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Il politicamente corretto? Una grande ipocrisia – Intervista ad Angelo Villari

“Pinkerton, il personaggio più cinico dell’intera opera lirica”. Lo definisce così, senza mezzi termini, il tenore Angelo Villari, che si appresta a inaugurare la stagione del Teatro Municipale di Piacenza interpretando lo yankee in Madama Butterfly di Giacomo Puccini (la prima è venerdì 20 dicembre alle 20). Abbiamo intervistato l’artista siciliano, tra i migliori interpreti del repertorio verista di oggi, che racconta la sua carriera, il suo modo di approcciare l’opera e i suoi desideri per il futuro.

Pinkerton è un personaggio non particolarmente simpatico tra i grandi ruoli per tenore. Qual è la sua lettura di questo ruolo? È davvero il simbolo della tracotanza maschile?
Credo che Pinkerton sia il personaggio più cinico dell’intera opera lirica. Puccini lo ha tratteggiato in maniera magistrale attraverso frasi musicali, incisivi e accenti che descrivono il suo atteggiamento strafottente e la sua totale noncuranza non solo nei confronti delle persone del luogo, ma anche verso Cio-Cio-San. Nel mio approccio al ruolo, cerco sempre di enfatizzare questo suo modo di essere e agire durante tutto il primo atto, così da rendere ancora più forte il contrasto nel terzo atto, quando Pinkerton si rende conto del dolore che ha causato alla povera Butterfly.

In tempi di “politicamente corretto”, come si può approcciare un capolavoro come Madama Butterfly che, in fondo, assomiglia molto a una storia di sfruttamento sessuale?
Credo che questa epoca del “politicamente corretto” rappresenti uno dei momenti più ipocriti della nostra storia. Mi fermo però qui, limitandomi a dire che la natura umana è sempre stata la stessa e probabilmente lo sarà sempre. Ritengo sia importante affrontare temi come quelli raccontati in Madama Butterfly senza troppi filtri, dicendo le cose per come sono realmente, con onestà e consapevolezza, anche quando possono risultare scomode. Solo così si può stimolare una riflessione profonda e autentica.

L’anno che si conclude è stato nel segno del centenario dalla scomparsa di Giacomo Puccini, autore del quale lei ha in repertorio diversi titoli. Quali sono i ruoli pucciniani che predilige e perché?
I ruoli pucciniani che prediligo sono sicuramente Des Grieux in Manon Lescaut, Dick Johnson in La fanciulla del West e Luigi nel Tabarro. Questi titoli mi affascinano per la straordinaria intensità drammatica e per le pagine musicali sublimi che Puccini ha scritto per il tenore. Le sue arie e i suoi duetti sono autentici gioielli, capaci di esprimere un’ampia gamma di emozioni e sentimenti, permettendo all’interprete di esplorare e comunicare profondità psicologiche uniche.

Com’è la scrittura di Puccini per il tenore?
La scrittura pucciniana è ricca di dettagli e di sfumature, e rappresenta una sfida avvincente per chi, come me, ama immergersi completamente in ruoli tanto complessi quanto emozionanti.

Il suo percorso artistico si sta assestando su ruoli del cosiddetto verismo in musica. Come si trova in questo repertorio? Che analogie e differenze ci sono rispetto alla scrittura di Puccini?
Credo sia importante chiarire cosa si intenda per verismo e perché mi si consideri solo un verista. Amo questo repertorio per l’intensità emotiva e il realismo che lo caratterizzano, ma non mi piace essere definito esclusivamente così. Rispetto a Puccini, il verismo è più diretto e crudo, mentre Puccini arricchisce la sua scrittura con una maggiore raffinatezza e universalità, offrendo ruoli di straordinaria complessità emotiva e musicale.

Recentemente ha debuttato il ruolo di Andrea Chénier di Giordano: ci racconta questo personaggio, così iconico nel repertorio tenorile?
Andrea Chénier è un uomo dall’animo nobile e romantico, ma anche passionale e profondamente irrequieto. È un personaggio concreto nel suo modo di pensare, con ideali forti e sinceri, qualità che emergono chiaramente nel libretto e che Giordano ha saputo sottolineare in maniera geniale attraverso la musica, rendendolo uno dei ruoli più iconici del repertorio tenorile.

L’allestimento di Andrea Chénier, per la regia di Andrea Cigni, era particolarmente rispettoso delle didascalie dei riferimenti storico, come non potrebbe essere altrimenti, vista l’ambientazione. Che rapporto ha con i registi?
Ho sempre avuto un ottimo rapporto con la maggior parte dei registi con cui ho collaborato. Certo, possono nascere occasionali divergenze o piccole antipatie, ma alla fine si trova sempre una soluzione. Con Andrea Cigni, in particolare, il rapporto è stato eccellente, sia a livello lavorativo che personale. Lavorare con lui è sempre un piacere: c’è un grande rispetto reciproco e una complicità che rende il lavoro leggero e spesso accompagnato da sincere risate. A lui devo due dei miei debutti più significativi, La fanciulla del West e Andrea Chénier, per i quali gli sarò sempre grato.

Nella prossima stagione canterà in due ruoli importanti di Giuseppe Verdi: Ernani a Verona e Stiffelio a Dortmund. Ci sono analogie tra questi ruoli? Come si trova a cantare Verdi?
Non ho ancora approfondito del tutto i due ruoli, ma conosco già buona parte della loro musica e la prima cosa che mi viene in mente è: tanta roba! Entrambi sono molto impegnativi, forse più di altri ruoli verdiani che ho interpretato. Verdi ha scritto in modo straordinario per la voce: studiarlo e cantarlo è sempre un toccasana, sia dal punto di vista tecnico che artistico.

Parlando di Verdi e di ruoli iconici, non si può che citare Otello: lo vede all’orizzonte della sua carriera? In caso affermativo, come sarebbe la sua lettura del Moro di Venezia?
Otello è già in fase di elaborazione e sarà uno dei miei prossimi debutti, anche se al momento non posso rivelare dove e quando. Per quanto riguarda la mia lettura del personaggio, credo che dovrò affrontarlo con un approccio molto belcantistico, cercando di liberarmi dall’etichetta di verista e, soprattutto, di non farmi influenzare troppo dagli ascolti del passato, in particolare da quello di Mario Del Monaco. Sebbene la sua interpretazione sia leggendaria, oggi una vocalità di quel tipo sarebbe probabilmente percepita in modo diverso, perché il gusto e l’estetica vocale si sono evoluti nel tempo.

Quali sono i suoi modelli in campo tenorile e perché?
Amo le voci piene e passionali, e i miei modelli sono tanti. Tra i principali, citerei Mario Del Monaco, Giuseppe Di Stefano, Franco Corelli, Flaviano Labò, e José Carreras. Ogni artista mi ispira per qualità diverse: il timbro unico, la capacità di gestire la frase musicale e i fiati interminabili (penso a Corelli e Di Stefano), gli accenti eroici e incisivi di Mario Del Monaco, e la straordinaria intensità emotiva di Carreras. Sono tutti punti di riferimento che mi spingono a ricercare costantemente nuove sfumature interpretative.

Che ruolo le piacerebbe debuttare?
A parte Otello, Des Grieux in Manon Lescaut è un ruolo che mi piacerebbe debuttare, ma ce ne sono anche altri che adoro. Vedremo cosa mi riserverà il futuro, sperando di poter continuare a cantare ancora per molti anni.

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