Repubbliche marinare, grande storia, complotti, amore e mare. Da una parte la costiera ligure, dall’altra la laguna veneziana. Questi i temi dei due libretti a firma Arrigo Boito – in un caso nelle vesti di revisore, nell’altro sotto pseudonimo-anagramma – sulle musiche di Verdi e Ponchielli. Ovviamente stiamo parlando di Simon Boccanegra e della Gioconda.
L’opera di Verdi torna alla Staatsoper di Vienna nell’ormai storico allestimento di Peter Stein. Pur essendo in repertorio da oltre vent’anni, la messinscena appare ancora di grande effetto e convince senza mostrare segni di stanchezza o sciatterie di ripresa.
L’impianto registico e scenico è tradizionale: costumi d’epoca, spade, castelli, torce in fiamme, ma tutto è estremamente curato e verosimile. Numerosi i cambi di scena, che restituiscono i luoghi del potere e dei sentimenti dei personaggi. L’allestimento non cade mai nel banale o nello stucchevole grazie a un perfetto bilanciamento tra scene realistiche e tele dipinte – la Genova notturna del Prologo o la sala del Consiglio del primo atto – e soluzioni più stilizzate e simboliche, quali il giardino ligure di Amelia, dove si scorge il mare da un drappo bianco che emerge dal fondale scenico, o le stanze di Simon Boccanegra nella totale oscurità fra porte, un canapè e un tavolo sulle sfumature fra il carminio e il nero. Il cambio di scena è sempre teatralmente efficace e non si avverte lo scarto poiché trait d’union è sempre la recitazione, piuttosto curata e meno tipizzata di quanto ci si potrebbe aspettare da una ripresa di un allestimento storico. Particolarmente riuscito il lavoro di trucco e parrucco tra Prologo e primo atto, che restituisce con efficacia e verosimiglianza il salto temporale di venticinque anni, attraverso capelli imbiancati, barbe e lineamenti segnati. L’apice viene raggiunto nel finale, quando il corpo senza vita del doge viene coperto da un regale drappo d’oro e sollevato in un corteo funebre sul diminuendo finale dell’orchestra.
Alla riuscita dell’allestimento, si affianca l’alto livello della parte musicale. Raramente si assiste a una recita con un cast così affiatato, dal protagonista ai comprimari, tutti dotati di voci grandi, svettanti e capaci tanto nel canto quanto nella recitazione.
Simon Boccanegra è Ludovic Tézier, baritono che ha fatto del doge genovese uno dei suoi cavalli di battaglia. Fin dal Prologo cattura l’attenzione per l’ampiezza di una voce che riempie la sala viennese; lo strumento è governato alla perfezione; il timbro è morbido e il fraseggio di un’aristocratica compostezza. Convince tanto nei momenti tesi e drammatici, quanto in quelli più intimi e patetici, come nel “figlia” rivolto ad Amelia e risolto con un pianissimo di rara intensità.
Il Gabriele Adorno di Francesco Meli sortisce nel primo atto fuori scena cantando “Cielo di stelle orbato” e già da queste prime frasi lascia intuire la qualità della prova. La voce, oggi più robusta e scura rispetto al passato, resta assai duttile e ben proiettata. A voce piena lo strumento è ampio e ben sostenuto nell’emissione. Meli rimane un artista di grande intelligenza, conscio delle proprie capacità e potenzialità: sa alleggerire, sfumare e rifinire senza mai eccedere. Un esempio di canto all’italiana sempre più raro.
Federica Lombardi è perfetta nel ruolo di Amelia. La voce è omogenea in tutti i registri, con gravi solidi e acuti svettanti e ben timbrati. La proiezione è eccellente, così come le capacità di utilizzare tutta la tavolozza di colori e dinamiche tra forti e piani. Si apprezzano assai anche gli accenti, il fraseggio e – qua e là – il canto di conversazione, del tutto in stile con il linguaggio del tardo Verdi.
Molto bene anche il Fiesco di Kwangchul Youn, che emerge per il fraseggio nitido e il timbro scuro e vellutato, perfetto contraltare del Doge di Tézier. Una menzione anche per il Paolo di Attila Mokus dalla spiccata musicalità e dal buon canto sulla parola.
Il merito principale va però a Marco Armiliato, che governa buca e palcoscenico con raro equilibrio. Nel Preludio, attraverso rubati, agogiche fluttuanti, e piani e pianissimi richiesti a legni e archi, riesce a rendere plastica e concreta l’atmosfera marina evocata da Verdi. Dalla buca emerge l’odore della salsedine, il profumo della flora ligure, la stessa che pochi decenni dopo sarebbe stata cantata da Eugenio Montale. Nella pagina strumentale che descrive il giardino costiero di Amelia, sembra di scorgere l’orizzonte dalla Torre di Sem Benelli tra Zoagli e Porto Carlo Riva. Ma Armiliato si impone anche nella scena del Senato, nei momenti drammatici e concitati, mantenendo saldo il controllo dell’insieme e ottenendo sonorità piene senza coprire le voci.
L’Orchestra della Wiener Staatsoper risponde con precisione e qualità di suono. Molto bene anche il Coro, sia in scena che nei momenti fuori scena, come nel Miserere notturno, intonato su un pianissimo udibile e intenso al tempo stesso.
Al termine, il pubblico tributa quasi venti minuti di applausi, con ovazioni e ripetute chiamate, a conferma del successo di una delle produzioni più riuscite della stagione. 




Wiener Staatsoper – Stagione 2025/26
SIMON BOCCANEGRA
Melodramma in un prologo e tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave e Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi
Simon Boccanegra Ludovic Tézier
Jacopo Fiesco Kwangchul Youn
Amelia Grimaldi Federica Lombardi
Gabriele Adorno Francesco Meli
Paolo Albiani Attila Mokus
Pietro Evgeny Solodovnikov
Un capitano dei balestrieri Andrew Turner
Un’ancella di Amelia Maria Zherebiateva
Orchestra e Coro della Wiener Staatsoper
Direttore Marco Armiliato
Regia Peter Stein
Scene Stefan Mayer
Costumi Moidele Bickel
Allestimento della Wiener Staatsoper
Vienna, 21 aprile 2026

