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Verona, Arena Opera Festival 2026 – Turandot

La luna piena fa capolino dalle gradinate poco prima dell’inizio, e la magia è già cominciata. Quando, di lì a poco, sale l’invocazione «Mostrati in cielo», incantato, algido, perlaceo, l’astro è davvero lì: sospeso sopra l’Arena come se anche il cielo avesse deciso di entrare nello spettacolo. È una di quelle coincidenze che il teatro non può programmare e che il teatro sa accogliere come un dono.

La Turandot “di” Franco Zeffirelli continua a dispiegare senza pudore la propria natura fiabesca, sontuosa, opulenta. A sedici anni dal debutto, lo spettacolo conserva intatta la capacità di governare le masse, il brulicare di personaggi e azioni, una coralità scenica che sa stringersi attorno ai protagonisti senza soffocarli. Il gioco di luci, gli interventi coreografici, i costumi preziosi di Emi Wada: tutto concorre a una resa convincente. Il pubblico che affolla l’anfiteatro continua a lasciarsi conquistare, applaudendo persino i mutamenti della scena, soprattutto quando nel secondo atto si svela il palazzo della principessa.

Sul podio Francesco Ivan Ciampa mette in luce la straordinaria modernità della partitura pucciniana. Il suo è un equilibrio attentamente ricercato tra i clangori degli ottoni, il baluginare dei legni, la nettezza del disegno ritmico e quell’involo melodico che innerva sempre l’ispirazione di Puccini. Ciampa asseconda ovunque con duttilità il canto e nella scena di Ping, Pong e Pang ricama colori quasi pastello, trovando leggerezza e trasparenza.

Lisette Oropesa è una Liù di sorgiva musicalità. «Signore, ascolta!» si distende con squisita dolcezza, il fraseggio è curato senza ombra di leziosità e il pianissimo conclusivo pare dissolversi nell’aria. Ancora più intensa è «Tu che di gel sei cinta», attaccata con dolorosa tragicità e progressivamente trasfigurata in un’offerta d’amore. Un momento commovente, anche perché sigilla, insieme a quella dell’eroina, la morte del compositore stesso.

Yusif Eyvazov cesella «Non piangere, Liù» con attenzione all’intelligibilità della parola e una pregevole flessibilità melodica. Il timbro non possiede, per natura, una particolare morbidezza o seduzione, ma il tenore sa piegare lo strumento alle ragioni del fraseggio e trova nella scena degli enigmi accento, incisività e presenza, contribuendo alla bella tensione teatrale del confronto con Turandot. Che è l’americana Lise Lindström, wagneriana di razza: entra con qualche rigidità in «In questa reggia», ove alcuni acuti non sono perfettamente a fuoco, ma il fraseggio si scioglie progressivamente e la sua principessa trova una misura interessante, meno tagliente e monolitica di quanto spesso accada. Lo strumento è corposo, chiaro, capace di correre bene nello spazio areniano.

Michele Pertusi presta a Timur una nobiltà di canto austera e dolente, mentre Gëzim Myshketa, Matteo Macchioni e Saverio Fiore sono Ping, Pong e Pang, particolarmente festeggiati dal pubblico e disinvolti tanto scenicamente quanto vocalmente. Adeguati ai rispettivi ruoli anche Carlo Bosi come Altoum, Ankhbayar Enkhbold come Mandarino, Eder Vincenzi come Principe di Persia, Emanuela Simonetto e Tamara Zandonà nelle parti delle due ancelle.
Vivissimo il successo per tutti, con punte di entusiasmo per Oropesa ed Eyvazov.

Arena Opera Festival 2026
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
di Giuseppe Adami e Renato Simoni,
dalla fiaba teatrale omonima di Carlo Gozzi
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Lise Lindström
Calaf Yusif Eyvazov
Liù Lisette Oropesa
Timur Michele Pertusi
Altoum Carlo Bosi
Ping Gëzim Myshketa
Pong Matteo Macchioni
Pang Saverio Fiore
Un Mandarino Ankhbayar Enkhbold
Principe di Persia Eder Vincenzi
Prima ancella Emanuela Simonetto
Seconda ancella Tamara Zandonà

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Coro di voci bianche della Fondazione Arena di Verona

Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Emi Wada
Coordinatore del Ballo Gaetano Petrosino

Arena di Verona, 27 agosto 2026

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