Nel vasto arcipelago delle riscoperte vivaldiane, dove la filologia rischia talvolta di diventare esercizio sterile o, peggio, pretesto per operazioni arbitrarie, questa incisione de La Costanza trionfante degl’Amori, e degl’Odii, edita da Passacaille, si impone invece come un raro esempio di equilibrio fra rigore e vitalità musicale. Non tanto – o non solo – per l’importanza del titolo, quanto per la qualità di un’esecuzione, affidata a Federico Maria Sardelli e a Modo Antiquo, che riesce a restituire senso teatrale a un corpus inevitabilmente frammentario.
Come noto, tra le oltre novanta opere dichiarate da Antonio Vivaldi nel 1739, solo una minima parte è giunta fino a noi in forma integra. Il progetto discografico presenta per la prima volta tutta la musica superstite dell’opera, ricostruita attraverso un paziente lavoro di ricerca tra manoscritti dispersi, arie riutilizzate in altri lavori e fonti europee spesso incomplete o corrotte. Composta per il carnevale veneziano del 1716 al Teatro San Moisè, su libretto di Antonio Marchi, La Costanza conobbe un ampio successo e numerose riprese in Italia e all’estero fino agli anni Trenta del Settecento.
Il punto di partenza della ricostruzione è costituito da sette arie (più un frammento di duetto) riemerse nel 2001 grazie agli studi di Faun Tanenbaum Tiedge e Michael Talbot. A queste si sono aggiunti ulteriori numeri identificati attraverso il riuso vivaldiano in opere successive come Il Teuzzone e Ercole sul Termodonte, nonché tramite fonti periferiche legate alle riprese europee.
Il merito principale del progetto risiede nella scelta, tanto semplice quanto radicale, di non “completare” ciò che il tempo ha mutilato. In un panorama in cui l’ansia di restituire presunte integrità produce spesso pastiche moderni più o meno legittimi, qui si opta per una via sottrattiva: lasciare che siano le arie superstiti a parlare, senza sovrastrutture. E sorprende quanto questo frammento – 18 numeri sui 35 originari – riesca a vivere di luce propria, delineando con chiarezza affetti, situazioni, contrasti.
L’esecuzione si distingue per una consapevolezza stilistica che rifugge ogni calligrafismo. L’ensemble strumentale, limitato ad archi e basso continuo secondo quanto attestato dalle fonti, costruisce un tessuto sonoro compatto ma flessibile, capace di sostenere il canto senza mai irrigidirsi in un accompagnamento neutro. C’è, al contrario, una continua respirazione interna, un senso del gesto che restituisce alla scrittura vivaldiana quella mobilità nervosa che le è propria.
Sul piano vocale, l’impressione è di un cast ben calibrato, attento più alla resa espressiva che al mero virtuosismo esibito. Le arie scorrono con naturalezza, evitando sia l’enfasi barocchistica di maniera sia quella levigatezza un po’ astratta che spesso affligge certo Vivaldi discografico. Qui, invece, la parola torna ad avere peso: si avverte un lavoro puntuale sull’articolazione del testo, sulla varietà degli accenti, sulla costruzione delle dinamiche interne. Particolarmente riusciti risultano i momenti in cui la scrittura si fa più intima, quasi sospesa – come nelle arie di carattere elegiaco – dove interpreti e strumenti trovano un equilibrio di rara finezza. Ma anche nei brani più brillanti o marcatamente ritmici non manca una certa misura, che evita ogni compiacimento e mantiene saldo il profilo drammatico.
Valeria La Grotta dispiega un canto di adamantina purezza, senza mai perdere intensità espressiva. Cecilia Molinari coniuga la consapevolezza stilistica alla ben nota capacità di dare senso e pregnanza alla parola, mentre Valentino Buzza mette la sua robusta vocalità a servizio di una lettura che unisce slancio e misura. Completa il cast l’incisiva presenza di Biagio Pizzuti, voce agile e intonata.
Certo, l’ascolto non può prescindere dalla consapevolezza della lacuna: manca il respiro complessivo dell’opera, il disegno dei recitativi, la funzione del coro finale. E tuttavia, proprio in questa incompiutezza, si insinua il fascino più sottile dell’incisione. Come accade di fronte a un affresco mutilo, è lo spettatore – o l’ascoltatore – a colmare gli spazi, guidato però da una materia sonora che, qui, appare tutt’altro che residuale. Ne emerge il ritratto di un Vivaldi operista meno stereotipato di quanto certa vulgata abbia tramandato, più vario, più teatrale. E soprattutto vivo. 




Antonio Vivaldi
LA COSTANZA TRIONFANTE, RV 706-A
Prima incisione assoluta
Cecilia Molinari, mezzosoprano
Valeria La Grotta, soprano
Valentino Buzza, tenore
Biagio Pizzuti, basso
Modo Antiquo
Direttore Federico Maria Sardelli
Etichetta: Passacaille
Formato: CD
Registrato presso l’Oratorio di San Francesco,
Firenze, luglio 2025

