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Torino, Teatro Regio – Tosca (primo e secondo cast)

Tosca di Puccini conclude una stagione che ha messo indubbiamente il Teatro Regio di Torino al centro dell’attenzione per varietà e qualità di proposte. A firmare il nuovo allestimento, come sempre curandone regia, scene, costumi, coreografia e luci, è Stefano Poda, regista che, proprio a Torino, ha messo, ormai da anni, le basi di un percorso che nel tempo l’ha visto affermarsi a livello internazionale con una cifra stilistica singolare di far teatro, sempre riconoscibile. Il regista trentino ha un suo linguaggio visivo, che nasce da un simbolismo estetico dove le varie componenti vengono messe in dialogo chiedendo non solo agli interpreti principali, ma anche alle masse e ai figuranti, un impegno profondo e una concentrazione che non deve mai tradire le regole di un modo appunto tutto personale di far spettacolo.

Certo Tosca, per il preciso contesto storico in cui si svolge, per i tempi e ritmi della sua narrazione serrata, non ammette tanto che si indugi sui simbolismi. Poda pertanto ne abusa meno del solito, ma parimenti non rinuncia alla valenza figurativa che gli è più propria: alle installazioni che qui sono un diretto omaggio alla romanità di Tosca vista sotto l’occhio dei suoi simboli religiosi più tipici. Ed ecco la grande stanza marmorea che costituisce, dall’inizio alla fine, il contenitore scenico fisso dell’opera, con porte laterali e botole, con gipsoteche realizzate con ologrammi e teche illuminate con luci al neon dove sono chiuse madonne incoronate riccamente addobbate e porporati, o meglio papi, che appaiono nel Te Deum. Un andirivieni continuo di riferimenti figurativi a un mondo (quello della Roma eterna, fissata nelle sue statue e nei suoi archetipi religiosi) che sta per finire e si celebra con insistenza: un Ancien Régime, monumentale ma ormai destinato a scontrarsi col nuovo, rappresentato da quell’Ottocento che batte alle porte con le sue nuove idee e la ventata di modernità che entra in lotta col passato che si autocelebra. Poda si concentra su questo e trasforma di conseguenza l’opera in uno scontro fra il vecchio e il nuovo.

Ovviamente lo fa con gli strumenti visivi che sempre caratterizzano ogni suo spettacolo, punta alla grandeur affascinando l’occhio, o meglio lo inganna attraverso un utilizzo di luci magistrale e la ricercata fattura dei costumi, davvero preziosi, dove anche i colori sembrano assumere una connotazione funzionale al dramma (come il rosso Tiziano che diviene simbolo del potere e si staglia nel contrasto fra il bianco e il nero). Eppure, cade sempre nel trabocchetto di narrare l’opera come se i protagonisti fossero specchio di uno scontro di epoche, di generazioni fra di loro in conflitto. I personaggi, quindi, quasi si annullano in questi spazi creati con tanta dovizia di mezzi scenografici, vengono stritolati dalla “liturgia del potere” che determina il loro annientamento, rendendoli vittime di un qualcosa che è superiore alla loro volontà stessa.

Non si lesinano poi momenti, e sono tanti, in cui Poda mostra quel che non si dovrebbe vedere (la cantata di Tosca viene eseguita sulla scena con tutta la pompa del caso, in omaggio alla Regina Maria Carolina di Napoli, ed è pure visibile la stanza dove Cavaradossi subisce le torture grazie all’utilizzo dei ponti mobili, anche se delle sue sofferenze si dovrebbe avere solo un’eco esterna), o nasconde quel che invece dovrebbe essere ben visibile (la fucilazione di Cavaradossi). Per non parlare del bizzarro coup de théâtre finale, quando Tosca non si butta dagli spalti di Castel Sant’Angelo bensì viene avvolta nella luce dopo che il fondo della scena crolla dinanzi a lei per poi vederla rifulgere nel bagliore di una dimensione sovrumana, quasi metafisica, con alle spalle una grande ala d’angelo che pare accoglierne l’anima in un volo liberatorio dall’incubo vissuto.
Le personalizzazioni e le libertà drammaturgiche si fanno via via troppe e questo, al di là dei begli effetti figurativi di questo lussuoso prêt-à-porter fine a se stesso, non può che far danno all’opera determinando un giudizio non positivo sull’intera produzione.

Per altro, anche sul versante musicale, questa Tosca torinese non convince. Sul podio di una Orchestra e di un Coro del Regio sempre affidabili c’è Andrea Battistoni, direttore musicale del Regio, che scava analiticamente nel ricco strumentale pucciniano, illuminandone con scrupoloso dettaglio ogni particolare anche se, nella sostanza, mira a offrire una concertazione dai decibel troppo sinfonici, col rischio di mettere alle corde voci non sempre pronte a rispondere, in termini di espansione sonora, a una lettura certo meditata, ma a tratti troppo vigorosa.

A farne le spese è un cast vocale dove Chiara Isotton, già più volte interprete di successo nei panni di Tosca, s’impone per la voce solida, opulenta e naturalmente morbida, ma qua e là indotta a forzare l’emissione. Per di più la sua è una Tosca dal temperamento anonimo, senza una cifra – anche vocale, per i pochi colori e le dinamiche per lo più appiattite, anche se invero riscattate nel solo momento di un “Vissi d’arte” assai ben cantato, con intensità e belle sfumature – che possa distinguerla o mettere l’ascoltatore nella condizione di ammirare, oltre alle indubbie risorse timbriche e all’ampiezza della cavata, una interpretazione in grado di essere teatralmente pregnante. Tosca deve essere, sempre, frutto di un connubio perfetto fra canto e scena; se non si è autentiche cantanti-attrici, se nel gesto non si è artiste e nel canto si stenta a percepirne il significato stesso, il risultato non può essere completo, anche se la resa vocale è tale da fare di Isotton una delle voci di scuola italiana più interessanti e importanti della sua generazione.

All’opposto Roberto Frontali, seppure vocalmente non più integro come un tempo, resta uno Scarpia che conosce lo scavo della parola e del canto di conversazione pucciniano, che illumina con musicalità e un equilibrio che lo rendono sempre artista di classe superiore, di insinuante e subdolo cinismo, sottile e mai esteriormente gettato in pasto a bieche concessioni veriste, come spesso è dato sentire.

Martin Muehle è un Cavaradossi che mette a segno qualche discreto acuto, poiché la voce, seppure di timbro non ammaliante, possiede vigore e slancio, ma non va oltre un rendimento musicale spesso sommario sul piano espressivo, sia sul versante appassionato, dove è generico, come su quello dell’involo patriottico. Ed ecco che, arrivati al celebre “E lucevan le stelle”, vociferato senza alcuna attenzione ai segni d’espressione, tutto scivola via senza lasciar alcun segno distintivo degno di nota. Ciononostante il pubblico lo applaude con calore.

C’è anche un secondo cast, del quale riferiamo, che ha nelle parti principali motivi di interesse perché se ne riferisca. Delude Ekaterina Sannikova, bella sì e con un fisico da mannequin, ma la sua è una Tosca nervosa ed esagitata, per di più con voce assai disomogenea e la tendenza a cadute di gusto che si traducono in note parlate e in effetti di gusto verista. Si impone invece Claudio Sgura, che è uno Scarpia di grande esperienza, ancora di riferimento in questa parte per la presenza scenica autorevole, il portamento altero e la voce scura proiettata con vigore (riesce addirittura a non essere sovrastato, nel Te Deum, dai marosi sonori del denso tessuto impresso in orchestra dalla bacchetta di Battistoni). In lui si avverte anche una predisposizione ad accenti composti che mai scalfiscono la volontà di rendere l’indole melliflua e untuosa del personaggio senza caricarne volutamente gli accenti, rimanendo nella sfera di un incedere nobile e altero.

Infine Vincenzo Costanzo, Cavaradossi dalla fisicità fascinosa, applauditissimo da diversi sostenitori, con richieste di bis dopo un “E lucevan le stelle” cantato con belle intenzioni e mezze voci che si ascoltano anche nel successivo “O dolci mani”. Ma non c’è rosa senza spine. A questo giovane tenore, dal timbro indubbiamente prezioso e argenteo, in procinto di essere lanciato verso cimenti molto rischiosi per la sua voce (recentemente è stato protagonista in Andrea Chénier, ma sono annunciati anche i prossimi debutti in Siberia e Fedora di Giordano), manca ancora la caratura tecnica necessaria perché ai mezzi e alle indubbie qualità timbriche corrisponda un’organizzazione vocale che gli permetta di proiettare sempre correttamente i suoni. Subito se ne ha prova in un timido “Recondita armonia”, cantato certo con gusto ma senza troppo slancio, poi nelle arcate appassionate del duetto con Tosca, dove sembra quasi contenersi. Il registro acuto è ancora da mettere ben a fuoco per far sì che non siano solo i mezzi della natura a sostenerne i risultati; lo attestano una piuttosto problematica puntatura su “La vista mi costasse”, e una, meglio riuscita, sul “Vittoria” del secondo atto. Alla resa dei conti, ciò che si apprezza è il materiale vocale, che c’è, ed è dei più preziosi; ma resta ancora lavoro da fare, anche nelle scelte di repertorio, perché si possa parlare di lui come di un tenore in grado di rispondere alle promesse di chi già lo ritiene la nuova stella del firmamento tenorile italiano.

Ottimo l’apporto dei comprimari, che vede mettersi in luce il fin troppo misurato Sagrestano di Matteo Torcaso (al quale non viene dato alcun margine possibile per permettergli di realizzare una benché minima lettura interpretativa della parte, costretto quasi a sparire attorno a un plotone di guardie svizzere con guanti e pennacchi rossi che marciano come pupi caricaturali, mentre lui veste, e non se ne comprende il perché, abiti cardinalizi) e il sottilmente incisivo Spoletta di Cristiano Olivieri (gli è inferiore Daniel Umbellino, che sostiene la parte nel secondo cast) per completarsi con le altrettanto valide prove di Igor Durlovski nei panni di Cesare Angelotti, di Eduardo Martínez in quelli di Sciarrone, di Lorenzo Battagion, perfetto come Carceriere, e della voce bianca del Pastorello di Jacopo Gallo, davvero bravissimo.
Scroscianti applausi finali per tutti e ancora repliche fino al 21 di giugno con l’alternanza dei due cast dei quali si è riferito.

Teatro Regio Torino – Stagione 2025/26
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Chiara Isotton / Ekaterina Sannikova
Mario Cavaradossi Martin Muehle / Vincenzo Costanzo
Barone Scarpia Roberto Frontali / Claudio Sgura
Il sagrestano Matteo Torcaso
Spoletta Cristiano Olivieri / Daniel Umbellino*
Cesare Angelotti Igor Durlovski
Sciarrone Eduardo Martínez*
Un carceriere Lorenzo Battagion
Un pastorello Jacopo Gallo
*Artista del Regio Ensemble

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Regio Torino
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Maestro del coro di voci bianche Claudio Fenoglio

Regia, scene, costumi, coreografia e luci Stefano Poda

Nuovo allestimento del Teatro Regio Torino
in coproduzione con Аbау Kazakh National Ореrа
Torino, 12 e 13 giugno 2026

Foto di copertina: Mattia Gaido

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