Pochi giorni precedenti l’andata in scena di Macbeth nell’attesissimo nuovo allestimento che ha visto il ritorno al Teatro Regio di Torino di Riccardo Muti, Paolo Gallarati ha spiegato da par suo al pubblico, in una conferenza nel foyer del teatro, il grande impegno profuso da Verdi per preservare, nella prima sua opera ispirata a una tragedia di Shakespeare, alcuni dei suoi nodi e temi fondamentali, che vanno dalla privazione del sonno inteso come dannazione e dalla nostalgia del sonno come oblio, al tema della notte che nasconde il tradimento e il delitto; dal sangue che macchia le mani e i vestiti, al volto che nasconde dietro la maschera gli angosciosi fantasmi della mente. Ma soprattutto, ha sottolineato come sia fondamentale per Verdi lo sfondo inteso come “tinta” generale dell’opera, quella tinta sulla quale sempre insisteva anche quando non si trovò necessariamente a trattare temi shakespeariani, ma che riteneva essenziale al suo modo di operare. Una volta individuatala, il resto sarebbe venuto da sé.
Tale premessa vale anche quando, dall’atto creativo, ci si trova ad analizzare esecuzioni di altissimo livello come quella proposta al Regio per questo Macbeth che vede ancora una volta Riccardo Muti ritornare su una partitura che ha sempre amato, fin dai primi anni di carriera, e che ha attraversato il corso della sua lunga esperienza di direttore divenuto il più autorevole e profondo esegeta verdiano dei nostri tempi. Il percorso interpretativo che lo porta nuovamente a stupire nell’ennesima concertazione offerta per questo Macbeth torinese parte dall’inesauribile ricerca del dettaglio e, appunto, da quella tinta che nasce dal dettato musicale in funzione della tragedia, a favore di una lettura che regala illuminanti visioni drammaturgiche raccolte anche, come vedremo, dallo spettacolo stesso di Chiara Muti, con la quale mostra di trovarsi in assoluta sintonia.
Muti va alle radici delle intenzioni verdiane, ricerca colori, timbriche orchestrali e sfumature adatte a far luce sulle ombre di una sinistra e delittuosa dimensione notturna che avvolge la partitura e le imprime bagliori ritmici e impulsi sonori adeguati. Il suo è un Macbeth inquieto sì, ma non genericamente scuro, come impregnato da una fibrillazione sonora che irrora il dramma, lo sviscera tirandone fuori le verità che da nascoste si fanno vivide di una luce che nasce dal mistero, dal presagio, dalle turbe della mente, come se tutto nascesse dai fantasmi e dalle profezie di quelle streghe che con il loro grottesco e graffiante gracchiare preannunciano al protagonista la gloria che sarà per lui rovina. Da qui la direzione di Muti, da subito, diviene il risultato di un processo esecutivo che sappiamo insiste sugli ingredienti tipici di ogni sua lettura verdiana, che vanno dal rigore e dalla pulizia del dettato sonoro, all’analisi rispettosa e analitica dei segni d’espressione nella ricerca di mille impulsi sonori strumentali, talvolta guizzanti, altre volte intrisi di pensose oasi di misteriosa attesa, come macchie scure dell’anima facenti parte di una spirale infernale ricondotta alla dimensione visionaria che mai perde per un attimo l’aggancio con una lettura musicale che ha racchiusa in sé una forza potentemente teatrale.
Si susseguono, senza sosta, le tante meraviglie che la sua concertazione regala ottenendo da una Orchestra e da un Coro (istruito da Piero Monti) del Regio in stato di grazia momenti che restano impressi nella memoria. Ne citiamo due, fra i molti: le atmosfere sinistre donate al brindisi, che riverbera la presenza del negativo anche in un momento di festa, come se venisse cantato per forza, soprattutto nella ripresa, senza convinzione, da chi cerca di distrarre i presenti da una festa che, a ben vedere, nasce dalle conseguenze di un assassinio e dalle visioni che turbano il protagonista; poi il tono che in orchestra rivela rintocchi funebri con cui il dolore del popolo, nel coro “Patria oppressa!”, si esprime attraverso un lamento che condensa in sé tutta la sorda oppressione che racchiude il suo grido.
Ovviamente Muti è sempre attento a far sì che quanto si è detto si rifletta anche nel canto, pretendendo dagli interpreti uno sforzo fuori dal comune per far sì che ogni sillaba intonata abbia una ragion d’essere interiore che vada ben al di là del puro suono ben emesso. Da qui nasce l’esigenza di aver al suo fianco una compagnia di canto pronta a plasmarsi su tali esigenze, che sono certo impegnative e non così facili e scontate da realizzare.
Al Regio il cast vocale appare nell’insieme di alto livello, pur se non esente da lievi riserve. Luca Micheletti si impone per le doti attoriali (si sa che, oltre a essere baritono, è anche un apprezzato attore e regista) che fanno di lui un Macbeth che appare da subito tormentato, nervoso, nevrotico ma elegante grazie a una presenza scenica alla quale non si può negare piena autorevolezza e controllo. La voce è sempre preziosa, pronta anche a piegarsi alla mezza voce, al sussurro e al cantar piano finemente espressivo. È il vigore che gli manca, la capacità di donare la dovuta cavata ad alcune grandi frasi che finiscono col perdersi in suoni che lo vedono raccogliere l’emissione evitando che il canto si dispieghi con la giusta perentorietà quando lo si vorrebbe più vigoroso nella declamazione. Così appare in diversi momenti (“È squillo eterno che nel cielo ti chiama, o nell’inferno”, “Il velame del futuro alle streghe squarcerò”, “Muori, fatal progenie!…”), fino ad arrivare alla grande aria del quarto atto che lo vede giocare quasi in difesa dopo un cimento, ci permettiamo di notare, tanto impegnativo per la sua voce, ma dal quale esce, tutto sommato, a testa alta. Si conferma, quindi, un artista e un cantante di rango, ma se Verdi va cantato con attenzione alla scultura della parola è pur vero che esige anche, soprattutto in una parte come questa, una potenza vocale drammatica non così facile da ottenere per Micheletti.
Discorso diverso per il soprano Lidia Fridman, che ha tutte le caratteristiche per imporsi come Lady Macbeth di riferimento dei nostri tempi. Lo è per l’accento giusto e il temperamento scenico sostenuto da una indubbia avvenenza, ma soprattutto perché possiede quello che Verdi voleva per un personaggio che è personificazione del male, di una femminilità che, privata della fertilità, si concentra sull’ambizione e richiede voce “aspra, soffocata, cupa”. L’emissione stessa della Fridman racchiude, in un uno strano ossimoro, un suono che è sordo eppure sonoro, capace di toccare imperiosamente le vette acute della tessitura e di scendere perentoriamente in quelle gravi fin dall’aria di sortita, di non temere le tante insidie vocali de “La luce langue” e di dominare anche con flessibilità il brindisi, fino ad arrivare a una scena del sonnambulismo gestita al meglio di possibilità che la rendono oggi quasi insostituibile in questa parte.
Il giovane Maharram Huseynov canta assai bene, ma il bel colore di basso, seppure morbido e ben in evidenza nell’aria “Come dal ciel precipita”, eseguita con ottima linea e legato amalgamato allo splendido mantello sonoro offertogli da Muti avvolgendo la melodia di oscura premonizione, sembra per ora non possedere l’ampiezza sonora necessaria per farne un Banco del tutto completo, così come Giovanni Sala, al momento di intonare l’aria di Macduff, mostra musicalità e attenzione ai segni d’espressione ma resta, nella sostanza, vocalmente opaco. Nei ruoli di contorno, oltre al Malcolm di Riccardo Rados, spiccano la Dama di Lady Macbeth di Chiara Polese e il Medico di Luca Dall’Amico, mentre completano il cast alcuni artisti del Regio Ensemble, Eduardo Martínez (Un domestico di Macbeth), Tyler Zimmerman (Il sicario), Daniel Umbellino (L’araldo) e due valenti artisti del Coro del Regio, quali Mattia Comandone e Lorenzo Battagion, che si succedono nelle recite nei panni della Prima Apparizione unitamente ad altre voci bianche che assolvono al compito della Seconda e Terza apparizione.
Altra carta vincente di questo Macbeth torinese è lo spettacolo, davvero profondo, analitico e meditato, firmato da Chiara Muti, che parte della tragedia shakespeariana e trova, con felice sintesi, un nodo registico altamente psichico, quasi freudiano, andando alle origini del subconscio che vive nella mente di Macbeth; quel subconscio risvegliato dall’agire delle streghe, che null’altro sono che proiezioni della sua mente e lo portano sulla via della scelta fra il bene e il male. Il tutto, visivamente, viene proiettato in una dimensione che presenta una fangosa brughiera acquitrinosa declinante verso il proscenio, nera come la pece, con al centro un cerchio che sprofonda nel nulla, sovrastato da un semicerchio che, poco per volta, si trasforma nell’occhio della mente del protagonista intrappolandolo in una spirale dalla quale si sente ingabbiato senza poterne uscire. È il tormento di chi vive ai confini fra il sonno e la veglia, pronto a materializzarsi nel terzo atto, quando durante le danze (ricercatamente coreografate da Simone Valastro) lo spettacolo diviene una sorta di viaggio della psiche di un bambino che si capisce essere il piccolo Macbeth, come se in questo dormiveglia il protagonista assistesse in flashback a un incubo a occhi aperti, a un’allucinazione che gli mostra i nodi della sua infanzia irrisolta, con le sue incertezze e i suoi impulsi e conflitti rimossi, fino al momento in cui la scena diventa un teatro nel teatro quando Macbeth, ormai adulto, prova a togliersi la maschera che lo rende attore di un ruolo troppo pesante da assumere, quello di una mente che, sotto l’influsso delle streghe, lo ha condotto a operare per il male e poi a interrogarle sul suo futuro, ormai consapevole dei crimini che lo accomunano alla Lady in una corsa verso la rovina che li unisce nella sorte: con lei che, rifiutando la sconfitta, perde il senno, e con lui che, ormai consapevole degli errori compiuti, accetta la morte come fosse un suicidio.
Le intenzioni registiche si declinano in un contesto visivo, con scene di Alessandro Camera, costumi di Ursula Patzak e luci di Vincent Longuemare, di rara suggestione: scuro, sinistro, avvolto nelle tenebre della mente – “una landa perduta dell’inconscio” come la definisce Chiara Muti nelle sue dotte note di regia – dinamico e a tratti metafisico (splendido l’effetto delle lamine acuminate di vetro riflettenti la luce, dietro le quali si nascondono i sicari pronti a uccidere Banco, che diventano come pugnali con cui lo si trafigge), sempre con una visione profondamente calata nella verità shakespeariana, in una sintesi perfetta che avvicina appunto Verdi, quanto più possibile, al drammaturgo che sempre gli fu più caro.
Prima di ieri sera, 24 febbraio, con un pubblico da grandi occasioni e successo finale che ha rasentato il trionfo, meritato.
Molto sentite anche le parole rivolte da Riccardo Muti ai giovani, che da sempre gli stanno a cuore, ad apertura dell’anteprima del 20 febbraio scorso a loro dedicata, quando li ha salutati con un breve discorso concluso invitandoli a portare sempre con loro un motto latino legato alla tradizione ospitale monastica e alla accoglienza dei Cavalieri Templari, “Porta patet, cor magis”, che ha parafrasato in italiano così: “La porta (quindi, in questo caso, la porta del teatro e dell’arte) è aperta (per voi), ma il cuore ancora di più”. E subito è scattata una ovazione.
Per chi non avrà la fortuna di poter assistere a questo Macbeth, ci sarà la consolazione di vederlo prossimamente in televisione, trasmesso dalla Rai. 




Teatro Regio – Stagione lirica 2025/26
MACBETH
Opera in quattro atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Macbeth Luca Micheletti
Lady Macbeth Lidia Fridman
Banco Maharram Huseynov
Macduff Giovanni Sala
La dama di Lady Macbeth Chiara Polese
Malcolm Riccardo Rados
Il medico Luca Dall’Amico
Un domestico di Macbeth Eduardo Martínez*
Il sicario Tyler Zimmerman*
L’araldo Daniel Umbellino*
Prima apparizione Mattia Comandone/Lorenzo Battagion
Seconda apparizione Luca Degrandi/Chloe Zarrilli/Amelia Volta
Terza apparizione Jacopo Gallo/Francesco Bogino
*Artista del Regio Ensemble
Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Direttore Riccardo Muti
Maestro del coro Piero Monti
Regia Chiara Muti
Scene Alessandro Camera
Costumi Ursula Patzak
Coreografia Simone Valastro
Luci Vincent Longuemare
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
in coproduzione con Teatro Massimo di Palermo
Torino, 24 febbraio e 20 febbraio (Anteprima Giovani) 2026
Foto di copertina: Mattia Gaido

