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Addio al regista Robert Wilson, il maestro dell’antinaturalismo operistico

Chi frequenta l’opera sa più o meno cosa aspettarsi da una regia di Robert Wilson: palco prevalentemente vuoto, gestualità stilizzata se non assente, grande attenzione alle luci, spesso in tinte pastello, e costumi di sapore quasi arcaico nel loro rigore. Questa totale aderenza al proprio stile, asciutto e rigoroso, immutato e inconfondibile fin dal suo esordio nei teatri d’opera quattro decenni fa, applicabile a qualunque titolo, da Monteverdi ad Adams, sembrava spesso sconfinare nel manierismo, tanto che molti sostengono in modo anche polemico che abbia sempre messo in scena lo stesso spettacolo. Ma da dove tra origine questa estetica?

Robert Wilson nasce il 4 ottobre 1941 a Waco, Texas, in un ambiente profondamente conservatore. Il trasferimento a Brooklyn nel 1962 rappresenta per il giovane aspirante regista una ventata di aria fresca: qui scopre le coreografie all’avanguardia di George Balanchine e Martha Graham, si confronta con il teatro terapeutico, si interessa di arte e di architettura. Le sue sperimentazioni teatrali newyorkesi lo portano a collaborare con il compositore Philip Glass e la coreografa Lucinda Childs: insieme creano l’opera Einstein on the Beach che debutta al Festival di Avignone nel 1976, e da lì gira tutto il mondo, approdando anche alla Fenice di Venezia nell’ambito della Biennale Musica dello stesso anno.

Passa tuttavia almeno un decennio prima che Wilson inizi a mettere in scena opere di repertorio. Il suo primo allestimento è Médée di Charpentier all’Opéra National de Lyon nel 1984, cui fa seguito Salome alla Scala nel 1987 con i costumi di Gianni Versace, produzione resa celebre dal jump-in di Montserrat Caballé alla prima. In quegli anni Wilson elabora un teatro fatto di luce, memore quasi dell’esperienza di Wieland Wagner, in cui i personaggi si stagliano monumentali all’interno di una scatola bianca. La gestualità minimale e antinaturalistica viene mutuata dal teatro giapponese, così come i costumi che risultano essenziali e astratti.

Gli anni ‘90 segnano la grande ascesa di Robert Wilson sui palcoscenici europei. Nel 1991 allestisce Lohengrin a Zurigo (dove realizzerà anche un intero Ring wagneriano pochi anni dopo), Zauberflöte all’Opéra Bastille di Parigi e Parsifal ad Amburgo. Nel 1995 approda anche al Festival di Salisburgo, dove firma la regia e le scene di Castello del Duca Barbablù di Bartók accoppiato a Erwartung di Schönberg, con la presenza di Jessye Norman. Negli stessi anni mette in scena Alceste e Orphée et Eurydice di Gluck al Théâtre du Châtelet di Parigi insieme a John Eliot Gardiner, lasciando una forte impronta visiva nella rivalutazione gluckiana che imperversa in quegli anni.
Colpisce come un regista dalla formazione così prettamente americana trovi spazio per distinguersi in Europa, dove si cerca di rinnovare il repertorio e si dà appunto spazio ai più disparati linguaggi registici. Non è un caso che il suo debutto al Met con Lohengrin nel 1998 non venga accolto con entusiasmo, mentre ottiene maggiore fortuna in teatri più aperti alle sperimentazioni come Chicago e Houston.

Tuttavia è in Europa che Wilson rimane una figura mitica e mitizzata nell’ambiente operistico, e persino l’Italia, notoriamente non all’avanguardia nel promuovere nuovi approcci registici, accoglie fin dagli anni ‘80 alcune sue produzioni. Oltre alla già citata Salome, la Scala gli affida la produzione di Doktor Faustus di Giacomo Manzoni nel 1989, mentre l’Opera di Roma nel 1984 ospita un pezzo del grande progetto the CIVIL warS che avrebbe dovuto culminare in una produzione epica, mai avvenuta, in occasioni delle Olimpiadi di Los Angeles.

Seguono gli allestimenti delle opere del grande repertorio. Nel 1993 all’Opéra Bastille di Parigi, uno dei teatri che più supportano il lavoro del regista, vede la luce il suo allestimento di Madama Butterfly, considerato talmente iconico che viene tuttora ripreso nelle stagioni di quel teatro; non passa molto tempo e nel 1996 il Comunale di Bologna lo presenta al pubblico italiano, il quale lo potrà anche rivedere al PalaFenice di Venezia nel 2001, testimoniando così la fortuna della produzione e la facilità con cui può essere riallestita con interpreti diversi.

Wilson torna poi in Italia con vari progetti sul finire degli anni 2000. L’Opera di Roma gli affida nel 2009 una Aida che fatica a essere apprezzata, mentre il Comunale di Bologna arriva a commissionargli un Macbeth verdiano nel 2013 che verrà ripreso anche qualche stagione dopo. La Scala, in collaborazione con l’Opéra di Parigi, lo coinvolge in un ambizioso progetto dedicato alle tre opere di Monteverdi che vedono la luce tra il 2009 e il 2015. Una delle ultime produzioni italiane di Robert Wilson è il discusso Trouvère del Festival Verdi di Parma del 2018, poi diventato Trovatore al Comunale di Bologna pochi mesi dopo. Eppure, in quel caso, quel modo di fare teatro ripetitivo e statico sembra trovare nuova linfa: in un’opera fatta di ricordi, i versi di Cammarano acquistano una inedita potenza e una insospettata vitalità.

Controverso nella sua prevedibilità, Robert Wilson si è spento il 31 luglio. Lascia un segno importante nell’approccio antinaturalista all’opera lirica, tanto che se ne vedono i risultati ancora oggi sia nei registi sperimentali come Romeo Castellucci, che in quelli più classici come David McVicar. Il suo sperimentalismo, sebbene diventato ormai quasi rassicurante, si merita comunque un posto nella storia dell’interpretazione operistica, che solo ora possiamo iniziare a valutare con la appropriata distanza storica.

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