Accanto all’istituzione della Staatsoper e al suo cartellone pressoché infinito, popolato dalle stelle della lirica, e alla Volksoper, teatro in cui si alternano opere e operette con una compagnia stabile, Vienna annovera anche il Theater an der Wien. Qui la programmazione ruota invece attorno a vere e proprie rarità, in una sorta di Festival della Valle d’Itria permanente ospitato nel bel teatro di inizio Ottocento tra il Naschmarkt e il Palazzo della Secessione.
Il titolo di maggio è Stiffelio nella messa in scena di Vasily Barkhatov. Grande attesa per il nuovo allestimento del regista russo, noto per i suoi tagli cinematografici e per le cifre provocatorie dei suoi spettacoli. Se l’anno scorso aveva suscitato scandalo con Norma nei forni crematori a Vienna e con un Don Giovanni “al luna park” a Roma, Barkhatov aveva invece cambiato segno per l’inaugurazione scaligera, firmando una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di grande impatto. La regia di Stiffelio mostra in modo plastico il frutto di questa elaborazione e trasformazione della sua poetica.
Lo diciamo subito: lo spettacolo è bellissimo. L’ambientazione tedesca e protestante di inizio Ottocento viene ricollocata in una comunità Amish negli Stati Uniti contemporanei. Chi ha familiarità con le geografie americane sa che in alcuni Stati, soprattutto in Pennsylvania, tra le strade di Carlisle, Lancaster ed Hershey, non è raro imbattersi in carri trainati da cavalli con famiglie in abiti d’epoca, espressione del gruppo anabattista noto per la vita austera e il rifiuto di ogni tecnologia.
Per dare forma compiuta alla propria visione scenica, Barkhatov utilizza la Sinfonia per rappresentare sul sipario chiuso un cortometraggio che funge da antefatto. Vediamo Stiffelio (Luciano Ganci), trombettista jazz e star del jet-set con il nome di Rodolfo Müller, tra locali patinati newyorkesi e avvenenti donne. Mentre scorrono le immagini, frutto delle riprese di Andreas Deinardt, con primi piani e piani sequenza, un angolo del sipario si apre e compare in scena Stiffelio-Müller-Ganci che “suona in playback” il lungo solo di tromba della Sinfonia verdiana, con gli stessi abiti luccicanti e l’atteggiamento alla Fausto Papetti del personaggio che si vede sul resto del sipario. Nel cortometraggio si apprende che l’incontro con una donna legata alla malavita costa caro al trombettista, che nella fuga dai protettori di lei si nasconde in un carro Amish per salvarsi la vita. Così si chiude la Sinfonia e, dopo la comparsa della scritta “Cinque anni dopo”, vediamo l’ex trombettista divenuto, quasi per destino, predicatore Amish sposato con Lina. La scena è occupata da una struttura circolare – il più grande dono del Kabuki giapponese all’Europa – in cui compaiono la camera da letto di Lina e Stiffelio, la cucina, la toilette e il grande salone. La struttura rotante crea dinamismo, accanto a una recitazione sempre curata e mai sopra le righe.
Molte sono le cose che colpiscono e convincono di questa regia. In primo luogo, la rappresentazione veritiera, frutto di uno scavo del mondo Amish. La predicazione del terzo atto si svolge infatti nel salone della casa, poiché nella dottrina Amish non esistono chiese e i servizi religiosi si tengono a turno nelle abitazioni dei fedeli. Inoltre, nel mondo Amish è vietato suonare strumenti musicali: vediamo così Stiffelio tormentato dai rimpianti del passato, mentre si nasconde in bagno per suonare o cela la tromba sotto il letto. L’allestimento è inoltre di grande eleganza visiva, con la carta da parati beige dalle geometrie misurate e i costumi filologicamente Amish, tra il nero e il blu.
La vera chiave di volta della produzione è l’assenza di forzature registiche: l’ambientazione Amish non crea fratture con il testo poetico-musicale, ma lo valorizza, lasciandone emergere sensi latenti. È Lina stessa a ricordare al marito di aver iniziato a predicare dopo un passato turbolento; allo stesso modo si stabilisce una piena corrispondenza tra parola cantata e gesto scenico.
Il vero colpo di teatro, l’intuizione che da sola riscatta e chiarisce una delle transizioni drammaturgiche storicamente più deboli del libretto, arriva nel finale. Per il celebre sermone in cui Stiffelio perdona pubblicamente l’adultera Lina leggendo il passo evangelico, il pastore non si presenta più nella rigida uniforme nera e col cappello a tesa larga della comunità anabattista. No: riappare indossando quel clamoroso blazer glitterato, squisitamente luccicante e spudoratamente Papetti-style del prologo newyorkese.
È una scelta memorabile, capace di gettare una luce nuova su una risoluzione spirituale che, sulla carta, appare sempre un po’ forzata o improvvisa. Barkhatov suggerisce che la forza del perdono non nasce dalle sole leggi della comunità, ma dal fatto che Stiffelio non appartiene mai fino in fondo a quel mondo. Perdona Lina perché conserva dentro di sé le tracce di un vissuto esterno, meno chiuso, meno rigido e infinitamente più laico. È l’irruzione della vita profana e della sua complessità a redimere il dogmatismo della setta.
Avremmo bisogno di molte pagine per raccontare ogni dettaglio, ma al termine dello spettacolo resta l’impressione di un esempio riuscito di teatro di regia, in cui non si crea una frattura tra opera e volontà registica, ma un vero detonatore del testo poetico e musicale. L’ambientazione e la cura della rappresentazione fanno emergere ciò che nell’opera resta tra le righe e le pause: senso etico, fede, adulterio e perdono.
All’ottima riuscita della parte scenica corrispondono, musicalmente, alcuni distinguo. Si impongono in particolare le voci maschili, che formano un quartetto affiatato e intenso. Luciano Ganci, nel ruolo di Stiffelio, affronta la parte con sicurezza vocale e scenica. Fin dalle prime pagine sfoggia una voce tenorile robusta, ampia e ben proiettata. Gli acuti sono svettanti e luminosi, tenuti da lunghe corone, e riempiono perfettamente la sala viennese. Forse talvolta Ganci potrebbe essere più generoso nelle sfumature, ma il canto spiegato tra il registro centrale e acuto, omogenei e vibranti, convince pienamente. L’interprete, inoltre, si mostra a suo agio scenicamente sia nei panni del sassofonista Müller sia in quelli sacri del predicatore.
Perfetto, a dir poco, Franco Vassallo nei panni del conte di Stankar. Il baritono offre una vera lezione di canto sulla parola scenica verdiana, restituendone con precisione il senso drammaturgico e accompagnandola sempre con l’azione scenica. Lo strumento è ampio, scuro e perfettamente controllato; notevoli il fraseggio e i piani. La scena del terzo atto viene accolta da ovazioni del pubblico, sia al termine della cavatina che della cabaletta.
Molto bene anche lo Jorg di Alessio Cacciamani, che si apprezza per la voce scura, ampia ma nobile nel fraseggio e incentrata anch’essa sulla pronuncia drammatica verdiana, lasciando il segno già nella sortita “Oh, santo libro”. Parimenti persuade Luigi Morassi nei panni di Raffaele; il giovane tenore vi riesce sia scenicamente, avendo il physique du rôle perfetto per impersonare l’amante di Lina, sia vocalmente. La voce così particolare e ambrata, da baritenore, e diversa da quella di Ganci, crea un potente contrasto timbrico e drammatico.
Sul fronte femminile, se si apprezza la Dorotea di Štěpánka Pučálková, dal registro grave naturale e piacevolmente scuro, discorso più articolato merita la Lina di Joyce El-Khoury. Fin dalle prime scene, si notano difficoltà nel registro superiore, con suoni forzati e striduli, e nella gestione dei fiati. La dizione è poco chiara in più momenti e una certa rigidità emerge nei passaggi belcantistici. Il soprano si fa apprezzare per il registro grave corposo e la cura dei piani e pianissimi, ma il risultato è una Lina vocalmente e scenicamente incompiuta.
Il vero tallone d’Achille della produzione è la direzione di Jérémie Rhorer. In una partitura liminale quale Stiffelio, collocata in quella terra di mezzo tra gli anni di galera e la Trilogia popolare, sarebbe necessario sottolineare sottigliezze e preziosismi. Il direttore, invece, punta su una lettura sanguigna tra forti e fortissimi eccessivi per la sala viennese – il Theater an der Wien per dimensioni ricorda il Giglio di Lucca o l’Alighieri di Ravenna – e che coprono più volte coro e voci. Gli accelerando non sono graduati né musicali, ma perdono presto progressione, specie nel Finale primo, con cantanti spesso costretti a rincorrere la bacchetta.
La ORF Radio-Symphonieorchester Wien risponde in modo non sempre preciso e pulito alle sollecitazioni del podio. L’Arnold Schoenberg Chor, che a Vienna è un’istituzione, si distingue per compattezza e precisione ma risente delle scelte agogiche del direttore. Si fa apprezzare nei momenti a cappella, in cui emerge per pulizia e raccoglimento.
Al termine, vere e proprie ovazioni salutano le prove maiuscole di Ganci e Vassallo, mentre applausi di cortesia accolgono Rhorer ed El-Khoury. 




Theater an der Wien – Stagione 2025/26
STIFFELIO
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Stiffelio Luciano Ganci
Lina Joyce El-Khoury
Stankar Franco Vassallo
Jorg Alessio Cacciamani
Raffaele Luigi Morassi
Federico James Kryshak
Dorotea Štěpánka Pučálková
ORF Radio-Symphonieorchester Wien
Arnold Schoenberg Chor
Direttore Jérémie Rhorer
Maestro del coro Erwin Ortner
Regia Vasily Barkhatov
Scene Christian Schmidt
Collaboratore alle scene Sascha Röder
Costumi Stefanie Seitz
Luci Alexander Sivaev
Video Andreas Deinert
Drammaturgia Christian Schröder
Nuovo allestimento del Theater an der Wien
Vienna, 21 maggio 2026

