Nell’articolato e ricco cartellone della Wiener Staatsoper, tra le nuove produzioni, quella di Luisa Miller appariva alla vigilia della prima particolarmente appetibile per appassionati e melomani. Sicuramente per la rara occasione di vedere dal vivo una delle più interessanti opere dei tardi “anni di galera” verdiani, precedente alla Trilogia popolare, ma anche per il parterre vocale scritturato. Ebbene, a spettacolo visto, possiamo dire che, dal punto di vista musicale, si è trattato di una produzione di alto livello.
La serata si impone anzitutto per la presenza di Michele Mariotti, oggi tra i più autorevoli interpreti del repertorio operistico ottocentesco. Direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma e fresco di nomina alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Mariotti non è certo un concertatore di routine, ma un musicista che ha costruito negli anni una cifra stilistica riconoscibile, fondata su rigore strutturale, tensione teatrale e una cura quasi cameristica del dettaglio orchestrale. La sua lettura evita tanto il calligrafismo quanto l’enfasi generica: non ricerca il mero effetto, ma appare sorretta da un controllo saldo e da una capacità di far respirare la partitura con naturalezza narrativa. Il fraseggio orchestrale è scolpito con nitidezza, le dinamiche sono calibrate con intelligenza e il rapporto con il palcoscenico si traduce in un accompagnamento vigile, sempre partecipe e preciso. Ne emerge un Verdi già proiettato verso esiti più maturi, in cui la tensione drammatica nasce dall’equilibrio tra slancio lirico e ombra tragica. Emblematici il coro di caccia fuori scena, reso con una calibrata profondità prospettica, e la grande preghiera di Luisa, cesellata in un pianissimo di rara intensità. L’Orchestra della Wiener Staatsoper risponde con compattezza e cura del suono in un titolo assente dal teatro dagli anni Novanta. Tanto le singole sezioni quanto l’insieme emergono per coesione e qualità timbrica. Una piccola imprecisione dei violini nel terzo atto non pregiudica la prova complessiva. Eccellente la prestazione del Coro per pulizia, intonazione e pronuncia italiana.
Protagonista è Nadine Sierra. Fin dalle prime battute cattura l’attenzione con la sua voce cristallina e ben proiettata. Pur non dotata di un volume enorme, Sierra si impone per la duttilità e la sicurezza tanto negli acuti, sempre precisi e luminosi, quanto al centro e nelle note più gravi, sonore e ambrate. Esempio ne è l’interpretazione di “Tu puniscimi, o Signore”, in cui colpiscono la saldezza dell’emissione e la cura del legato. Al contempo, Sierra dimostra piena padronanza e consapevolezza del testo: esemplare la pronuncia della parola “freme” che, accentata con intenzione quasi ferina, risulta perfettamente calata nel contesto drammatico.
Accanto a lei, gli interpreti maschili non sfigurano e, anzi, contribuiscono al successo della serata. Roberto Tagliavini è semplicemente perfetto nella parte del Conte di Walter. Il canto è sempre scolpito sulla parola, con una chiarezza e un’intenzione musicale esemplari. È quella parola scenica tanto cara a Verdi, necessaria soprattutto per dare rilievo psicologico ai personaggi antagonisti. Il volume è notevole, il fraseggio nobile, l’intonazione precisa: una prova di grande livello.
Allo stesso modo convince George Petean come Miller. Il baritono firma una prova sentita e precisa, sfoggiando una voce nobile e un timbro di velluto. Mai sopra le righe, si distingue per l’ottimo fraseggio e la piena comprensione delle necessità stilistiche di un Verdi sospeso fra belcantismo e lirismo. Bene anche Marko Mimica, che nei panni di Wurm si distingue per qualità del timbro, correttezza di emissione e presenza scenica.
Freddie De Tommaso, quale Rodolfo, persuade con qualche riserva. Le note ci sono tutte, il canto è generoso, tuttavia emerge una certa genericità nel fraseggio. L’impressione è che il tenore, ormai più avvezzo al repertorio drammatico e spinto, sia talvolta a disagio nelle pagine tardo belcantistiche del primo Verdi. Emblematica, in tal senso, l’interpretazione della celebre “Quando le sere al placido”, in cui alcuni singhiozzi di gusto verista risultano stilisticamente discutibili.
Assai interessante la Federica di Daria Sushkova. Pur nell’esiguità del ruolo, il mezzosoprano convince per timbro ramato, dizione e presenza scenica. Molto bene la Laura di Teresa Sales Rebordão, che emerge per la voce squillante, sempre udibile e mai coperta negli interventi in unisono col coro. Corretto il contadino di Adrian Autard.
L’allestimento è l’anello debole della produzione. Philipp Grigorian firma uno spettacolo personale e fortemente caratterizzato, ma privo di coerenza complessiva. L’azione si apre durante la Sinfonia con un corteo funebre a cui partecipa Miller; dalla bara fuoriesce una ballerina in tutù bianco, cui se ne aggiungono altre nel primo atto, impegnate in movimenti coreografici non richiesti. La scena si sposta poi in una fabbrica dalle pareti gialle, dove gli operai festeggiano il compleanno di Luisa, loro collega, tra coreografie collettive e dettagli pop. Successivamente Rodolfo e il Conte si incontrano in una sauna, introducendo un ulteriore cambio di registro visivo. Nei quadri successivi si alternano costumi contemporanei, storico-cavallereschi, futuristico-distopici ed elementi caricaturali e simbolici. La sovrabbondanza di sollecitazioni e la sovrapposizione di piani diversi finiscono però per snaturare la drammaturgia verdiana. Scene e costumi collocano la vicenda in un universo ibrido, quasi fiabesco e kitsch, dove elementi contemporanei, citazioni storiche e inserti caricaturali coesistono senza una chiara gerarchia. Questo caos semantico impedisce allo spettatore di individuare un mondo scenico definito e contraddice la natura intimamente tragica dell’opera. Nel finale, Miller resta seduto al proscenio sotto una pensilina, assistendo impassibile alla morte della figlia e guardando il pubblico come alla fermata di un autobus. Il culmine emotivo in questo modo viene annullato, depotenziando la drammaturgia e la tensione melodrammatica.
Il nodo critico sta nella commistione di codici incompatibili. Numeri coreografici insistiti e movimenti da operetta si intrecciano a una tragedia borghese, producendo un effetto spesso grottesco. I momenti di maggiore pathos vengono alleggeriti o piegati verso un’ambiguità buffa che non appartiene né al libretto né alla partitura, generando uno slittamento di genere che altera l’equilibrio originario del melodramma. Proprio per questo scarto, il pubblico finisce per reagire come di fronte a uno spettacolo di segno diverso: tra orsacchiotti di peluche che prendono vita, ballerine agghindate in stile charleston, limousine, muletti cartoon e recitazione caricaturale, assistiamo interdetti a ripetute risate collettive anche nei momenti più cupi e tragici dell’opera.
Al termine applausi meritati per il cast con ovazioni per Sierra e Mariotti, mentre alla prima, secondo quanto riportato, non sono mancate contestazioni agli artefici dell’allestimento. 




Wiener Staatsoper – Stagione 2025/26
LUISA MILLER
Melodramma tragico in tre atti
Libretto di Salvatore Cammarano
dall’opera di Friedrich Schiller
Musica di Giuseppe Verdi
Conte di Walter Roberto Tagliavini
Rodolfo Freddie De Tommaso
Federica Daria Sushkova
Wurm Marko Mimica
Miller George Petean
Luisa Nadine Sierra
Laura Teresa Sales Rebordão
Un contadino Adrian Autard
Orchestra e Coro della Wiener Staatsoper
Direttore Michele Mariotti
Regia e scenografia Philipp Grigorian
Costumi Vlada Pomirkovanaya
Coreografia Anna Abalikhina
Luci Franck Evin
Video Patrick K.-H.
Nuova produzione della Wiener Staatsoper
Vienna, 16 febbraio 2026

