Greta Thunberg fa abbattere un maestoso tiglio. Un suicidio green, che sancisce il tramonto definitivo di un amore. Impermeabile giallo, kefiah e le lunghe trecce d’ordinanza, l’attivista svedese ispira nella regia di Stefano Patarino il ruolo di Bianca, la prima figura femminile del teatro di Italo Montemezzi. Intorno a lei un calidoscopio di armadi, prima che di personaggi. Abiti da festa, stivali da pesca, t-shirt a firmare la messa in scena per questa importante riscoperta che ha visto protagonisti studenti e docenti del Dipartimento di analisi, composizione e direzione e il Dipartimento di canto e teatro musicale del Conservatorio di Padova.
La partitura giaceva infatti negletta sotto pacchi di fotografie a Vigasio, nella villa che fu di Italo Montemezzi, ed è stata ritrovata grazie a un fortunato disegno del destino.
Di Italo Montemezzi il repertorio ha di fatto conservato solo L’amore dei tre re, altro drammone ambientato in un medioevo favolistico, con tre grandi protagonisti. A riaccendere i riflettori sulla vita e la parabola artistica di Montemezzi è arrivato, nei centocinquant’anni dalla nascita, il volume Opera tra due mondi in cui Raffaele Mellace e David Chandler ricostruiscono puntualmente la biografia e ne analizzano l’opera. Si scopre così che Montemezzi fu un astro della lirica italiana del primo Novecento, protagonista di un’ascesa rapida e luminosa seguita da una lunga e ostinata rincorsa a una gloria che non riuscì a rinnovare.
Formatosi al Conservatorio di Milano, una generazione dopo Puccini e Mascagni, Montemezzi fu presto accolto da Casa Ricordi, che in lui intravide la promessa di un’eredità degna dei fasti di Verdi e Rossini. E, in effetti, la profezia sembrò avverarsi: nel 1913, L’amore dei tre re lo catapultò sulla scena mondiale, in particolare negli Stati Uniti, dove l’opera venne lanciata da Toscanini («Un successo strabiliante di pubblico e stampa. Io ne sono ancora meravigliato» scrisse il direttore). Con quel capolavoro, profondamente radicato nella tradizione italiana ma aperto alle suggestioni wagneriane e oltre – tanto che la critica americana lo celebrò come «il dramma musicale più nobile venuto dall’Italia dai tempi dell’Otello», Montemezzi seppe dare voce autentica al gusto della sua epoca. Ma questo libro è anche la storia di un’ambizione tradita: ancora prima di trasferirsi in America nel 1939. Una vicenda esistenziale dalla campagna veronese a Beverly Hills, tra Belle Époque, ventennio fascista e show business internazionale.
Bianca è dunque un fortunato ritrovamento. Marco Pasetto, musicista e docente, a Vigasio in un baule di Villa Montemezzi, sotto un pacco di fotografie, ritrova un manoscritto.«Un’emozione potente. Sapevamo che Montemezzi avesse scritto un primo atto unico giovanile ma la partitura era creduta da tutti perduta». Pasetto si mette al lavoro insieme a Gino Farenzena ma il manoscritto è pieno di cancellature, probabilmente una prima frammentaria stesura. «Ritorno in villa ed ecco: altra sorpresa. Di fronte a me una copia ordinata, sicuramente frutto di una seconda stesura». E’ il debutto operistico di Italo Montemezzi che, giovane diplomato al regio Conservatorio di Milano, accetta una supplenza annuale di armonia nell’anno scolastico 1900-1901. Forse grazie ad Alberto D’Erasmo, suo insegnante di composizione (oltre che direttore d’orchestra e pianista accompagnatore di grandi solisti, Pablo Casals per fare un nome), Montemezzi viene a sapere che Vincenzo Bonetti, violinista e direttore d’orchestra con una solida carriera in Spagna e a Parigi, aveva promosso un lascito al Conservatorio per un concorso per giovani operisti. Il libretto è scritto da Giuseppe Zuppone Strani, un singolare personaggio: letterato, poeta per musica ma anche direttore generale delle poste di Milano.
La trama è una specie di favola: ambientata nel Medioevo e immersa in un mondo magico, ha il sapore di titoli quali Rusalka o Freischütz. Un idillio boschivo aperto dalla suggestione dei corni.
La lettura proposta al Teatro Sociale di Rovigo da Fabrizio Da Ros, alla testa dell’Orchestra sinfonica del Conservatorio Cesare Pollini di Padova, è sicura e penetrante, accompagna e sostiene le voci e mette in luce la perizia e il gusto della scrittura orchestrale.
Sul fronte vocale si distingue la prova di Giulio Putrino nel ruolo di Balduino. Uno squillo tenorile di pura tradizione italiana, lo scavo della parola e la luce di una voce che per volume e qualità fa presagire un importante futuro, sorretta da una indubbia musicalità e da un elegante istinto scenico. L’aria “Chiama, o verde tiglio” è uno dei momenti più belli della serata. Camilla Consolaro non ha forse la vocalità adeguata per sostenere il ruolo di Bianca, scritto per un soprano lirico spinto (già una dichiarazione d’intenti, pensando ai successivi personaggi di Montemezzi come Fiora nell’Amore dei tre re). E tuttavia la qualità vocale è decisamente promettente, gli acuti levigati e luminosi, la linea di canto ispirata a un legato morbido sempre sul fiato. Nel ruolo della deuteragonista il mezzosoprano Erika Zulikha Benato che ha nella sicurezza scenica la sua carta attuale più felice, facendosi inoltre apprezzare per un timbro brunito interessante. Molto convincente invece la sua prova ne La Damoiselle élue. Il piccolo ruolo del Guardiaboschi ha permesso tuttavia a Xiaojie Meng di mettere in luce una prova più che adeguata al contesto.
Compatta e squillante la prova del coro del Conservatorio Pollini, co-protagonista dell’azione. Bianca si è fatta apprezzare per una lettura musicale matura e sicura, in una scena sostanzialmente priva di elementi, ad eccezione di un tronco d’albero che baluginava in quinta.
L’atto unico di Montemezzi era preceduto da La Damoiselle élue, poema lirico di Claude Debussy su libretto di Dante Gabriele Rossetti: scelta felice dal punto di vista della coerenza ma estremamente più delicata sotto quella della resa musicale e soprattutto vocale. La trasparenza della scrittura impone l’uso di una vocalità diafana e raffinatissima. La prova pur volenterosa del soprano Yukari Mori non ha messo a fuoco questa cifra stilistica.
Per la cronaca, alla fine Italo Montemezzi non vince il Concorso a Milano. E tuttavia viene premiato con 400 anziché 500 lire. Per ascoltare questo lavoro si è dovuto attendere fino a venerdì sera al Teatro Sociale di Rovigo in quella che senza dubbio si configura come una delle operazioni culturali di maggior interesse dell’intera stagione. 




Teatro Sociale di Rovigo – Stagione 2025/56
LA DAMOISELLE ÉLUE
Poema lirico
Musica di Claude Debussy
Libretto di Dante Gabriele Rossetti
Versione del 1902
Une recitante Erica Zulikha Benato
La Damoiselle Yukari Mori
BIANCA
Poema drammatico in un atto
Musica di Italo Montemezzi
Libretto di Giuseppe Zuppone Strani
Trascrizione a cura di Marco Pasetto
Prima esecuzione assoluta
Bianca Camilla Consolaro
Ricciarda Erica Zulikha Benato
Balduino Giulio Putrino
Un guardaboschi Xiaojie Meng
Coro e Orchestra del Conservatorio di musica Cesare Pollini di Padova
Direttore Fabrizio Da Ros
Maestro del coro Francesco Loregian
Regia, scene e luci Stefano Patarino
Costumi FantasiainRe
In collaborazione con il Dipartimento di Analisi, Composizione
e Direzione e il Dipartimento di Canto e
Teatro Musicale del Conservatorio di Padova
Rovigo, 8 maggio 2026

