La fanciulla del West – Kaufmann, Stemme, Welser-Möst, Marelli (Sony Classical DVD)

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“Ci siamo! La Girl promette di diventare una seconda Bohème, ma più forte, più ardita e più ampia” scriveva Giacomo Puccini a Giulio Ricordi nel 1907, tre anni prima del debutto de La fanciulla del West al Metropolitan di New York avvenuto il 10 dicembre 1910 con la direzione di Arturo Toscanini ed un cast prestigioso: Enrico Caruso, Emmy Destinn e Pasquale Amato nei tre ruoli principali.
Certo, il desiderio, la profezia di Puccini non si sono avverati: se è vero che La fanciulla del West rappresenta un must per i cultori del teatro musicale, è altrettanto vero che l’opera non è riuscita e non riesce ad insidiare la popolarità di Bohème, Tosca, Madama Buttefly e Turandot nel cuore dei melomani. Eppure la Fanciulla ha avuto estimatori illustri tra cui Anton Webern, uno tra i massimi esponenti della dodecafonia.
L’edizione presentata da Sony Classical riprende uno spettacolo realizzato nel 2013 al Teatro dell’Opera di Stato di Vienna con regia, scene e luci di Marco Arturo Marelli e costumi di Dagmar Niefind. Chi si aspettasse una mise en scène oleografica, didascalica, puntigliosa, andrà sicuramente deluso. Ci sono anzi molte licenze rispetto a quanto previsto dal libretto di Civinini e Zangarini: l’ambientazione negli anni ’60/’70 del secolo scorso, un hangar molto “metallico” al posto del tradizionale saloon in stile western, la capanna di Minnie somigliante più ad una roulotte che ad una baita montana. Ci sono scelte registiche originali: ad esempio, l’idea di sostituire il cantastorie del campo con un registratore a cassette che riproduce il canto di Wallace mentre i minatori ascoltano commossi, funziona molto bene; meno plausibile l’idea di far partire i due innamorati nel finale su di una variopinta mongolfiera, così che l’end inclina un po’ troppo sul versante happy, laddove la musica evoca un senso di profonda malinconia. Eppure, da una visione d’assieme di questo allestimento, si può affermare che c’è tutto quello che Puccini e i suoi librettisti richiedono per La Fanciulla del West.
Ottima la direzione e la concertazione Franz Welser-Möst a capo dell’Orchestra dell’Opera di Vienna: tutte le finezze e i preziosismi di questa musica sono resi con pertinenza ed eleganza, facendo emergere con pari efficacia il versante intimistico e la violenza fonica, da un lato senza rinunciare alla sontuosità del suono, dall’altro senza prevaricare il palcoscenico. Sicuramente, l’ottima ripresa audio giova a tutto questo.
L’opera prevede una nutrita schiera di personaggi di contorno che costituisce uno degli elementi di interesse di questo lavoro pucciniano. Tutti gli interpreti sono all’altezza dei ruoli che interpretano, sia scenicamente, sia vocalmente. Per qualcuno dei comprimari c’è indubbiamente l’ostacolo della poca dimestichezza con la lingua italiana. Ma indubbiamente Marco Arturo Marelli ha fatto un grande lavoro sui personaggi, naturalmente non solo sui comprimari, ma soprattutto sul trio dei protagonisti.
Va da sé che lo spettacolo sembra costruito sul divo del momento, Jonas Kaufmann. Sulla vocalità di Kaufmann si possono fare molte considerazioni: il timbro brunito della sua voce affascina indubbiamente, alcuni suoni dove tenta la mezza voce o il piano hanno un che di artificioso, spesso si avverte una sorta di difficoltà nel passaggio di registro…tutto vero. Ma in questo allestimento Kaufmann è Ramerrez: lo è per il dominio della scena, da attore consumato, per la generosità vocale, per l’impeto e il sentimento che pone a servizio del personaggio, per i giusti tempi teatrali tra quello che canta e quello che agisce. Crede nel suo personaggio e fa bene. L’opera è teatro e Kaufmann qui lo dimostra.
Nina Stemme ha voce sicuramente adatta a Minnie. È un’ottima Minnie. Affronta le difficoltà del ruolo con determinazione e coraggio: certo la puntatura che chiude “Laggiù nel Soledad” è un po’ fortunosa, ma è accaduto anche ad altri famosi soprani, per cui onore al merito. La sua Minnie cresce nel secondo atto, dove domina lo spessore dell’orchestrazione e dove si contrappone con veemenza, ma sempre nel canto, alle insidie dello sceriffo. Peccato per la scelta di non cantare la frase “Tre assi e un paio”, come Puccini vorrebbe, a favore del parlato di tradizione.
Tomasz Konieczny impersona lo sceriffo Jack Rance. Konieczny ha un timbro aspro, tagliente, non particolarmente omogeneo nei vari registri: in basso piuttosto scuro, quasi tenorile in alto. Nel complesso risolve i punti focali del suo ruolo. Vale in particolare per lui il discorso sulla dimestichezza con la lingua italiana, aspetto compensato dalla costruzione del personaggio, un Rance sconfitto sin dalle prime battute dell’opera, un po’ come se fosse consapevole dell’esito della vicenda fin dall’inizio.
Una menzione particolare va riservata alla ripresa video dello spettacolo, realizzata con un perfetto taglio cinematografico, così che in alcuni momenti si ha l’impressione di assistere ad un film. Il cofanetto Sony è piuttosto scarno: il booklet riporta la trama soltanto in inglese e non si trovano note sull’opera e sulla regia dello spettacolo. Sottotitoli in italiano, inglese, francese e tedesco; nessun contenuto extra. In ogni caso un’edizione interessante che non sfigurerà sugli scaffali degli appassionati dell’opera in dvd.

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