Il compositore tedesco Paul Hindemith fu strettamente legato alla città di Zurigo: al ritorno in Europa dopo la guerra vi si stabilì per insegnare musicologia nella locale università. La Opernhaus avrebbe anche ospitato, nel 1952, la prima esecuzione della versione riveduta di Cardillac, che Hindemith riteneva “definitiva”. Ma poiché ricorrono i cent’anni dalla prima edizione dell’opera, creata a Dresda nel 1926, sulle scene dello Stadttheater si propone la versione originale, che recentemente sembra anche godere di maggiore fortuna, malgrado Hindemith stesso ne ritenesse, a posteriori, il linguaggio musicale poco raffinato.
Opera affine, per molti versi, al Wozzeck di Berg, Cardillac è una sorta di morality play, che mette al centro prima ancora che l’avidità, il rapporto tra artista e società. Nel trasporre l’ambientazione dalla Parigi dell’ancien régime a un anonimo centro commerciale dei nostri giorni, un vero e proprio non-luogo tempio del consumismo, il regista Kornél Mundruczó pone piuttosto l’accento sulla sete di ricchezza, invertendo quasi lo sguardo: non è Cardillac che si erge da solo contro un mondo che non lo comprende, ma la società capitalista che schiaccia l’artista, vedendo nelle sue creazioni niente più che uno status symbol. E l’ossessione artistica di Cardillac non è diversa, sembra dirci lo spettacolo, da quella di tutti gli altri personaggi per il denaro: perché nel finale l’Ufficiale, pur riconoscendo che «ein Held sterb», «un eroe è morto», non perde tempo, assieme alla Figlia, per vendere a una lunga fila di acquirenti l’oro di Cardillac.
Le scene, a cura di Monika Korpa, sono di un iperrealismo degno di un set cinematografico (incredibile la cura per i piccoli dettagli), e di pari realismo è la curatissima Personenregie, eseguita con particolare precisione. Il centro commerciale e la gioielleria di Cardillac (l’orafo diventa qui il proprietario di una boutique di lusso) diventano così ambienti realmente vivi, frequentati da un gran numero di persone, tra protagonisti, coro e figuranti, in cui ognuno sembra avere una ragione di essere lì, anche se fosse irrilevante per la storia narrata dall’opera in sé. Si mantiene così la tensione da thriller, con un perfetto timing dei “colpi di scena”, come il momento in cui, alla fine del secondo atto, Cardillac indossa improvvisamente l’inquietante maschera rivelando al pubblico di essere l’assassino che tutti cercano.
In quest’opera compatta (novanta minuti circa di musica) ma estremamente densa la dimensione orchestrale assume un’importanza capitale. Al timone dell’Orchestra dell’Opera di Zurigo, impeccabile per la precisione degli attacchi e per sicurezza con cui affronta le durezze della scrittura di Hindemith, c’è Fabio Luisi, che conduce la partitura con accuratezza matematica, quasi glaciale. Non è solo lo scrupolo e il rigore nel far marciare compatta un’orchestra che marcia ora in omoritmia se non all’unisono, ora in intricati contrappunti, e che non può permettersi sbavature: è un universo sonoro dominato dai secchi interventi delle percussioni o dal suono sinistro onnipresente e volutamente fastidioso della tuba. C’è, in questo sguardo chirurgico, spietato come la drammaturgia dello spettacolo e freddo come le luci che dominano la scena, il senso della Neue Sachlichkeit, la «nuova oggettività» di Hindemith. E per giungere a questo scopo Luisi non esita a lasciare spazio all’orchestra nel crescendo, con i tamburi assordanti del fortissimo a quattro f del finale secondo. Luisi, in fondo, si fida della scrittura di Hindemith. Non cerca, ad esempio, di ribilanciare la particolare orchestrazione, con le file degli archi ridotte a un ensemble poco più che cameristico (8 violini in una singola sezione, 4 viole, 4 violoncelli e 4 contrabbassi) contro una lunga schiera di fiati in favore dei primi, o di estetizzare l’esecuzione esigendo un suono raffinato. Se la musica dev’essere aggressiva e violenta, sarà aggressiva e violenta — Luisi non ha bisogno di esasperarne il carattere o di spingere per effetti speciali: è tutto già lì, nella partitura, quanto serve a mantenere la tensione sempre altissima.
Resta comunque, quando il dramma lo richiede, qualche scorcio cantabile: nella magnifica melodia del sax tenore che accompagna l’ingresso in scena di Cardillac e, ovviamente, nell’aria della Dama, in cui la grazia neoclassica della melodia non è che un sinistro preludio all’assassinio del Cavaliere. Si distingue anche la prova del Coro dell’Opera di Zurigo, diretto da Klaas-Jan de Groot, chiamato a impersonare ora una folla in tumulto (e, in un certo senso, in delirio) con toni perfino gridati, ora, su spettrali pianissimi, corali dall’afflato religioso: il tutto con grande precisione e perfetta unità d’intenzione.
Tra i solisti, il Cardillac di Gábor Bretz non brilla forse per la bellezza del timbro, e l’emissione, specie nel grave, non appare sempre così rifinita. Eppure, è difficile dire che non sia adatto alla parte. Accanto infatti alla precisione e all’ottima proiezione (sopra un’orchestra che, abbiamo detto, non lesina sui forti) c’è un’interpretazione di altissimo livello del carattere del protagonista, con le sue ossessioni, il suo crescente straniamento e la sua potenza drammatica. Vediamo così punteggiare il registro più “nobile” con credibili scatti di furia. E allora quelle durezze della voce sembrano rendere ancora più reale e presente l’«heilige Wahn», il «sacro delirio» di Cardillac.
Il timbro piuttosto freddo e chiaro permette a Anett Fritsch, nei panni della Figlia di svettare, soprattutto in acuto, sopra l’accompagnamento orchestrale, con linee vocali curate e misurate dall’aria quasi barocca, perfetto contrasto a quelle del padre Cardillac. Accanto a lei, Michael Laurenz convince per la perfetta costanza timbrica attraverso tutta la gamma con cui rappresenta un Ufficiale eroico e generoso, come eroiche e generose sono le sue indefettibili salite verso il registro acuto; dall’altro lato potrebbe offrire più varietà caratteriale, poiché la voce tende a essere sempre ugualmente squillante, tanto nei duetti amorosi con la Figlia quanto in quelli più colmi di tensione con il futuro suocero. Ma forse questa freddezza e quasi distanza che traspare dal canto è un tratto del carattere dell’Ufficiale?
La seconda coppia, protagonista del primo atto dell’opera, è quella della Dama e del Cavaliere. Nell’unica pagina veramente lirica dell’opera, Dorottya Láng sorprende con un’ottima flessibilità delle dinamiche e un canto caldo e delicato in cui brillano i gravi suadenti e i centri solidi, per un’interpretazione di grande intensità. Del Cavaliere di Sebastian Kohlhepp si apprezza invece il bel tono lirico, con una bella proiezione degli acuti e una certa morbidezza.
Chiude il cast, accanto a Stanislav Vorobyov (il Commerciante d’oro), basso dal timbro elegante e dalla giusta profondità, Brent Michael Smith (il Comandante della polizia) che sembra faticare un po’ di più a trovare una buona risonanza.
Sul finale quasi inatteso (la musica sembra interrompersi bruscamente) il pubblico resta un momento sconcertato prima di iniziare ad applaudire. E forse, se gli applausi non sono subito così caldi come ci si potrebbe aspettare dopo un’esecuzione di altissimo livello, è perché si è ancora leggermente frastornati dall’intensità di Cardillac e dalla musica aggressiva ma non respingente di Hindemith. Certo è che quando sul palco sale Fabio Luisi lo Stadttheater esplode con vive acclamazioni, meritatissime per il principale artefice del successo di questa produzione. 




Opernhaus Zűrich
CARDILLAC
Opera in tre atti, op. 39 (versione 1926)
Libretto di Ferdinand Lion
da Das Fräulein von Scuderi di E.T.A. Hoffmann
Musica di Paul Hindemith
Cardillac Gábor Bretz
La Figlia Anett Fritsch
L’Ufficiale Michael Laurenz
Il Commerciante d’oro Stanislav Vorobyov
Il Cavaliere Sebastian Kohlhepp
La Dama Dorottya Láng
Il Comandante della polizia Brent Michael Smith
Il Re Stanislav Hnat
Coro e orchestra dell’Opera di Zurigo
Direttore Fabio Luisi
Maestro del coro Klaas-Jan de Groot
Regia Kornél Mundruczó
Scene Monika Korpa
Luci Elfried Roller
Drammaturgia Kathrin Brunner, Kata Wéber
Zurigo, 1 marzo 2026

