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Beaune, Festival international d’opéra baroque 2025 – Dardanus

Il Festival international d’opéra baroque organizzato ogni anno nella bella cittadina borgognona di Beaune si svolge lungo quattro fine settimana costruiti attorno a un tema o a un compositore. Quest’anno, uno dei weekend è stato dedicato a Jean-Philippe Rameau, originario della vicina Digione. Il piatto forte: la rappresentazione (in forma di concerto, come avviene solitamente a Beaune) di Dardanus, proposto nella sua seconda versione, quella pubblicata ad aprile 1744.

Il problema delle versioni non è un piccolo dettaglio: potremmo quasi parlare, tra l’edizione del 1739 e la revisione successiva (ce ne saranno poi altre ancora) di un’opera diversa. Solo il prologo e i primi due atti coincidono: dal terzo in poi anche la trama diverge. Se l’elemento fantastico caratterizzava la prima stesura della partitura, con una lunga scena che vedeva protagonisti i sogni apparsi a Dardanus (come nell’Atys di Lully) e pure la spaventosa apparizione di un mostro marino, la seconda avvicina la vicenda ai canoni della tragedia corneliana, costringendo l’eroe protagonista, rinchiuso in carcere, alla scelta tra amore e libertà, ma introducendo anche la splendida aria «Lieux funestes» con un obbligato di fagotto impossibile da non confrontare con l’händeliana «Scherza infida».

Certo, ci si chiede se in un’esecuzione concertistica sia così importante privilegiare una versione dalla drammaturgia più cogente (e coerente) a scapito di alcune pagine in cui l’interesse musicale supera di gran lunga quello teatrale: ma compito di un festival come quello di Beaune è anche quello di documentare i diversi stati di un’opera che ha subito notevoli modifiche durante la vita dell’autore.

A Beaune, un forte temporale abbattutosi sulla Côte-d’Or poche ore prima della rappresentazione e la minaccia di ulteriore maltempo aveva convinto l’organizzazione del festival a spostare la sede del concerto, inizialmente previsto all’aperto tra i tetti smaltati del cortile degli Hospices, all’interno della basilica cittadina: un luogo forse meno indicato alle rappresentazioni operistiche, ma la cui architettura non ha causato una sorte troppo infelice all’acustica. Merito anche della direzione dell’ensemble Les Ambassadeurs – La Grande Écurie affidata a Emmanuel Resche-Caserta, già violino di spalla di Les Arts Florissants. Chiaro l’influsso di William Christie in una lettura che dà abbondante spazio ai contrasti ritmici e a un’articolazione degli archi che sottolinea le inégalité proprie del barocco francese (Resche-Caserta spesso suona il violino dal podio, usando, proprio come farebbe un Konzertmeister dal suo leggìo, i movimenti dell’archetto come gesto di direzione), oltre a una presenza delle percussioni (e degli ottavini, nei Tambourin) in cui non possono non riecheggiare alcune iconiche incisioni di Rameau a cura dell’ensemble di Christie. Funziona molto bene anche la ricerca di effetti teatrali nella direzione, come nella scelta di accelerare vistosamente la ripresa dell’ouverture alla fine del prologo o l’impiego qua e là del pizzicato.

L’orchestra raggiunge dimensioni ragguardevoli, con i suoi ventiquattro archi che, nella disposizione e denominazione delle sezioni (le viole sono divise in “haute-contre” e “taille de violon”) riproducuno la struttura dei violons du Roi attivi a Versailles nel Sei-Settecento, e una notevole batteria di fiati (tre traversi/ottavini, tre oboi e tre fagotti) accanto a un continuo formato da violone, violoncello e clavicembalo, per un suono ricco e avvolgente — capace, nelle sezioni destinate al balletto, di far dimenticare l’assenza di una componente teatrale nell’esecuzione concertistica. Solo forse avrebbero giovato pause più frequenti per la ri-accordatura degli strumenti, messa alla prova dalla lunga durata dell’opera.

Sul versante canoro, risplende anzitutto, secondo le attese, la voce squillante e decisa di Reinoud Van Mechelen, vero specialista di Rameau e, al giorno d’oggi, una delle più convincenti incarnazioni del registro di haute-contre. Il suo canto eroico, fatto di acuti solari e ben piazzati (fondamentali in una parte, quella di Dardanus, scritta in chiave di contralto e che si sviluppa quasi continuamente sopra il do centrale) e centri ben risonanti non sembra mai avere défaillance: gli si può rimproverare, al massimo, una certa monotonia anche in un’aria tragica come «Lieux funestes»; ma d’altronde rappresenta un eroe indefettibile anche nel momento di massima sventura, e si perdona facilmente quest’apparente mancanza di varietà ascoltando, poco dopo, un «Vole, amour» leggero ed etereo, e una magistrale messa di voce su «Ces accents de mes maux suspendent la rigueur».

Marie Perbost affronta il doppio ruolo di Venere e di una donna frigia con voce morbida e delicata, i cui squilli in acuto risultano brillanti senza mai scadere nel grido, e le colorature sempre ben levigate, sia che, nei panni della dea, celebri l’amore (che bello il dialogo finale con il flauto obbligato!) sia che celebri con toni bellicosi la guerra (ottimo il suo «Courez à la victoire». Si apprezza in particolare l’attenzione alla pronuncia, se anche all’interno di una chiesa non si perde una sillaba del testo francese.
Con il suo timbro caldo e profondo Camille Poul dà a Iphise una tragica grandezza infondendo senso drammatico alle pagine più intense della protagonista femminile dell’opera (a partire da «Cesse, cruel Amour» del primo atto): convince meno invece la sua interpretazione, nel prologo, del più leggero e volatile Cupido, ché nelle ariette, quando la dinamica si adagia sul piano, la voce tende a scomparire sotto l’orchestra.
Il baritono Thomas Dolié inizia benissimo nel suo ruolo d’antagonista e rivale di Dardanus: la sua voce baritonale ben corrisponde, per squillo ed eroismo, a quella tenorile di Van Mechelen, che risalta specialmente nel duetto vendicativo «Mânes plaintifs», ma dimostra anche di sapersi destreggiare con i piani («Vous aimez Dardanus ?» sussurrato a Iphise) e con le arie di furore («Le désespoir et la rage»). Solo nel finale avvertiamo un filo di stanchezza nella voce del baritono che si riflette in una minor precisione canora.
Forte della sua esperienza bachiana (con il suo ensemble ne sta eseguendo l’integrale delle cantate) il basso Stephan MacLeod incarna perfettamente il saggiomago Isménor, con gravi profondi e solenni che sembrano veramente schiudere le porte degli inferi. Nell’assumere i panni del re Teucer, invece, i toni magniloquenti del finale funzionano meglio degli accenti guerreschi del primo atto, dove avvertiamo, oltre a un vibrato eccessivo, qualche fatica nel mantenere il giusto timbro quando la parte si avventura oltre il re.

Come solito nelle opere di Rameau, il ruolo del coro è fondamentale, con frequenti interventi a commento della vicenda: ora un inno trionfale, ora un inno all’Amore. Il Chœur de chambre de Namur si conferma come una delle compagini corali meglio immerse nello spirito del barocco francese, con un suono dal calore inconfondibile che si sposa perfettamente con il timbro orchestrale, e che si destreggia senza difficoltà nelle varietà ritmica e dinamica, così come nelle frequenti sezioni contrappuntistiche. Ancora una volta allora avvertiamo il rammarico di non ascoltare le dolci armonie dei sogni della prima versione dell’opera, o quelle vivaci del coro «Paix favorable» sull’aria dei Niais de Sologne dai Pièces de clavecin, escluso nella revisione del 1744.

Se allora l’esecuzione, dal punto di vista musicale, è stata veramente convincente, il concerto non riesce fino in fondo a dissipare i dubbi su una drammaturgia poco serrata e un libretto francamente non eccezionale (non possiamo contare quante volte «larmes» faccia rima con «alarmes» o quante volte Amore lanci i suoi dardi secondo una formula onnipresente nell’opera barocca francese). La totale mancanza di qualche elemento teatrale pur nella forma concertistica (abiti, luci, piccoli oggetti…) che possa aiutare la comprensione di una trama, malgrado la scelta dell’edizione 1744, piuttosto involuta, non aiuta a far apprezzare l’opera nella sua totalità, che sembra ridotta a una successione di arie, cori e movimenti orchestrali. Così, al termine delle tre ore di spettacolo (nonostante qualche taglio alla partitura) si avverte una certa stanchezza: unico peccato di una serata davvero eccellente.

Festival international d’opéra baroque de Beaune
DARDANUS
Tragédie-lyrique in un prologo e cinque atti
Esecuzione in forma di concerto, versione aprile 1744
Libretto di Charles-Antoine Leclerc de La Bruère
Musica di Jean-Philippe Rameau

Dardanus Reinoud Van Mechelen
Iphise, Amour Camille Poul
Vénus, une Phrygienne Marie Perbost
Anténor Thomas Dolié
Teucer, Isménor Stephan MacLeod

Les Ambassadeurs – La Grande Écurie
Direttore Emmanuel Resche-Caserta
Chœur de chambre de Namur
Maestro del coro Thibaut Lenaerts

Basilique de Beaune, 19 luglio 2025

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