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Torre del Lago, Festival Puccini 2026 – La fanciulla del West

La 72ª edizione del Festival Puccini si chiude con un titolo noto, ma che a Torre del Lago non si vede così spesso: sarà per le complesse scene di massa, sarà perché la sua fortuna non è paragonabile a quella di Tosca o di altri titoli, ma su queste rive non si vedeva una Fanciulla del West dal 2019. Un vero peccato, perché alla prova del palcoscenico si conferma un’opera capace di fare presa anche senza l’aria famosissima con cui far sfogare l’applauso.

Lo spettacolo porta la firma di Angelo Bertini, che cura regia e scene in una atmosfera quasi kolossal, come impone il palco del Gran Teatro sul lago. Dietro gli ambienti lignei della Polka o della capanna di Minnie torreggiano i grandi fusti degli alberi, a simboleggiare una natura incombente e tiranneggiante oltre gli spazi chiusi, che poi diventerà, come da libretto, piena protagonista scenografica dell’ultimo atto. La regia si sviluppa in modo molto tradizionale, ma se negli scambi tra i minatori si apprezza almeno una cura generale e particolareggiata di alcune scene, tutto diventa più generico con l’apparizione dei protagonisti, che finiscono per agire in modo prevedibile, replicando le solite pose operistiche e mostrando una limitata adesione ai rispettivi personaggi. Un momento su tutti la partita a poker, risolta in modo meccanico e molto poco sentito. L’impressione che si ricava è che non ci sia stato un congruo numero di prove per assimilare pienamente lo spettacolo, che scorre via senza particolari tensioni drammatiche.

Lo stesso vale per il versante musicale, dove Valerio Galli si trova a dirigere una Orchestra del Festival Puccini piuttosto recalcitrante e imprecisa, soprattutto nel primo atto. La sua direzione sembra più orientata a tenere insieme il tutto, anziché offrire una lettura approfondita. Le cose si assestano con il proseguire della recita, ma i tempi serrati, il fraseggio generico e le dinamiche un po’ piatte fanno scivolare via senza un sussulto una delle più mirabili partiture pucciniane. Ben preparato risulta invece il Coro del Festival, qui impegnato nella sola sezione maschile, che esegue i suoi interventi con volume squillante e bel colore.

Il cast non appare assortito al meglio.
Anna Pirozzi affronta le asperità vocali del ruolo di Minnie con una sicurezza ammirevole. A parte un’entrata in cui la voce sembra doversi ancora scaldare, dalla scena della lezione il soprano mette in mostra tutte le sue qualità: non si fa intimorire né dalle varie incursioni in acuto, con slanci sempre saldi e ben timbrati, né dai passaggi più delicati, compresi i gruppetti di “Ho un piccolo polledro”. Ciò che non emerge è una vera interpretazione del personaggio e una piena valorizzazione del suo portato drammatico: ne risulta un ritratto più vicino a un compito ben eseguito che a una reale immedesimazione.

Non brilla sotto alcun punto di vista il Dick Johnson di Roberto Aronica, chiamato a sostituire il previsto Yusif Eyvazov. La voce mostra i segni del passare del tempo: il registro acuto risulta alquanto difficoltoso e l’intonazione nei passaggi più centrali non è sempre a fuoco. Il tenore sembra quindi più impegnato a tenersi a galla che a fornire un vero ritratto del personaggio.

Chi davvero si impegna in tal senso è Claudio Sgura, che ripropone il suo ormai collaudato e credibilissimo Jack Rance in una esibizione in crescendo alquanto encomiabile. La voce infatti è salda, sicura su tutta la linea e dotata di un affascinante timbro scuro che il baritono sa valorizzare attraverso un sapiente fraseggio.

Il Nick di Paolo Antognetti parte un po’ di rimessa per poi decollare dalla metà del secondo atto e offrire un ritratto convincente dell’oste. Volodymyr Morozov è un Ashby assai centrato, pur con una dizione perfettibile. Sergio Vitale tratteggia un Sonora piuttosto incisivo anche se risulta vocalmente un po’ forzato. Tra gli altri minatori si distinguono Paolo Ingrasciotta (Sid), Nicola Pamio (Harry) e Min Kim (Jake Wallace). Assai ben assortiti risultano Adriano Gramigni e Alessandra Della Croce, rispettivamente Billy e Wowkle, sia per la vocalità corposa e di bel timbro, che per i giusti accenti. Convincente anche il Postiglione interpretato da Murat Can Güvem.

La prima recita di questa produzione viene dedicata alla memoria di Antonino Fogliani, scomparso proprio quel giorno. Prima dell’opera, l’Orchestra esegue dunque Crisantemi, dedicandolo alla memoria del maestro. Il pubblico, nel quale si intravede anche Plácido Domingo in prima fila, partecipa con commozione al tributo e si dimostra attentissimo durante tutta la recita. Alla fine successo per tutti, con punte di entusiasmo per Sgura, Pirozzi e Galli.

Festival Puccini 2026
LA FANCIULLA DEL WEST
Opera in tre atti
Libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini
Musica di Giacomo Puccini

Minnie Anna Pirozzi
Dick Johnson Roberto Aronica
Jack Rance Claudio Sgura
Nick Paolo Antognetti
Ashby Volodymyr Morozov
Sonora Sergio Vitale
Trin Andrea Galli
Sid Paolo Ingrasciotta
Bello David Costa Garcia
Harry Nicola Pamio
Joe Cristiano Olivieri
Happy Matteo Mollica
Larkens Hayk Tigranyan
Jake Wallace Min Kim
Billy Jackrabbit Adriano Gramigni
Wowkle Alessandra Della Croce
José Castro Diego Maffezzoni
Un postiglione Murat Can Güvem

Orchestra e Coro del Festival Puccini
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro Marco Faelli
Regia e scene Angelo Bertini
Costumi Bianca Bertini
Luci Valerio Alfieri

Nuovo allestimento del Festival Puccini
Torre del Lago, 29 agosto 2026

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