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Ginevra, Grand Théâtre – Recital di Stéphane Degout

Una serata tra musica e poesia. Nel recital ginevrino di Stéphane Degout, ultimo appuntamento di una tournée (Parigi, Oxford e Waterloo le altre tappe) dedicata all’Ottocento tedesco e francese sono infatti i testi dei Lieder e delle chansons i veri protagonisti. Non per il fatto che i nomi di Heinrich Heine, Charles Baudelaire, Stéphane Mallarmé o ancora François Villon sono certamente più noti di quelli di compositori come Guy Ropartz o Rita Strohl che appaiono nel programma, ma perché Degout costituisce l’interpretazione attorno a ogni parola, curando al massimo la dizione (tanto in francese quanto in tedesco) e la declamazione dei versi.

Baritono dal timbro scuro che acquista corpo nel grave e capace di ottimi pianissimi in acuto, Degout, alle prese con un repertorio in cui ricorrono i sentimenti di malinconia e di Sehnsucht si allontana dal belcantismo (comunque non assente dalle melodie, ad esempio, di Schumann) per caratterizzare le consonanti del testo, e quando la voce sembra soffrire di una sorta d’instabilità, non fa che rendere più evidente l’angoscia del poeta. I Lieder diventano allora, nell’interpretazione di Degout non un esercizio canoro ma una vera «espansione» musicale della composizione poetica.

Il viaggio inizia, appunto, con Schumann e i Liederkreis op. 39, in cui fin dall’inizio Degout dà prova dei suoi accorati pianissimi e, all’opposto della gamma dinamica e agogica, di frasi trascinanti in piena aderenza alle indicazioni di articolazione del compositore. Seguono i Quatre poèmes d’après l’Intermezzo de Heinrich Heine di Guy Ropartz, poesie tetre in cui l’accompagnamento musicale è caratterizzato da un ostinato pianistico su quattro note, un po’ campana funebre e un po’ Dies irae. Se è il pianoforte, allora, che determina l’andamento funereo del brano, i primi versi quasi declamati lasciano spazio lentamente a dolci melodie (e Degout dosa con equilibrio queste transizione verso il legato), mantenendo viva la tensione verso i cromatismi tanto cari al compositore bretone. E nel secondo movimento, un interrogativo «Pourquoi?» sembra ogni volta, in diminuendo, perdersi nel vuoto…

Si continua con il decadentismo dark di Charles Baudelaire, con tre poesie dei Fleurs du mal messe in musica dalla ccompositrice Rita Strohl, che di Ropartz fu contemporanea e conterranea. Degout rende al meglio il tono scuro e sinistro di testi che parlano di fantasmi e ossessioni notturne. E così risalta, nel Fantôme, l’agnizione di «C’est Elle!», squillante in acuto, seguita immediatamente da un piano nerissimo, come uno spettro che scompare nel buio, o ancora la foga con cui si succedono i versi del Madrigal triste, con acuto finale a effetto (e un piccolo momento d’ilarità del pubblico, quanto il testo cita «l’irrésistible Dégoût»…)

Segue una lunga sezione dedicata a Maurice Ravel. Si parte con Mallarmé, e la sua Sainte dai pianissimi eterei in acuto, per continuare con due epigrammi di Clément Marot dai dolci accenti. Dalla Shéhérazade Degout sceglie il terzo movimento, L’Indifférent, con una sezione dal tempo ad libitum senza accompagnameto in cui si apprezza veramente la capacità del baritono di valorizzare ogni parola, con una condotta prosodica che ricorda molto il Debussy di Pelléas (e Degout è uno dei migliori Pelléas in circolazione). La parentesi Ravel si conclude con le tre canzoni di Don Chisciotte a Dulcinea di Paul Morand, che dopo l’elegia romantica chiusa con un dolcissimo «Ô Dulcinée… !» terminano su una nota gioiosa di una chanson à boire dalla tessitura assai acuta che Degout affronta con prestanza.

Il programma ufficiale si conclude con tre ballate quattrocentesche di François Villon musicate da Claude Debussy. Nella prima, Degout incarna al meglio l’angoscia e il rimorso prescritti dallo stesso Debussy sullo spartito (con un interessante uso dei portamenti). Meno riuscita, invece, la chiusura con la terza ballata (uno spumeggiante elenco di donne di tutti i paesi che, secondo il poeta, non possono rivaleggiare con le parigine), a cui manca un po’ di caratterizzazione.
Poco male, in verità, per un recital eccellente, in cui l’arte del canto di Stéphane Degout ha trovato rapidamente la complicità e l’entusiasmo del pubblico. Lo stesso cantante, apparso forse un po’ compassato nei primi Lieder schumanniani ha progressivamente acquisito maggiore libertà gestuale ed espressiva nel corso della serata. Al pianoforte, Cédric Tiberghien si è posto sempre a sostegno del canto, in ossequio a un repertorio che richiedeva più spesso armonie dal sapore organistico che incalzanti figurazioni ritmiche.

Ogni recital che si rispetti termina con uno (o più) fuori-programma. Lo stesso Degout narra che il suo viaggio nel Romanticismo è iniziato proprio al Grand Théâtre di Ginevra a settembre, interpretando Wolfram nel Tannhäuser, e ripropone così la romanza del terzo atto «O du, mein holder Abendstern». Già allora, commentando l’opera, avevamo scritto di quanto quella performance avesse un sapore liederistico. Ne abbiamo ora, in versione canto e pianoforte, una nuova prova, con una dolcezza e una poesia che raramente viene alla luce nelle esecuzioni wagneriane. Per finire, invece, un’altra chanson di Debussy: «Je tremble en voyant ton visage» su una poesia di Tristan L’Hermite, brano dall’atmosfera sognante (l’indicazione di tempo è «Rêveusement lent») dalla dolcissima melodia. Una piccola perla a conclusione di un concerto magistrale, e di un bellissimo viaggio letterario e musicale.

Grand Théâtre de Genève
RECITAL DI CANTO
Musiche di Schumann, Ropartz, Strohl,
Ravel, Debussy, Wagner

Baritono Stéphan Degout
Pianoforte Cédric Tiberghien

Ginevra, 7 dicembre 2025

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