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Roma, Teatro dell’Opera – Roméo et Juliette

Per regia e scene, moderna ma non troppo, con prova canora dei protagonisti nel complesso buona, pur a fronte di qualche discontinuità, e vette di qualità assoluta grazie al Coro, all’Orchestra e a una direzione di viva cifra epica sul podio.
La produzione del Roméo et Juliette di Charles Gounod, in scena per la prima volta al Teatro dell’Opera nel nuovo allestimento affidato dal Lirico della Capitale a Luca De Fusco nell’ambito di una parternship triennale con il Teatro Stabile di Roma, realtà di cui il regista napoletano è dal 2024 direttore artistico, si avvale infatti di un contenitore in sostanziale quanto coerente equilibrio fra il portato delle fonti e la forma di una cauta modernità. Modernità giocata sulla dissociazione simbolica fra il bianco e nero dell’azione reale, legata ai temi del conflitto e della morte, a fronte di un mondo vivo e a colori che, nel sentimento condiviso dai giovani amanti di Verona, sopravvive e condensa ricordi, sogni e immaginazione. Dunque vincendo la guerra, almeno idealmente.

La visione duale ideata dal regista De Fusco con le scene e i costumi d’epoca trasversale di Marta Crisolini Malatesta, illuminati con salda efficacia dal disegno luci di Gigi Saccomandi, colloca in pratica la sanguinaria opposizione tra Capuleti e Montecchi entro lo spettro cupo di qualcosa che ancora ci appartiene, vale a dire il secondo conflitto mondiale. Pertanto, siamo nel pieno degli anni Quaranta, all’interno di un contesto ischeletrito, perché emblema di una morte già avvenuta, ed entro un doppio fuoco in cui gli unici latori di vita risultano essere Romeo e Giulietta, ribaltando di fatto in chiave sublimata dall’immaginario la prospettiva della tragica storia shakesperiana dalle remote radici italiane. E per far ciò ricorre per l’intero impianto alle risorse in video elaborate da Alessandro Papa. Ossia, a filmati che su siparietti di velo, sul fondale oltre le sette finestre ad arco o sulla lastra frontale della tomba, proiettano vedute, cieli e paesaggi, incontri e unioni, intreccio di mani e (ricordando Svoboda) i grandi occhi della donna, mentre alla tecnica del videomapping è assegnato il compito di decorare con florilegi di stampo neoclassico l’arido muro del palazzo in pietra che domina con i suoi archi il centro della scena. Una scena che si amalgama fino a un certo punto con l’azione, poggiando, da un lato, su soluzioni di notevole effetto come la pioggia fitta proiettata in apertura sul velario al proscenio con dietro il Coro assiepato sotto gli ombrelli (stile Traviata firmata Lorenzo Amato) e che indossa maschere-teschio, le raffinate immagini floreali e teatrali di stile pompeiano sulla facciata del palazzo polifunzionale (basta una grande croce e diventa cappella), gli scorci panoramici; dall’altro, risultando un po’ stucchevoli i filmati in bianco e nero con mani e occhi, la regina Mab e altre creature fabulistiche in silhouette, la notte di stelle, il balcone laterale in ossatura metallica neanche utilizzato più di tanto. Viceversa raffinati e sempre originalmente pertinenti tutti gli interventi coreografici – molto bella la scena stilizzata del ballo-battimento – curati da Alessandra Panzavolta.

Punto di grande pregio e forza del nuovo allestimento resta in ogni caso la direzione musicale affidata nell’occasione a Daniel Oren, applaudissimo sin dal suo primo apparire in buca. In forma particolarmente ispirata e ben padrone della partitura, il direttore israeliano con dovizia e sapienza sceglie e governa a briglie plastiche ben tese lo stacco dei tempi, libera il più ampio suono dall’Orchestra della Fondazione – preparatissima in tutte le sezioni, con archi morbidi e magnifici, ben duttile a ogni suo gesto – curandone al contempo la molteplicità dei colori, la lucentezza dei timbri puri, l’opulenza delle dinamiche da grand-opéra come l’essenza melodica dell’opéra-lyrique, ottenendone pianissimi miracolosi, dando polpa epica e tensione viva alla narrazione. Il tutto, strutturando ciascun numero con cura dello stile ed estrema chiarezza analitica, nel pieno respiro e rispetto di ogni singola voce e parola. Ancor più su si collocano, poi, gli interventi di un Coro che, sotto la guida musicale illuminata del maestro Ciro Visco, restituisce in misura eccellente le costruzioni più potenti, sia nel pianissimo impalpabile, come nella fibra a velo dell’Ouverture-Prologue, quanto nella vigoria del forte, come nel concertato cantato in straordinaria punta di ritmo in chiusa d’atto terzo.

Sul gruppo delle voci si premia in particolare il tenore Vittorio Grigolo, Roméo di appassionato slancio scenico e soprattutto, forte di un rodaggio prestigioso del ruolo (nel 2011 alla Scala e nel 2017 al Metropolitan), ritagliato sulla bellezza naturale di un melos ampio, teneramente sfumato e articolato fra colori e accenti molteplici. L’emissione di Grigolo poggia con evidenza su una preparazione tecnica solida e su un dominio del suono sempre apprezzabilmente consapevole dello stile lyrique. Di qui la dizione limpida ed elegantemente forgiata che fa il paio con una tornitura costantemente curata e appropriata del fraseggio, portata nelle dinamiche, dolcemente generosa nella cantabilità, luminosa nelle puntature lungamente sostenute all’acuto.

Diversa la prova della Juliette del soprano georgiano Nino Machaidze, pur dovendo proprio a tale ruolo il suo primo successo internazionale, con il debutto nel 2008 al Festival di Salisburgo. La sua voce di oggi, passata per le corde veriste di Nedda e per la pasta ben più densa di talune eroine verdiane, mostra una maturazione in direzione e consistenza drammatica che la porta a fare non poca fatica nel rientrare nei ranghi di ruoli lirici più tersi e leggeri. Ne è piena dimostrazione la disparità qualitativa, antitetica, con cui ha dato rispettivamente stile e suono all’arietta in tempo di valse animé “Je veux vivre dans le rêve” al primo atto – dove la tecnica c’è ma le articolazioni virtuose fra irte scalette e acciaccature serrate non risultano comode né ben levigate, così come all’acuto l’interprete tende a forzare o a schiacciare – a fronte della grande prova, drammatica appunto, sfoderata invece al quarto atto nell’attesa air du poison “Amour, ranime mon courage”, facendo leva sulla potenza del suono e su agilità qui vibranti e di forza, con debita corona di applausi.

Un po’ scuro per la parte ma di ottima resa per densità di tempra e sonorità del volume è il Mercutio del baritono Mihai Damian, nell’insieme efficace è il basso Nicolas Courjal nel doppio ruolo di Frère Laurent e del Duc de Vérone, agile ma relativamente acuminata nel ruolo en travesti di Stéphano il mezzosoprano Aya Wakizono mentre solo parzialmente a fuoco il Capulet e il Tybalt rispettivamente affidati a Christian Senn e a Valerio Borgioni. Completavano il cast l’ottima Géraldine Chauvet (Gertrude), Raffaele Feo (Benvolio), Alessio Verna (Gregorio) e, dalla “Fabbrica” della Fondazione, Alejo Álvarez Castillo (Pâris).
Lunghi e calorosi gli applausi per tutti al termine.

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione lirica 2025/26
“Doppio Sogno”

ROMÉO ET JULIETTE
Tragédie lyrique in cinque atti
Libretto di Jules Barbier e Michel Carré
Musica di Charles Gounod

Juliette Nino Machaidze
Roméo Vittorio Grigolo
Frère Laurent Nicolas Courjal
Mercutio Mihai Damian
Stéphano Aya Wakizono
Capulet Christian Senn
Tybalt Valerio Borgioni
Gertrude Géraldine Chauvet
Le Duc de Vérone Nicolas Courjal
Pâris Alejo Álvarez Castillo*
Benvolio Raffaele Feo
Gregorio Alessio Verna
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program
del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Luca De Fusco
Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
Luci Gigi Saccomandi
Video Alessandro Papa
Movimenti coreografici Alessandra Panzavolta

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
nell’ambito di un progetto triennale
in collaborazione con il Teatro di Roma
Roma, 3 maggio 2026

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