. Non ho problemi nel sentir cantare lo stesso ruolo da una voce di controtenore o di mezzosoprano, purché però l’interpretazione artistica risulti valida, sappia trasmettere un’emozione e non sia esibizionismo fine a se stesso.
Cosa ricorda del suo protagonista in Orfeo ed Euridice di Gluck alla Fenice di Venezia dell’anno passato e in che modo si è avvicinata a una delle parti simbolo del repertorio settecentesco dell’opera riformata che richiede, nella declamazione, piena attenzione alla forza della parola in funzione espressiva oltre che estremo rigore, controllo e levigatezza d’emissione?
Dall’esperienza veneziana serbo ricordi preziosissimi, soprattutto del grande lavoro fatto insieme al maestro Ottavio Dantone proprio sui recitativi accompagnati. Sono arrivata alla prima prova che ero molto “quadrata”, nel senso che avevo una precisione metronomica nell’esecuzione che il maestro piano piano ha scardinato aiutandomi a trovare invece la bellezza dello “swing”, cioè cura e libertà della parola pur rimanendo all’interno di un tactus orchestrale che non può cambiare. Sembra facile da dire, ma da eseguire è tutto un altro paio di maniche.
Veniamo all’attualità. Si sta preparando a debuttare in una parte di Donizetti che amplia la galleria dei personaggi en travesti fino a oggi da lei affrontati. Prima di parlare del suo ruolo, vuole dire come si sente a vestire panni maschili sulla scena e quale è secondo lei, dal punto di vista interpretativo, il modo migliore per farlo rendendo credibile il personaggio affrontato?
L’approccio all’interpretazione dei ruoli che devo cantare rimane sempre lo stesso siano essi femminili o en travesti. Quello che mi piace fare è capire che tipo di persona ho davanti. Qual è il suo carattere? Cosa sta cercando? Che sentimento lo muove per compiere quello che fa? Tutte queste domande mi aiutano poi a mettere in relazione il personaggio con me stessa, trovando collegamenti personali che aiutano nella verità dell’interpretazione. Sempre più spesso, inoltre, nelle regie si è meno interessati a vedere una fisicità maschile dell’en travesti. Ma qualora fosse esplicitamente richiesto un approccio al movimento più maschile, mi piace prendere ispirazione osservando le persone nella vita di tutti i giorni, oppure guardando film in cui il protagonista ricordi in qualche modo il personaggio che devo interpretare.
Lei è in procinto di affrontare, e per la prima volta in tempi moderni, la versione di Zoraida di Granata andata in scena al Teatro Argentina di Roma il 7 gennaio 1824, successiva alla prima del gennaio del 1822. Grazie alla coproduzione con il Wexford Festival Opera, che alcuni mesi fa ha presentato lo stesso titolo ma nella versione del 1822, e al meticoloso lavoro di Edoardo Cavalli, possiamo finalmente ascoltare questa edizione inedita: un vero e proprio tesoro per gli appassionati di Donizetti e una opportunità unica di confrontarsi con una parte che ebbe come interprete, nella versione che si appresta a sostenere, uno storico e leggendario contralto dell’800, Rosmunda Pisaroni. Vuole descriversi come è la scrittura vocale e quali difficoltà essa presenta?
Ridare voce al ruolo di Abenamet cantato duecento anni fa dalla Pisaroni fa un certo effetto. Nel periodo in cui Donizetti scrive la seconda versione della Zoraida di Granata la Pisaroni è già un affermato contralto e questo si può decisamente capire osservando la tessitura di Abenamet che si mantiene nella zona medio grave del pentagramma, con discese anche fino al Fa grave. Nella cavatina finale ha invece delle puntate in acuto, mostrando anche la parte più superiore del registro. La sfida che questo ruolo presenta per l’interprete mezzosoprano è mantenere la voce per molto tempo nel registro medio grave (il diapason è a 432 Hz), salvaguardando l’elasticità sufficiente per salire anche in acuto e affrontare le numerose colorature. Un bell’esercizio di stretching vocale!
Come è invece, sul piano drammaturgico, il personaggio che interpreta e come si inserisce nello specifico contesto narrativo dell’opera?
Abenamet è il tipico eroe guerriero, leale e coraggioso, tormentato per un amore contrastato. Innamorato di Zoraida (soprano) figlia del precedente Re di Granata, dovrà superare molti ostacoli orditi da Almuzir (tenore) usurpatore del trono, anch’esso innamorato di Zoraida. Fatto prigioniero nella sua stessa città e poi vittima di un tradimento che lo vedrà condannato a morte, riuscirà a scappare, ma tornerà per salvare la sua innamorata e alla fine dell’opera sorprenderà tutti con il suo gesto rivoluzionario: il perdono.
Rimaniamo nell’ambito delle parti en travesti e facciamo un passo indietro nel repertorio, parlando di Rossini, che tanta importanza ha avuto fino a oggi nel suo percorso. Lasciando da parte Rosina del Barbiere di Siviglia e Isabella in Italiana in Algeri, che sono i suoi riconosciuti grandi cavalli di battaglia, non pensa, in futuro, di affrontare anche l’opera seria in grandi parti en travesti come Malcom, Calbo o Arsace?
Il ruolo rossiniano en travesti che più mi è rimasto nel cuore è il protagonista di Tancredi, che ho cantato al Teatro Petruzzelli di Bari nel 2018 con la regia di Pierluigi Pizzi e la direzione del maestro José Miguel Pérez-Sierra. È stata la prima volta che mi sono emozionata sul palco: è difficile non commuoversi con quel finale tragico! I tre ruoli che ha citato (Malcom, Calbo, Arsace) sono i più contraltili mai scritti da Rossini e per ora sono interessata a esplorare altre vocalità rossiniane, come avrete modo di scoprire nel concerto di apertura della Stagione Sinfonica del Teatro Comunale di Bologna, diretto dal maestro Donato Renzetti, a gennaio del prossimo anno.
Ci soni cantanti del passato della sua corda che le sono servite come modelli per affinare il percorso di maturazione stilistico e tecnico fin qui affrontato?
Ho una venerazione per Lucia Valentini Terrani; ho studiato sui suoi spartiti nell’ala a lei dedicata della biblioteca del Conservatorio di Padova. Ho sempre trovato commovente la verità nella sua voce. Di grande ispirazione stilistica sono sempre anche le voci di Dame Janet Baker e Frederica von Stade.
Due domande in una. Cosa significa per lei sentirsi ed essere definita una “belcantista” e quali limiti, se ci sono, questa “etichetta” può eventualmente presentare negli sviluppi futuri della sue scelte di repertorio?
Mi fa piacere sentire di essere definita tale, perché ciò significa che sono riuscita a scrollarmi di dosso un’altra etichetta che mi era stata data, cioè quella di “rossiniana”. C’è complessità ed evoluzione nella voce del cantante lirico, cercare di etichettarla è un peccato e toglie la possibilità di uscire senza paura dalla comfort zone per stupire noi stessi e gli altri.
Non ha mai avuto contatti con il repertorio francese dell’opéra comique e dell’opéra lyrique, in opere, ad esempio, come Mignon di Thomas o Faust di Gounod, arrivando fino alla Charlotte del Werther e pensa che Carmen possa costituire un approdo futuro, ovviamente plasmandola sulle specifiche caratteristiche della sua voce?
In realtà ho avuto un contatto con il repertorio francese grazie a Berlioz e la sua Béatrice e Bénédict, opéra comique in due atti ispirata alla commedia di Shakespeare Troppo rumore per nulla. L’ho affrontata la prima volta al Teatro Carlo Felice di Genova sotto la bacchetta del maestro Donato Renzetti e la seconda volta quest’anno all’Opéra National de Lyon, sempre con la regia di Damiano Michieletto. Il ruolo di Béatrice mi ha insegnato molto dal punto di vista della tecnica vocale e dell’uso del fiato, facendomi capire che la mia voce è piena di potenzialità che vale assolutamente la pena di esplorare. Il repertorio francese infatti calza molto bene alla voce del mezzosoprano e ammetto che uno dei miei sogni nel cassetto è debuttare Charlotte. Per quanto riguarda Carmen non sono molto convinta, non per una questione vocale (la tessitura infatti di Carmen non presenta particolari problemi), quanto piuttosto da un punto di vista interpretativo. È un personaggio che per ora non mi interessa affrontare, sarà perché è inflazionato e quindi trovare qualcosa di originale da dire mi è difficile.
Che significato ha per lei il riconoscimento che la pratica del canto italiano ha avuto nel 2023 dall’Unesco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità e in che modo si deve dare eco, nella pratica, a questo importante traguardo?
Il canto lirico è una forma d’arte unica, il fatto di essere stato riconosciuto come Patrimonio Immateriale dell’Umanità è sicuramente importante per la sua tutela e la sua diffusione nel mondo. Il lavoro di valorizzazione però dovrebbe essere fatto soprattutto in Italia attraverso campagne di promozione mirate nelle scuole dell’obbligo, incentivi alla formazione professionale, oltre che una maggiore tutela ai lavoratori del settore. Ancora c’è il pregiudizio duro a morire che se scegli di lavorare con l’arte non stai veramente lavorando. Ho speranza nelle nuove generazioni, ma il lavoro di sensibilizzazione va fatto ora e non più rimandato affinché i teatri possano tornare a riempirsi.
Come può definire se stessa nella vita fuori dal palcoscenico?
Sul palcoscenico riesco a esprimere le emozioni molto meglio di come faccio nella vita di tutti i giorni. Sono infatti una persona tendenzialmente riservata. Mi piace leggere, restare informata su ciò che accade nel mondo e studiare le lingue straniere. Faccio meno sport di quanto dovrei, ma appena ho del tempo libero e torno in Trentino mi piace fare escursioni in montagna. Non sono una brava cuoca, ma do sempre soddisfazione a chi cucina, è un’ottima qualità anche questa, non trova?

