La vendemmia di Giuseppe Gazzaniga torna in scena per la prima volta dal 1809 sabato 10 e domenica 11 gennaio 2026 al Teatro Ristori di Verona, in una nuova produzione del Conservatorio “E. F. Dall’Abaco”. A dirigere I Virtuosi Italiani è Leon Frantzen Malesani, con la regia di Filippo Rotondo e scene e costumi di Matilde Folli. I ruoli sono affidati a giovani cantanti vincitori di un bando internazionale. La produzione si inserisce nel progetto PRIN “MTNT – Music Theatre & New Technologies”, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca – Next Generation EU. L’edizione critica dell’opera è a cura di Eugenio Poli, autore di questo articolo.
Nella storia della musica e nel panorama dell’opera italiana del secondo Settecento, Giuseppe Gazzaniga è oggi un nome poco frequentato. Lo si ricorda soprattutto per aver composto un Don Giovanni pochi mesi prima di Mozart, opera che all’epoca riscuote un successo tale da mettere temporaneamente in ombra quella del genio salisburghese.
Dietro il dramma giocoso sul dissoluto punito si estende però un corpus ricchissimo di oltre quaranta opere, tra repertorio serio e comico, alcune delle quali figurano tra i titoli più rappresentati del secondo Settecento. Agli occhi dei contemporanei Gazzaniga appare come uno dei compositori più affermati e presenti sulle scene europee.
Nato probabilmente in Lombardia tra il 1734 e il 1737 e morto nel 1818, Gazzaniga costruisce una carriera brillante soprattutto nel campo dell’opera buffa e del dramma giocoso, genere nel quale sa coniugare efficacia teatrale, invenzione musicale e uno sguardo sorprendentemente critico sulla società del suo tempo. Il successo arriva con La locanda e con L’isola di Alcina, entrambe del 1771 su libretto di Giovanni Bertati. A consacrarlo definitivamente è però La vendemmia (1778), opera che gli garantisce una fama europea e una circolazione eccezionale per oltre trent’anni.
La notorietà di Gazzaniga non si esaurisce con la sua vita. Franz Joseph Haydn rielabora alcune arie tratte da L’isola di Alcina e da La vendemmia dopo averne curato le rappresentazioni al teatro degli Esterházy. Gioachino Rossini cita il Don Giovanni gazzanighiano nel Barbiere di Siviglia, mentre Lorenzo Da Ponte lo ricorda nelle sue Memorie del 1823. Sono inoltre attestate esecuzioni del repertorio sacro di Gazzaniga fino alla seconda metà dell’Ottocento.
La vendemmia, su libretto di Giovanni Bertati, debutta il 15 maggio 1778 al Teatro della Pergola di Firenze. Il dramma giocoso conquista immediatamente pubblico e critica, arrivando a contare circa cento riprese e allestimenti in tutta Europa. L’opera viene rappresentata a Vienna, Barcellona, Praga, Dresda, Berlino, Londra, Parigi, Madrid e Lisbona, oltre a numerose riprese in Italia documentate fino al 1809. Insieme a Don Giovanni Tenorio, costituisce uno dei capisaldi delle stagioni teatrali europee tra gli anni Ottanta del Settecento e il primo decennio dell’Ottocento. Eppure, se Don Giovanni e L’isola di Alcina hanno conosciuto negli ultimi anni una certa riscoperta sulle scene, La vendemmia resta sorprendentemente assente dai palcoscenici moderni, nonostante la fortuna straordinaria avuta in origine.
Ambientata durante la vendemmia nel feudo del Marchese di Poggio Antico, l’opera intreccia una vicenda amorosa ricca di equivoci, travestimenti e colpi di scena. Al centro si colloca il triangolo tra il Marchese Don Achille, la sua promessa sposa Donna Artemisia e Agatina, creduta pastorella, la cui vera identità verrà svelata soltanto nel finale. Completano il quadro il Conte Zeffiro, ingordo e pasticcione; Don Fausto, un nobile innamorato e non ricambiato da Donna Artemisia; Cardone, contadino del villaggio che pretende a tutti i costi di sposare la pastorella; e Lauretta, serva di Donna Artemisia e vittima anch’essa delle smanie amorose. Tra gelosie, macchinazioni e tentati omicidi, la storia conduce a un lieto fine che ribalta gerarchie sociali e sentimentali.
Sotto la superficie comica, La vendemmia rivela una notevole modernità. Ben prima di Beaumarchais e della trilogia Mozart-Da Ponte, Bertati e Gazzaniga offrono un ritratto pungente e orizzontale della società, criticando tanto i personaggi nobili quanto quelli plebei, nel solco del modello goldoniano. In questa prospettiva, l’opera può essere letta anche come una sorta di parodia de La Cecchina di Niccolò Piccinni, in cui all’ideale di onestà e purezza d’animo si sostituiscono macchinazioni, raggiri e ambiguità morali.
Anche dal punto di vista musicale l’opera colpisce per l’unità drammaturgica e per una costruzione tutt’altro che episodica. Gazzaniga non si limita ad accompagnare il testo, ma organizza l’intera partitura secondo una visione coerente e ricca di rimandi interni: basti pensare alle tre identiche cavatine di furore affidate ai tre antagonisti, o ai recitativi accompagnati collocati nella medesima posizione nei due atti. Particolarmente impressionanti risultano i due ampi finali d’atto, entrambi di oltre cinquecento battute e di circa venti minuti ciascuno. Lungi dall’essere momenti statici, soprattutto il secondo finale segna una vera svolta drammatica, anticipando soluzioni che diventeranno centrali nell’opera comica di fine secolo.
Si tratta, pertanto, di un prodotto alto e significativo, tanto per la sua drammaturgia e poesia – affidate agli elevati ma sottili versi di Bertati – quanto per una musica capace di essere brillante, elegiaca e, quando necessario, persino spettrale, tra echi tardo-galanti, forme classiche e sensibilità preromantiche.
Riscoprire La vendemmia significa dunque riportare alla luce non solo un successo dimenticato, ma anche un tassello fondamentale della storia del teatro musicale europeo, capace di parlare ancora oggi con sorprendente lucidità e ironia.

