Dopo un mese di opere celeberrime – La traviata, Nabucco, Carmen e Madama Butterfly – la Wiener Staatsoper dedica la seconda metà di marzo a titoli più rari e ricercati. Tra questi spicca Le Grand Macabre di György Ligeti, di cui sono state programmate quattro recite. L’opera, denominata anche “anti-anti opera” o “non opera”, è una delle rarissime composizioni del secondo dopoguerra entrate stabilmente in repertorio. Le Grand Macabre rientra inoltre in quella koinè surrealista, irrazionale, nonsense e grottesca, che attraversa la cultura occidentale tra gli anni Cinquanta e Settanta: si pensi ai testi teatrali di Beckett, ai dipinti di Magritte o di Dalí, o a romanzi come Super Eliogabalo di Arbasino.
Ligeti mette in scena una serie di personaggi deformati, ciechi e così immersi nel loro quotidiano da risultare indifferenti e incapaci di reagire di fronte alla minaccia della morte: l’impatto di una cometa che incombe su Brueghellandia e i suoi abitanti. L’ubriacone Piet, l’inetto marito Astradamors, la procace e ninfomane consorte Mescalina, l’inetto Principe Go-Go, i due Ministri approfittatori, i due amanti completamente indifferenti a tutto se non alla loro passione: sono tutte figure bidimensionali, prive di un’evoluzione psicologica. Anche di fronte alla minaccia della morte, restano prigioniere delle loro ossessioni quotidiane. Ligeti non giudica, rappresenta: il bestiario umano che dipinge è privo di qualunque giudizio morale, tanto da poter definire l’opera a-morale e mero campionario della variegata umanità. Non c’è redenzione né condanna: alla fine, quando l’apocalisse annunciata non avviene, i personaggi tornano semplicemente alle loro abitudini (bere, fare l’amore, ingannare), accettando la propria finitudine. Il tutto in un finale aperto ed equivoco, in cui non si comprende davvero se la cometa abbia distrutto la città oppure se tutti siano stati vittime del raggiro di Nekrotzar, rimanendo impressionati e convinti dell’apocalisse. Questo personaggio, burattinaio fino a quando non viene spinto all’ebbrezza da Piet, rimane vago ed equivoco, a metà strada tra un Dulcamara e un Mefistofele.
Va dato merito al teatro viennese di avere in repertorio un’opera così complessa, tanto musicalmente per gli esecutori quanto sul piano della ricezione, e di averla riproposta a soli due anni di distanza dall’ultima rappresentazione. La risposta del pubblico è ottima: l’ampia sala di oltre duemiladuecento posti è pressoché esaurita e il pubblico segue con partecipazione, tra risate spesso amare, il grottesco e il nonsense dell’opera. Dobbiamo segnalare, dopo l’intervallo, qualche poltrona vuota in platea e nei posti in piedi; tuttavia, tra turisti e “paracadutati” per caso nei famigerati stehplatz, il fisiologico fuggi-fuggi tra ineducazione musicale e stanchezza articolare si verificherebbe pure se Maria Callas reincarnata cantasse La Vestale.
La produzione viennese può contare su una realizzazione musicale di alto livello, grazie alla presenza di un cast omogeneo e di eccellenti maestranze. Il Piet di Gerhard Siegel sfoggia una voce tenorile robusta e brunita; più che il tenore leggero previsto in partitura, è un Heldentenor wagneriano. Il cantante si trova comunque a suo agio tanto nei gravi quanto negli acuti, con gorgheggi e passaggi melismatici dai falsetti abbastanza puliti.
Vero mattatore della serata, tanto scenicamente quanto vocalmente, è il protagonista Nekrotzar, Georg Nigl. Il baritono recita molto bene, restituendo la complessità e la (presunta?) oscurità del personaggio. Vocalmente si apprezza una voce corposa e sonora, molto morbida e ben appoggiata, che trova nel registro centrale e grave la sua zona d’elezione, ma a cui giustappone falsetti e acuti ben centrati.
Al contempo ieratico e ironico, Wolfgang Bankl convince pienamente come Astradamors. La voce, molto scura, è ampia e governata molto bene per dinamiche, fraseggio e interpretazione musicale. Preciso musicalmente e pienamente calato nella parte del Principe Go-Go, il controtenore Xavier Sabata sfoggia una voce voluminosa, sebbene qua e là paia leggermente forzata in un repertorio non d’ordinanza per una voce maschile costruita. Ben assortiti e complementari, tanto vocalmente quanto scenicamente, i due ministri, Daniel Jenz e Hans Peter Kammerer.
Eccellenti anche le prove del cast femminile. La Messalina, pardon, Mescalina di Marina Prudenskaya sfoggia una voce molto grande, dal timbro ambrato e scuro, ottima tanto negli interventi tra declamato e Sprechgesang quanto in quelli cantati. Sarah Aristidou viene a capo delle difficilissime parti della Dea Venere e del Capo degli Agenti Segreti: soprano di coloratura, risolve senza apparente difficoltà i vorticosi passaggi para-belcantistici e le linee vocali acrobatiche, frammentate e nonsense che rendono il testo incomprensibile. Molto bene anche Amanda e Amando (Maria Nazarova e Isabel Signoret), le cui voci appaiono perfette nei duetti, creando una tessitura intensa e bellissima da ascoltare sopra i tappeti sonori di ostinati dell’orchestra, trasformando la parodia di un duetto d’amore in una scena vivida di passione.
Il merito maggiore della riuscita va però a Pablo Heras-Casado, che dirige con sicurezza e una tranquillità apparente e quasi “paurosa” la complessa partitura ligetiana. Senza la bacchetta, con gesti minimi delle mani, il direttore conduce in porto la nave senza il minimo scollamento. Appare metronomico e precisissimo nella gestione del tempo e negli interventi delle percussioni – numerosissime – ma mostra al contempo profondità interpretativa anche nei momenti languidi o parodistici: si pensi ai cédez dei duetti d’amore degli amandi, restituiti con limpidezza e lirismo quasi mozartiano. Maiuscola la prova dell’Orchestra della Wiener Staatsoper, che si mostra precisissima nelle difficili agogiche di Ligeti e nelle entrate dei soli, emergendo per compattezza e pulizia d’insieme.
In questa produzione è impegnato il Coro Filarmonico Slovacco: se nel primo atto la massa corale risulta ruvida e imprecisa (probabilmente a causa della scelta registica di far cantare la compagine dal fondo del palcoscenico dietro a dei pannelli), nel secondo atto emerge per potenza e cura del suono.
Resta da dire dello spettacolo. L’allestimento di Jan Lauwers, autore di scene e costumi, è perfetto per un titolo del genere. Non è “bello” alla vista in senso classico, ma appare azzeccatissimo nel dispiegare e inscenare le assurde, degradanti e squallide vicende di Brueghellandia. La scena è racchiusa da pannelli da cui si intravede il buio del fondale del palco e su cui, nella prima e quarta scena, viene proiettato Il trionfo della morte, capolavoro di Pieter Bruegel il Vecchio, un colpo registico felice non solo per l’assonanza con il nome della città, ma soprattutto per la coralità del dipinto che riflette l’apocalisse grottesca rappresentata sulla tela. Se in scena rimane per tutta la durata una sorta di caveau, che rappresenta la tomba in cui si rinchiudono strafottenti i due amanti, compaiono via via un grande cavallo gonfiabile, enormi burattini appesi a raffigurare gli infelici coniugi stile Swarovski (questi sì molto belli alla vista) e la corte del Principe Go-Go, ridicola nella presenza di tavoli coperti da tovaglie a quadrettoni da trattoria.
La recitazione è curatissima ed emergono le personalità di questi personaggi così poco credibili ma umanissimi. La scena è riempita per tutto il tempo da una decina di ballerini che accompagnano gli eventi in una coreografia continua: se da un lato questa scelta appare quasi claustrofobica e va ad acuire il senso di grottesco e straniamento, dall’altro risulta alla lunga ridondante, rischiando di far diventare l’opera “un balletto cantato”.
Al termine, all’interrogativo sulla presunta fine apocalittica di Brueghellandia, il pubblico risponde con applausi lunghissimi per tutti. Vere e proprie ovazioni accolgono Pablo Heras-Casado, riconoscendo al direttore di aver saputo volgere l’apparente caos ligetiano in un ordine perfetto. 




Wiener Staatsoper – Stagione 2025/26
LE GRAND MACABRE
Libretto di György Ligeti e Michael Meschke
basato su La Balade du Grand Macabre di Michel de Ghelderode
Musica di György Ligeti
Nekrotzar Georg Nigl
Capo della Polizia Segreta (Gepopo) / Venere Sarah Aristidou
Principe Go-Go Xavier Sabata
Amanda Maria Nazarova
Amando Isabel Signoret
Astradamors Wolfgang Bankl
Mescalina Marina Prudenskaya
Piet la Botte Gerhard Siegel
Ministro Bianco Daniel Jenz
Ministro Nero Hans Peter Kammerer
Ruffiack Andrei Maksimov
Schobiack Alex Ilvakhin
Schabernack Dohoon Lee
Orchestra della Wiener Staatsoper
Coro Filarmonico Slovacco
Direttore Pablo Heras-Casado
Regia e scene Jan Lauwers
Costumi Lot Lemm
Luci Ken Hioco
Coreografia Paul Blackman, Jan Lauwers
Drammaturgia Elke Janssens
Allestimento della Wiener Staatsoper
Vienna, 20 marzo 2026

