Nel Novecento musicale non sono poche le soddisfazioni per il tema del fantastico nel teatro musicale: una interessante curiosità “spettrale” del Novecento è l’opera (purtroppo incompiuta) di Debussy: La chute de la maison Usher (La caduta della casa Usher) dall’omonimo racconto gotico di Edgar Allan Poe, dove la sepolta viva Lady Madeline compare alla vista del fratello Roderick Usher nel suo sudario insanguinato prima che la dimora avita sprofondi negli abissi della terra. Il compositore, appassionato lettore di Poe, iniziò a scriverla nel 1908 ma non gli riuscì di completarla a causa della sua improvvisa morte nel 1918. L’opera, di cui restano 400 frammenti, è stata “ricostruita” più volte a partire dal 1970. La registrazione EMI del 1984 diretta da Georges Prêtre con la Montecarlo Philharmonic Orchestra si basa sulla ricostruzione musicale del 1979 a opera del compositore cileno Juan Allende-Blin. Si devono poi ricordare la messa in scena italiana del 2018 nel centenario della morte di Debussy grazie alla Fondazione Paolo Grassi di Martina Franca con una ottima commistione di parti narrate (da Sandro Cappelletto) e cantate (un soprano, due baritoni e un basso) e l’edizione del Nationaltheater Opernhaus di Mannheim del 2019 con il soprano sudafricano Estelle Kruger nel ruolo del “fantasma” di Lady Madeline. Stranamente nessun altro compositore si è mai rifatto al corpus dei racconti di Poe per trovare una narrazione adatta a un suo dramma in musica.
Ho già citato E.T.A Hoffmann come musicista e compositore dell’opera Undine (altri suoi titoli operistici sono invece ormai scomparsi da tempo anche dalle scene tedesche), ma forse la sua fama maggiore è stata quella di scrittore di racconti fantastici e noir, molti dei quali sono stati riadattati da musicisti nel corso del secolo successivo. È stato celebrato degnamente da Jacques Offenbach nella sua opera più conosciuta Les contes d’Hoffmann che si ispira soprattutto a suoi tre racconti fantastico-demoniaci L’uomo della sabbia (episodio di Olympia), La notte di San Silvestro, La storia del riflesso perduto (episodio di Giulietta) e Il consigliere Crespel (episodio di Antonia) oltre che a qualche elemento sottratto anche a Il vaso d’oro e a Il piccolo Zaccheo (traduzione italiana di Kleinzach) detto Cinabro.
In epoca più moderna uno dei racconti meno noti di Hoffmann La signorina de Scudery, un noir e probabilmente il primo racconto di genere poliziesco della storia letteraria con la presenza di un serial killer, diventerà, con molte semplificazioni nella trama, l’opera Cardillac (1926) di Paul Hindemith. Di rarissima esecuzione, si deve ricordare l’edizione scaligera del 1987 con la direzione di Sawallisch e la regia di Jean-Pierre Ponnelle. Cardillac è la storia dell’orafo omonimo che, nella Parigi nel XXII secolo uccide le sue vittime soltanto per tornare in possesso dei gioielli da lui realizzati e venduti. Anche la discografia di questo titolo è piuttosto scarsa, ma la registrazione della Deutsche Grammophon con protagonista Dietrich Fischer-Dieskau è da segnalare.
Non si può dimenticare poi la figura inquietante del cosiddetto doppelgänger, il doppio, il sosia, il gemello maligno o un duplicato spettrale riprodotto in bilocazione di una persona reale; di tradizione tedesca il “doppio” è presente in vari racconti fantastici come Il ritratto di Dorian Gray di Wilde, William Wilson di Edgar Allan Poe, Gli elisir del diavolo di Hoffmann, Il capro espiatorio della Du Maurier e molti altri. Nell’ambito operistico si possono ricordare Die tote Stadt (La citta morta) di E.W. Korngold, opera simbolista del 1919 influenzata da Maeterlink e Poe, dove la moglie morta e venerata macabramente dal protagonista “ritorna in vita” attraverso una gemella “maligna”, così come L’affare Makropoulos che Janáček compose dal 1923 al 1925. Quest’ultimo è capolavoro assoluto di opera fantastica, dove si narra di filtri capaci di prolungare la vita fino e oltre i trecento anni e di una cantante misteriosa che assume le identità di altre donne con il passare dei secoli. Riguardo a questo titolo non si può non citare la regia e l’allestimento di Luca Ronconi nato per il Teatro Regio di Torino (poi ripreso anche a Milano vent’anni dopo) del 1993. Ronconi nello stesso anno curò sempre a Torino anche la regia dello spettacolo di prosa con Mariangela Melato nel ruolo della protagonista, mentre nella versione musicale vi era ancora una volta la seducente e ambigua Rajna Kabaivanska.
Negli stessi anni di composizione delle due sopra citate opere, Béla Bartok componeva il suo unico titolo operistico: Il castello del principe Barbablù, opera tratta dalla nota fiaba nera di Perrault (ma ispirata anche dalla sua rilettura di Maeterlink, autore del libretto dell’opera Ariane et Barbe-Bleue di Paul Dukas del 1907), e inserita in un contesto artistico ed estetico fortemente connesso all’impressionismo-simbolismo francese (ma anche fortemente debitrice dell’espressionismo tedesco), in un momento storico in cui le favole venivano reinterpretate in chiave psicanalitica. Judith, la protagonista, aprendo le sette porte compie un viaggio metaforico nel suo inconscio, alla ricerca di sé stessa, in un percorso iniziatico, che porterà alla luce, oltre alle mogli di Barbablù anche la sua liberazione dal marito-padrone e la sua autoaffermazione come donna. La musica quasi “materica” e descrittiva, con un uso sinistro, come sarà anche in Britten, di celesta, arpa e flauto, si liquefà nelle lacrime che trasudano dalle mura del castello e si bagna del sangue che ricopre fiori e strumenti di tortura.
Unico autore italiano che, del tutto casualmente e non per un suo interesse precipuo, tocca un argomento fantastico è stato Gian Carlo Menotti, musicista poco rappresentato in Italia, ma che gode ancora di grande favore all’estero. The medium fu infatti composta nel 1946 in lingua inglese per il pubblico americano, e solo successivamente tradotta in italiano; il compositore, che era rimasto molto impressionato dall’aver assistito a una seduta spiritica dieci anni prima, utilizzò un tale spunto autobiografico per realizzare questo melodramma, diciamo, verista, molto lontano musicalmente dalle avanguardie musicali del periodo storico in cui visse. Per la sua breve durata (circa un’ora), per l’argomento che desta curiosità e per il contenuto musicale di facile ascolto, questa è l’opera di Menotti più rappresentata nel mondo, e che divenne addirittura un film nel 1951.
Avvicinandoci ai giorni nostri è interessante ricordare The Ghosts of Versailles, un’opera lirica da noi poco nota, ma andata in scena nel 1991 al Metropolitan di New York con un eccezionale trio di primedonne: Teresa Stratas, Marilyn Horne e Renée Fleming. Scritta dal compositore italo-americano (classe 1938) John Corigliano, l’opera, di un genere a metà strada tra il grand opéra e l’opera buffa, in realtà di misterioso o di tenebroso non ha quasi nulla, né nella trama (un bizzarro pastiche meta-teatrale con i fantasmi di Maria Antonietta e di Beaumarchais innamorati) né nella musica, se non che tutti i suoi protagonisti sono…fantasmi!
Forse più intrigante Akhnaten, l’opera che il minimalista Philip Glass compose nel 1983 basandosi sulla vita del faraone egizio Akhenaton. Nella letteratura e nel cinema, l’antico Egitto è stato spesso utilizzato a fini orrorifici sempre congiunto principalmente al culto delle mummie e dell’immortalità nell’aldilà, a partire già da Edgar Allan Poe con Some words with a mummy o a Arthur Conan Doyle con il suo romanzo La mummia, passando per il romanzo Il gioiello delle sette stelle di Bram Stoker; nel nuovo secolo poi, dopo la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922 è stato tutto un fiorire di maledizioni di Faraoni, con il risultato di una una serie infinita di film che a partire dal 1932 hanno visto protagoniste mummie redivive. Nell’opera di Glass, andata in scena grazie a MITO nel 2015, prima al Lingotto di Torino e poi al Piccolo di Milano, la paura legata al mondo dei culti sepolcrali è strisciante e più sottile, e si evidenzia soprattutto nel corteo e banchetto funebre in onore della morte del padre del Faraone, con pagine cantate tratte direttamente dai rituali di sepoltura del Libro dei morti degli antichi egizi.
Il compositore russo Alexander Raskatov (classe 1953) si è occupato ben due volte di tradurre in musica trame decisamente noir: nell’attesa di vedere prima o poi anche in Italia il suo Il pozzo e il pendolo, tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, possiamo ricordare il suo perturbante Cuore di cane (su libretto di Cesare Mazzonis), tratto dal romanzo “fantascientifico” di Bulgakov: cosa ci può essere di più disturbante di un cuore umano trapiantato nel petto di un cane? Bulgakov poneva nel sottotesto una evidente e pesante satira al regime sovietico dell’epoca, ma la sua narrazione può essere attualizzata come critica a qualunque dittatura ci sia oggi nel mondo. Lo spettacolo di Amsterdam poi, con la regia di Simon McBurney (rappresentato nel 2013 anche alla Scala) si avvale di un cane-burattino, animato in modo eccellente dai maestri burattinai, che getta sullo spettatore un’ombra di reale e inquietante angoscia.
Sono parecchi i teatri d’opera poi che hanno leggende legate alla presenza di spettri e esseri sovrannaturali che si aggirerebbero tra le loro quinte, retropalchi e camerini. Come il Teatro Massimo di Palermo con il fantasma della cosiddetta “monachella”, la Madre Superiora del monastero dell’Immacolata Concezione che venne raso al suolo per fare posto al nuovo magnifico teatro, che si aggirerebbe di notte. Oppure l’inglese Teatro Royal Drury Lane con il suo “man in grey” abbigliato come un gentiluomo del XVIII secolo, o il Teatro delle Muse di Ancona con il suo fantasma di una donna dalle chiome fluenti; o come i fantasmi dei 600 spettatori andati a fuoco nel rogo nel 1926 dell’Oriental Theatre di Chicago; e , sempre oltreoceano, il fantasma di una donna vestita di pizzo avvistata molte volte nel Palace Theatre di Los Angeles. Non si può nemmeno dimenticare il fantasma dell’Opéra Garnier di Parigi, quel pianista Ernest, sfigurato in un incendio e protagonista del romanzo di Gaston Leroux Il fantasma dell’Opera. Ma il più famoso di tutti è senza dubbio lo spettro di Maria Callas avvistato, pare, nel loggione del Teatro alla Scala. Speriamo tutti che questo fantasma sia ancora dotato di corde vocali.
In copertina, un’immagine del Castello del principe Barbablù
al Teatro Verdi di Trieste – Photo: Fabio Parenzan

