L’Arena Opera Festival 2026 si è aperto sotto il segno di un “miracolo” tecnico: a due giorni dal debutto una violenta tromba d’aria aveva danneggiato pesantemente le strutture sceniche della nuova produzione di Traviata, mettendo a rischio la serata inaugurale. La macchina dell’Arena, però, ha reagito con efficienza e professionalità esemplari. Maestranze e tecnici hanno ripristinato l’impianto scenografico in tempo record, consentendo il regolare svolgimento della serata: da questo punto di vista, sono stati proprio loro i veri grandi protagonisti dell’inaugurazione.
Superata la soglia dell’emergenza, l’attenzione si sposta sull’allestimento firmato da Paul Curran con scene di Juan Guillermo Nova. Uno spettacolo che si inserisce nella più tipica tradizione kolossal areniana: la vicenda viene infatti trasportata nella sgargiante Parigi Belle Époque del primo Novecento, fondendo il dramma verdiano con l’immaginario del Moulin Rouge e delle Folies Bergère. Una scelta funzionale sul piano spettacolare, ma difficilmente conciliabile con la drammaturgia dell’opera.
Opera scarna, fulminea, La traviata è a tutti gli effetti una tragedia da salotto borghese, incentrata sui conflitti intimi e psicologici e ambientata in spazi chiusi: un paio di saloni, il salotto di una casa di campagna, una camera da letto. Musicalmente, il nucleo conflittuale si basa sulla contrapposizione fra vita mondana e domestico-borghese. Di qui il continuo alternarsi di un registro orchestrale cameristico-intimista, espressione del lato privato della vicenda, e di un registro sinfonico brillante legato alle manifestazioni di mondanità.
Curran sceglie invece la via della spettacolarità areniana più consueta, non immemore di certi cliché zeffirelliani, come i manifesti d’epoca che fungono da sipario in proscenio o l’immancabile pioggia di coriandoli che conclude le danze del secondo atto. Sul palco, nel primo atto, campeggia la ricostruzione dell’iconico isolato di Montmartre: a destra l’inconfondibile ingresso con le pale illuminate, a sinistra l’elefante in stucco a grandezza naturale che all’epoca dominava realmente il giardino del locale. Lo spazio centrale si trasforma invece nel palcoscenico e nella platea del cabaret, fulcro delle sfarzose e a tratti ipertrofiche scene di festa, ovviamente animate da ballerine di can-can.
Anche la festa del secondo atto propone la stessa logica dell’accumulo spettacolare. La casa di Flora si trasforma in uno spazio che rimanda alle atmosfere delle Folies Bergère con scene spesso congestionate. I movimenti di massa non sono sempre gestiti al meglio e, come nella festa del primo atto, i singoli protagonisti finiscono per essere a tratti fagocitati dal bailamme.
A questa ridondanza visiva sfugge in parte la casa in campagna del secondo atto che, pur nel tentativo di circoscrivere lo spazio attraverso una sontuosa veranda Art Nouveau costellata di grandi piante, mantiene comunque un’impronta monumentale. Il vero scarto si compie nell’ultimo atto. L’azione si concentra in uno spazio ristretto e immerso nel buio, in netto contrasto con la ridondanza dei quadri precedenti. La regia, pur di impostazione tradizionale, ritrova così quell’intimità e quel senso di solitudine che costituiscono il nucleo più autentico della tragedia di Violetta.
Problematico risulta il dichiarato riferimento a Moulin Rouge! di Baz Luhrmann, regista con il quale Curran collaborò nelle prime fasi di lavorazione del celebre film del 2001. A conti fatti, la parentela rimane quasi esclusivamente iconografica e si esaurisce nei richiami più immediati al cabaret parigino: il mulino, il can-can, l’elefante. Del film di Luhrmann manca infatti l’aspetto più caratteristico: quella vertigine postmoderna costruita attraverso saturazione cromatica, anacronismi, contaminazioni pop e una costante tensione visionaria. Curran e Nova si muovono invece entro coordinate tradizionali, dando vita a un kolossal lirico che risponde alle esigenze spettacolari dell’anfiteatro senza mai avvicinarsi alla radicalità del modello cinematografico evocato. Il richiamo a Moulin Rouge! resta insomma più una suggestione dichiarata che un’esigenza drammaturgica. I simboli della pellicola vengono trasferiti sul palcoscenico areniano, ma privati del loro significato originario e inseriti in una macchina spettacolare convenzionale, dove la ridondanza decorativa finisce per prevalere sulle ragioni del dramma.
L’esecuzione, complice anche la cancellazione della prova generale a causa del maltempo, necessita ancora di un certo rodaggio e verosimilmente acquisterà ulteriore coesione nel corso delle repliche. Michele Spotti si conferma direttore di indubbie qualità: restituisce con efficacia tanto la concitazione e l’eleganza delle scene mondane quanto il versante più lirico e patetico dell’opera, costruendo momenti di forte tensione drammatica. A pesare, oltre ai consueti tagli di tradizione di alcuni da capo, è soprattutto l’assenza di una “regia” vocale completa. Se si avverte un lavoro di concertazione accurato con la protagonista, tenore e baritono sembrano procedere ciascuno per conto proprio, affidandosi a una lettura sostanzialmente abitudinaria e sbrigativa delle rispettive parti.
Lacunosa risulta infatti la compagnia di canto, che schiera una protagonista più che dignitosa e due partner maschili sensibilmente al di sotto delle rispettive possibilità. Dopo l’eccellente Amenaide del recente Tancredi romano – sostenuta, va detto, dalla bacchetta di Mariotti – Martina Russomanno offre una prova meno memorabile. La voce non è certo “areniana”, ma questo poco importa: il canto è generalmente corretto, le agilità del primo atto scorrono con apprezzabile fluidità, anche se non sempre con il necessario mordente. Negli acuti estremi affiorano invece alcune durezze, mentre il mi bemolle di tradizione che conclude “Sempre libera” è appena sfiorato e difetta di autentico squillo. Sul piano interpretativo, Russomanno delinea una Violetta volenterosa nel fraseggio, e a suo modo immedesimata, per quanto ancora non compiutamente caratterizzata e approfondita sotto il profilo drammatico.
Yusif Eyvazov non sembra molto in sintonia con la parte di Alfredo. Il problema non è l’ormai nota scarsa attrattiva del timbro, ma una linea di canto alquanto generica e routinier rispetto a precedenti prove areniane (e non). Spiana le fiorettature del Brindisi nel primo atto (laddove Russomanno è invece impeccabile) e canta l’aria del secondo ignorando pressoché tutti i segni d’espressione prescritti da Verdi: la gamma dinamica si limita al forte e al mezzoforte, il fraseggio rimane superficiale e le sfumature si riducono al minimo sindacale. Resta una foga drammatica piuttosto esteriore che non basta a definire credibilmente il personaggio.
Come Eyvazov, anche Amartuvshin Enkhbat risulta estraneo a un accurato disegno interpretativo. Chi ci segue sa che apprezziamo e sosteniamo questo baritono fin dagli esordi e che lo consideriamo tra i migliori della scena internazionale per pastosità timbrica, omogeneità di emissione e nobiltà di fraseggio. Qualità che, in questa occasione, si fatica però a riconoscere. Il canto appare opaco, avaro di morbidezza e sfumature nell’aria del secondo atto; gli accenti risultano spesso forzati e i modi sbrigativi. Ci auguriamo si tratti soltanto di un momentaneo calo di forma.
Tra i comprimari spicca Francesca Maionchi (quasi uno spreco nel ruolo di Annina) e si distinguono Carlo Bosi, Gastone, Nicolò Ceriani, Barone Douphol, e Mariano Buccino, Dottor Grenvil. In crescendo la prova del Coro preparato da Roberto Gabbiani.
Successo nel complesso cordiale, con applausi finali più calorosi per Spotti, Eyvazov ed Enkhbat e un’autentica ovazione per Russomanno. 




Arena Opera Festival 2026
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry Martina Russomanno
Flora Bervoix Anna Werle
Annina Francesca Maionchi
Alfredo Germont Yusif Eyvazov
Giorgio Germont, suo padre Amartuvshin Ekhbat
Gastone, Visconte di Letorières Carlo Bosi
Barone Douphol Nicolò Ceriani
Marchese d’Obigny Gezim Myshketa
Dottor Grenvil Mariano Buccino
Domestio di Flora / Commissionario Carlo Bombieri
Giuseppe Francesco Pittari
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Direttore Michele Spotti
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Paul Curran
Scene Juan Guillermo Nova
Costumi Stefano Ciammitti
Luci Fabio Barettin
Coreografie Kyle Lang
Nuova produzione
Verona, 12 giugno 2026

