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Parigi, Palais Garnier – The Rake’s Progress (La carriera di un libertino)

Tra i titoli più recenti del repertorio operistico standard, The Rake’s Progress (La carriera di un libertino) di Igor Stravinskij torna nella cornice tradizionale per eccellenza del Palais Garnier, nella produzione firmata da Olivier Py che già era apparsa sui palcoscenici parigini nel 2008. Decisamente contemporanea l’ambientazione, che si allontana dall’atmosfera dei quadri di Hogarth che hanno fornito l’ispirazione per il soggetto dell’opera, trasportando l’azione nel mondo odierno, dove il libertino Tom Rakewell, la cui carriera si snoda si snoda in una Londra ricreata con poche impalcature mobili, un po’ in bilico tra il minimalismo e il cyberpunk, è attorniato, per gran parte dell’opera, da una folla equivoca di circensi, clown, ballerine, boxeur, bodybuilder, prostitute: un groviglio di corpi statuari esibiti in scene kinky e di freaks.

Il tutto è sicuramente d’effetto, e se il regista ha voluto calcare la mano sull’aspetto sensuale (e sessuale, visti i numerosi atti carnali di ogni genere simulati in scena), anche l’occhio vuole la sua parte, tanto più che pure nelle scene più esplicite si nota una mano esperta dietro alle luci e ai movimenti e dietro ai costumi di Pierre-André Weltz. E, dopotutto, stiamo pur assistendo alla parabola di un libertino, non certo a dialoghi tra carmelitane. Allo stesso tempo, e questo è forse il punto debole della produzione, tale contorno rischia, a tratti, di soffocare l’azione principale, che scivola quasi in secondo piano in tutta la parte centrale dell’opera, così che la messa in scena di alcuni snodi di trama, come le scene in cui Baba viene congelata e poi venduta all’asta, non sono sfruttati a dovere, e dispersi nel caos. Più emozionanti invece i quadri finali, in cui si sceglie di focalizzarsi sui personaggi e sulla loro intimità (fino a relegare sullo sfondo la follia del manicomio). Nella scena delle carte, ad esempio, un Tom emaciato e quasi irriconoscibile grazie a un magistrale lavoro di trucco è vegliato silenziosamente dall’apparizione di Anne col bambino (con una scelta non troppo felice, si è scelto di farla diventare madre): una splendida regina di cuori, fregiata dalla tradizionale corona di carta dorata de la galette du rois francese, ma anche una Vergine di pietra di una cattedrale gotica.

Dal canto loro, i protagonisti riescono tutti a creare personaggi credibili, anche al di là della resa vocale, ponendo una notevole cura nell’interpretazione e nel fraseggio, che risaltano in particolar modo nei recitativi, mentre la bacchetta di Susanna Mälkki  cerca di mettere a fuoco tutti i dettagli di una partitura diabolica (in ogni senso). E se la resa d’insieme, pur di buona qualità, non è ottima come le premesse lascerebbero supporre, forse la ragione è da ricercarsi nel non perfetto amalgama tra le varie componenti dello spettacolo, come se la direzione, focalizzata sul tirare fuori il meglio dalla buca dell’orchestra, trascurasse le dinamiche delle voci sul palco. Voci, peraltro, in molti casi di livello altissimo, come per la coppia Tom, Anne in cui si avverte una solida matrice mozartiana, e una tecnica solida al servizio del neoclassicismo di Stravisnkij.

Ben Bliss (Tom Rakewell), sul palcoscenico per quasi tutta l’opera, dà mostra di un’emissione e un fraseggio che hanno pochi eguali nel registro lirico; e se si avverte qua e là un po’ di fatica negli sfoghi drammatici, la bellezza del timbro e la presenza scenica compensano ampiamente. Golda Schultz usa il timbro pastoso e scuro che diventa quasi argentino nel registro acuto e una notevole facilità nei filati e nel canto di agilità per ritrarre un’Anna Trulove dolente ma combattiva come da libretto, pressoché perfetta. Meno a fuoco vocalmente – pur centrando sostanzialmente la caratterizzazione del personaggio – la prova dell’antagonista Nick Shadow (Iain Paterson), forse un po’ ai confini del suo repertorio. Il mezzosoprano Jamie Barton fa il suo debutto all’Opéra de Paris portando in scena una Baba scoppiettante e rocambolesca, che domina la scena col suo magnetismo, specialmente nella riuscitissima scena dell’asta, anche se la tessitura acuta richiesta dal ruolo non le è congeniale quanto il registro grave, in cui dà il meglio di sé. Energico e squillante il banditore d’asta Sellem interpretato Rupert Charlesworth, mentre sostanzialmente credibili sono la Mother Goose di Justina Gringyté e il Mr. Trulove di Clive Bayley (pure un po’ appannato a tratti).
Ci troviamo dunque di fronte a una messa in scena e a una resa musicale con punte eccellenti e nel complesso interessanti, che però forse non riescono a trovare un equilibrio tra di loro. Il pubblico del Palais Garnier, pur inevitabilmente disorientato, sembra tutto sommato gradire.

Opéra Garnier
THE RAKE’S PROGRESS
Opera in tre atti
Musica di Igor Stravinskij
Libretto di Wystan Hugh Auden e Chester Kallman

Tom Rakewell Ben Bliss
Nick Shadow Iain Paterson
Anne Trulove  Golda Schultz
Trulove Clive Bayley
Baba the Turk Jamie Barton
Mother Goose Justina Gringyté
Sellem Rupert Charlesworth
Keeper of the Madhouse Vartan Gabriellan
Voices from the crowd Ayumi Ikehata, Frederic Guieu
A solo voice Laurent Laberdesque

Orchestra e Coro dell’Opéra Bastille
Direttrice Susanna Mälkki 
Direttore del coro Chien-Lien Wu
Regia e luci Olivier Py
ripresa Josephine Kirch
Costumi Pierre-André Weltz

Parigi, 4 dicembre 2024

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