Chiudi

Vienna, Wiener Staatsoper – Manon

Era il 1731 quando l’Abbé Prévost dava alle stampe Histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut, probabilmente senza immaginare la fortuna che quella storia avrebbe avuto nei secoli successivi: romanzo scandaloso, poi opera lirica, e infine uno dei balletti narrativi più intensi del Novecento grazie a Kenneth MacMillan.

Alla Wiener Staatsoper, Manon commuove profondamente il pubblico viennese. È difficilissimo scrivere della serata senza tradire almeno in parte ciò che si è provato guardandola. Perché MacMillan costruisce esseri umani che si consumano davanti ai nostri occhi. E quando gli interpreti riescono davvero a entrare in quella materia emotiva, allora lo spettatore si immerge e vive quella storia.

Fin dall’inizio si avverte una tensione particolare. Il cortile della locanda è un mondo sporco, affamato, febbrile. I contadini, i braccianti, le prostitute, i gentiluomini costruiscono una società intera attraverso dettagli continui. Piccoli gesti, sguardi, microstorie che sembrano nascere e morire ai margini della scena. Il corpo di ballo del Balletto di Vienna è ottimo proprio per questo: nessuno “riempie” semplicemente il palco. Ognuno crea una sua storia, tant’è che bisognerebbe tornare a rivederlo altre volte per poter apprezzare tutti.

Dentro questo caos entrano loro, uno dopo l’altra. Prima Des Grieux: Alessandro Frola sceglie subito la strada più difficile: non imporsi. Entra leggendo un libro, estraneo al rumore che lo circonda, infastidito dalle ragazze che cercano la sua attenzione. Non c’è nulla di forzato nel suo ingresso, e proprio per questo calamita lo sguardo. È già completamente dentro il personaggio: figlio di aristocratici, studente bohémien, poeta romantico, ancora inconsapevole di quanto profondamente amerà.

Poi arriva Manon. Madison Young entra con una luce diversa da tutti gli altri personaggi. È un ingresso radioso ma quieto. Tutto il fermento precedente sembra arrestarsi per lasciarle spazio. MacMillan costruisce quell’apparizione come un’attesa collettiva, e Young la comprende perfettamente: la sua Manon non entra per dominare la scena, ma per illuminarla inconsapevolmente, come se non sapesse ancora il potere che esercita sugli altri.
I suoi courus sono incredibili, rapidissimi e morbidi, come se il pavimento non la trattenesse. Innocente eppure già vulnerabile, perché Manon viene continuamente spostata, presa, sollevata, trattata come un oggetto di desiderio e di scambio, prima dal fratello Lescaut, poi da Monsieur GM. E già nei primi minuti Young lascia emergere tutta l’ambivalenza del personaggio: il piacere di sentirsi desiderata e, insieme, il disagio di essere continuamente osservata, manipolata, indirizzata dagli uomini.

Quando incontra Des Grieux, qualcosa cambia immediatamente. Non si conoscono, quasi si evitano, eppure i loro corpi continuano (forse inconsciamente) a cercarsi. Lui affronta subito il lunghissimo adagio iniziale – tecnicamente ostico per controllo, pulizia ed equilibrio – con una naturalezza impressionante: ogni linea è pulita, ogni movimento respirato, ma non si vede mai lo sforzo. Si vede solo un ragazzo che si sta innamorando. È un Des Grieux nobile proprio perché sincero.

E poi il primo pas de deux. È difficile spiegare cosa renda così speciali i pas de deux di MacMillan: sembrano rifiutare l’idea stessa della posa conclusiva. Tutto continua a fluire, a trasformarsi. In quel momento in cui Manon è in arabesque sulla spalla di lui, entrambi rivolti verso l’alto, Frola si volta a guardarla prima di farla scendere. Un dettaglio minuscolo. Ma dentro c’è già tutto: il futuro che immaginano, l’amore che sta nascendo, la delicatezza con cui lui la tratta, la paura di perdere qualcosa che è appena nato. La malinconia della musica, però, anticipa la tragedia. Manon è destinata al convento, Des Grieux le propone di fuggire insieme, e lei accetta con l’entusiasmo ingenuo di chi sogna ancora una vita diversa.

La scena della camera da letto è probabilmente il cuore emotivo dell’opera. Al lume di candela, Des Grieux scrive al padre di Manon chiedendo il permesso di sposarla. Lei interrompe la lettera, lo distrae, lo trascina in un gioco amoroso che diventa uno dei pas de deux più belli mai creati. Prese rischiosissime, cadute, slanci, movimenti continui che sembrano sfidare la gravità. Young e Frola lo danzano magnificamente, prendendosi rischi continui. Des Grieux sostiene la partner con una sicurezza impressionante, spingendo però ogni presa al limite e creando quella sensazione di pericolo controllato che rende MacMillan così emozionante. La loro relazione appare incredibilmente vera ed è proprio questo che rende devastante il tradimento successivo.

Quando Lescaut irrompe nella stanza con gioielli e promesse di lusso, Manon cede gradualmente. La povertà la terrorizza. MacMillan insiste continuamente su questo tema: Manon non è semplicemente frivola, è una ragazza cresciuta vergognandosi della miseria. Madison Young rende benissimo questa ambivalenza. Ogni volta che viene attirata dal lusso sembra quasi convincersi che quella sia l’unica possibilità di sopravvivenza.

Il secondo atto amplifica tutto. La festa da Madame è splendida e inquietante insieme. Manon entra coperta di gioielli, trionfante all’apparenza, ma appena vede Des Grieux il volto si incrina. La sua variazione è un’esplosione di fascino e sensualità; subito dopo arriva il lungo adagio in cui viene passata da un uomo all’altro come un oggetto di desiderio. Bellissimo da vedere, ma volutamente disturbante. Frola, in tutto questo, costruisce un Des Grieux sempre più consumato dall’amore. Non guarda nessun’altra donna. Nemmeno per un secondo. Cerca solo lei. E quando finalmente i due si ritrovano, il loro amore sembra già disperato, più adulto, più tragico, come se sapessero già che il tempo per salvarsi stia finendo.
La tragedia accelera rapidamente. Il ritorno alla camera da letto dopo la fuga è intriso di disperazione. Si amano ancora, forse più di prima, ma ormai il sospetto è entrato tra loro. Basta il bracciale ancora al polso di Manon per spezzare tutto. E poco dopo l’irruzione della polizia, la morte di Lescaut, l’arresto per prostituzione.

L’ultimo atto è straziante. Nella Louisiana paludosa e soffocante, Manon è ormai consumata dalla malattia e dalla violenza subita, ma il rapporto con Des Grieux raggiunge qui il suo massimo grado di verità. Lui ha sacrificato tutto per lei: la posizione sociale, il futuro, perfino la propria innocenza. La scena con il carceriere, interpretato con inquietante efficacia da Eno Peci, è volutamente disturbante. La violenza psicologica e fisica esercitata su Manon rende ancora più disperato il gesto di Des Grieux, che arriva a uccidere pur di salvarla.

Il finale appartiene interamente ai due protagonisti. L’ultimo pas de deux è un capolavoro assoluto di MacMillan: virtuosistico, brutale, estenuante. I corpi sembrano cedere continuamente sotto il peso della gravità. I grandi slanci e le prese non hanno più nulla di trionfante: diventano tentativi disperati di trattenere la vita. Lei svuotata di forze. Lui continua disperatamente a sostenerla anche se sembra impossibile. Quando Manon muore tra le braccia di Des Grieux, Frola riesce a rendere l’agonia del personaggio in ogni dettaglio: le mani che si chiudono a pugno, il volto svuotato, quell’urlo muto che resta bloccato nel corpo.

Quando il sipario si chiude sulla standing ovation finale, si ha la sensazione di non aver mai visto tanta bellezza, tanta profondità e tanta sincerità insieme. E forse è questo il complimento più grande che si possa fare a uno spettacolo: far sentire il pubblico parte di quella storia.

Attorno a loro, tutto il resto funziona molto bene. Alessandro Cavallo delinea nel secondo atto un Lescaut ubriaco molto convincente e teatrale; Rosa Pierro è vivacissima e incisiva come amante di Lescaut; Marcelo Gomes porta a Monsieur GM tutta la sicurezza scenica della sua esperienza.
Bellissime le scene e i costumi di Peter Farmer, più luminosi rispetto agli originali di Nicholas Georgiadis ma fedeli a quell’estetica decadente e sensuale. L’orchestra della Wiener Staatsoper, guidata da Ermanno Florio, ben restituisce la partitura costruita sulle musiche di Jules Massenet, pur con qualche tempo forse troppo rapido nel pas de deux finale.

Manon richiede ai ballerini di aprirsi ed esporre ogni emozione interiore. È esattamente ciò che accade qui.

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino