Quando l’orchestra della Wiener Staatsoper attacca con il solo del clarinetto la Salome di Richard Strauss e poco dopo entra Narraboth cantando “Wie schön ist die Prinzessin Salome heute Nacht!”, il sipario si alza svelando l’interno di un elegante salotto, nell’allestimento di Cyril Teste. Al centro della sala da pranzo vi è una lunga tavola imbandita alla quale cenano Erode, Erodiade e la corte. Il grande tavolo bianco svetta fra mura, arredi e tende bianche e crema, che tanto trovano corrispondenza con i versi del libretto di Hedwig Lachmann (tratto da Oscar Wilde) dedicati alla luna, “fiore d’argento” e “avorio”.
La luna, vera protagonista (almeno) della prima scena dell’opera, appare prepotentemente nel ledwall del fondale scenico proiettato dietro alla ricca tavola. Dagli arredi contemporanei e dai costumi signorili – fra divise militari, blazer e abiti di gala – la vicenda biblica è trasposta al giorno d’oggi. Fra deserto e luna che si scorgono dal palazzo, e dalle ampie vetrate e tende che svettano, di un lusso asettico, potremmo trovarci nell’appartamento di un Erode contemporaneo, a Gerusalemme, a Doha o a Dubai. Poco prima dell’apparire della luna piena color avorio, mentre Narraboth decanta la bellezza della principessa, ecco apparire Salome con un passo lento e regale, avvolta in un abito – ovviamente – bianco come la luna, mentre viene ripresa da un operatore e proiettata sul fondale stesso. Quello stesso cameraman ritornerà in scena, durante la Danza dei sette veli, per filmare il ballo lussurioso, mentre Erode, ormai impotente, si perde fra l’osservare la figliastra dal vivo e sullo schermo. Dopo la danza e il giuramento del re, quella stessa luna si fa rossa e, man mano che il dramma procede verso il suo esito inesorabile, viene coperta da nubi nere, fino a trasformarsi nel finale in uno schermo color sangue. Il culmine si raggiunge nell’epilogo, con Salome, di spalle e in piedi sul tavolo, il vassoio d’argento con la testa mozzata del Battista fra le mani, mentre due soldati stanno per fucilarla su ordine di Erode. Il sipario si chiude un istante prima dello sparo.
Si tratta, certo, di una libertà registica assente dal libretto, ma di forte impatto teatrale. I veri limiti della produzione sono altri. Da un punto di vista scenico, convince poco la presenza di due doppi di Salome – entrambe giovani ragazze bionde vestite di bianco, una attrice e l’altra ballerina – con cui la protagonista si avvicenda durante la danza. La loro presenza appare stucchevole e incrina, per un momento, quel realismo che l’allestimento riesce invece generalmente a mantenere, tanto nella recitazione dei cantanti quanto in quella delle comparse. Inoltre, la scelta di sottolineare la natura incestuosa e pedofila di Erode attraverso questi “doppi giovani” risulta ridondante, essendo tale dimensione già chiaramente presente tanto nel libretto quanto nella partitura.
Il secondo elemento debole riguarda invece una scelta più musicale che registica: la microfonazione degli interventi del Battista dalla sua prigione, collocata sotto il centro del palcoscenico. Questa fa perdere armonici e naturalezza agli interventi sacrali e ieratici del profeta; inoltre, in un momento della terza scena, il microfono non funziona correttamente, rendendo quasi inudibile una delle sue tirate. Sarebbe stato necessario trovare un’altra soluzione.
Tolte queste riserve, però, lo spettacolo funziona assai bene sul piano musicale. Lidia Fridman, al debutto alla Wiener Staatsoper, convince pienamente come Salome. Il soprano russo, ma di formazione italiana, sfoggia la sua ormai nota voce dal timbro scuro e ambrato, perfettamente adatto alla principessa israelita. La voce è ampia, il fraseggio sentito, ed emergono tutte le sfaccettature psicologiche del personaggio. Fridman possiede inoltre un registro grave molto particolare, quasi una firma personale, che si impone con vigore: sebbene di grande fascino e carico di sensualità, appare talvolta artificioso. Gli acuti svettano sicuri, mentre il vibrato largo sembra una scelta estetica pienamente consapevole.
Assai efficaci risultano quelle frasi ripetitive e meccaniche — “Voglio la testa del Battista” — cantate da Fridman senza espressività, quasi come un automa, rendendo perfettamente l’ossessione della protagonista e trasportando sulla scena quella coazione a ripetere di matrice psicanalitica di cui Salome sembra vittima. Ancora più notevole il pianissimo con cui rivela al patrigno il suo “premio”: un momento che restituisce insieme tensione, follia e palpitazione, creando un contrasto perfetto con la risposta terrificante di Erode sugli accordi fortissimi e dissonanti dell’orchestra. Va infine sottolineata la perfetta aderenza fisica e teatrale di Fridman al personaggio: giovane, altera, quasi distaccata nel suo sprezzante portamento regale, il soprano personifica Salome con rara aderenza. Lidia Fridman è Salome.
Benissimo anche l’Erode di Gerhard Siegel, che tratteggia un personaggio a tutto tondo. L’evoluzione psicologica del sovrano è resa manifesta dal continuo mutare dello stile: ora autoritario, con declamati e frasi sonore che sembrano lame al limite dello Sprechgesang, ora macabramente dionisiaco, con piani e legati, ora terrorizzato e a mani legate, con vani fortissimi, dopo aver promesso qualsiasi cosa a Salome. Il tenore sfoggia una voce ampia, con registri omogenei e la capacità di bucare sempre il muro sonoro dell’orchestra. Una prova maiuscola. Magistrale in questo senso il pianissimo, poco prima la richiesta del premio di Salome, con un nevrotico filato su “Sopra un piatto d’argento – sì, certo”, a cui risponde Fridman con quel soffio e messa di voce di cui dicevamo poc’anzi.
Si fa valere come Erodiade Monika Bohinec, membro della compagnia stabile del teatro. Il mezzosoprano opta giustamente per una lettura feroce della regina, con una linea vocale sempre sul forte e fortissimo, ma pur sempre regale e dal nobile fraseggio, considerando anche come Strauss raddoppi quasi sempre la parte con fortissimi e tutti orchestrali.
Eccellente il Narraboth di Daniel Jenz: tenore dalla voce chiara, luminosa, ben proiettata, con acuti brillanti e volume notevole, capace di riempire la sala della Staatsoper. Bene anche Tomasz Konieczny quale Jochanaan. Il basso-baritono convince soprattutto negli interventi cantati in scena, sfoggiando un timbro vellutato, registri omogenei e grande volume sonoro. Più problematici, come detto, i momenti fuori scena per via della microfonazione. Efficaci gli apporti dei cinque ebrei per insieme e precisione nelle entrate. Un po’ appannati invece i due nazareni di Attila Mokus e Jusung Gabriel Park. Corretti gli interventi del Paggio, Isabel Signoret, e dei due soldati, Simonas Strazdas e Dohoon Lee, entrambi dalla voce ben proiettata e salda.
Sebastian Weigle opta dal podio per una lettura vigorosa della partitura, capace di tenere insieme la frattura cromatica del rumore moderno – con forti e fortissimi negli accordi dissonanti – e la sensualità decadente del tardo romanticismo, attraverso un lavoro minuzioso su sfumature, colori e timbri, valorizzando legni, celesta e arpa. L’orchestra della Wiener Staatsoper firma una prova maiuscola per pulizia, intonazione e volume sonoro. Dalla buca non emerge soltanto il preziosismo orientale, ma anche l’odore acre della decomposizione morale della reggia di Erode: un lusso claustrofobico che trasuda sensualità e morte ai margini del deserto, dove la musica si fa carne e il delirio assume forma sovrana. Nella Danza dei sette veli, la tavolozza orchestrale si snoda fra cédez spossati e accelerandi febbrili, in un flusso sonoro che incastona gemme, sesso e attesa.
Al termine dell’ora e quaranta — letteralmente volata — il pubblico tributa un grande successo a tutta la compagnia, con punte di entusiasmo per Fridman, direttore e orchestra, salutati da quasi quindici minuti di applausi. 




Wiener Staatsoper – Stagione 2025/26
SALOME
Dramma in un atto
Musica di Richard Strauss
Libretto di Hedwig Lachmann
dal poema omonimo di Oscar Wilde
Herodes Gerhard Siegel
Herodias Monika Bohinec
Salome Lidia Fridman
Jochanaan Tomasz Konieczny
Narraboth Daniel Jenz
Ein Page der Herodias Isabel Signoret
Erster Jude Thomas Ebenstein
Zweiter Jude Andrea Giovannini
Dritter Jude Carlos Osuna
Vierter Jude Hiroshi Amako
Fünfter Jude Evgeny Solodovnikov
Erster Nazarener Attila Mokus
Zweiter Nazarener Jusung Gabriel Park
Erster Soldat Simonas Strazdas
Zweiter Soldat Dohoon Lee
Ein Kappadozier Michael Wilder
Ein Sklave Wolfram Igor Derntl
Orchestra e Coro della Wiener Staatsoper
Direttore Sebastian Weigle
Regia Cyril Teste
Collaborazione artistica Céline Gaudier
Scene Valérie Grall
Costumi Marie La Rocca
Luci Julien Boizard
Video Mehdi Toutain-Lopez
Video Live Kamera Rémy Nguyen
Coreografia Magdalena Chowaniec
Allestimento della Wiener Staatsoper
Vienna 10 maggio 2026

