Le due principali piazze teatrali del Centro e Sud Italia, Roma e Napoli, nella libertà di programmazione e nelle diverse scelte artistiche, sembrano aver creato un vero e proprio festival monografico. In programma, Mozart e Claus Guth. E proprio come in una staffetta, il giorno dopo l’ultima recita delle Nozze di Figaro all’Opera di Roma, ecco la prima di Mitridate, re di Ponto al San Carlo: due opere di Mozart in due allestimenti già ben noti del regista tedesco.
E se quasi dispiace che il Costanzi abbia giubilato il bellissimo allestimento delle Nozze di Graham Vick, va riconosciuto il merito di aver portato in Italia quello elegantissimo e pirotecnico di Guth, già recensito in occasione del cast alternativo della produzione romana da Paola De Simone (qui il link), con la quale condividiamo pienamente le valutazioni su podio, coro e orchestra. Date le otto repliche, tutte sold out, era previsto il doppio cast per i quattro ruoli principali. Queste righe sono dedicate alla prima compagnia, nella quale si impongono ottime voci, perfettamente a loro agio nella scena di Guth.
Martina Russomanno, nome ultimamente alla ribalta, convince pienamente come Susanna. Se scenicamente è spigliatissima, vocalmente colpisce per la voce lirica piena, il timbro ambrato e la facilità nella salita in acuto. In “Via, resti servita” la voce riempie la sala ed emerge perfettamente la vis comica; nel secondo atto rende tanto la frenesia della folle giornata e l’interesse vivo per Cherubino in “Venite, inginocchiatevi”, quanto il sodalizio con la Contessa. Proprio il fatto che le due cantanti, Russomanno e Mantegna, possiedano voci liriche tendenti allo spinto crea un’alchimia, un vero e proprio patto d’acciaio fra Susanna e la Contessa, che si confermano i personaggi forti dell’opera. Il soprano mostra finezza e intelligenza anche nei recitativi, cogliendo appieno parole e pause del testo dapontiano.
La giovanissima Elmina Hasan, formatasi nell’Opera Studio di Vienna, l’avevamo ascoltata lo scorso giugno quale Carmen alla Wiener Staatsoper. E, sebbene Carmen e Cherubino siano due mondi diversi per vocalità, stile e intenzioni, la lezione del ruolo bizetiano riaffiora nella prova del mezzosoprano. Il suo Cherubino straborda di sensualità, grazie alla voce ambrata e ben governata, alla recitazione curatissima e alla giovane età della cantante. In “Non so più cosa son” si apprezzano le messe di voce e i pianissimi; in “Voi che sapete” spiccano il fraseggio e la dolcezza nell’emissione. L’unico tallone d’Achille è forse la pronuncia di qualche termine italiano qua e là non perfettamente articolato.
Molto bene Roberta Mantegna nei panni della Contessa. Esordisce con un “Porgi, amor” di rara intensità in cui si apprezzano i piani (veri) e la finezza interpretativa con cui canta di petto il finale “morir” nel registro grave, scelta che Mantegna ripropone qua e là, come nel “per carità” alla fine del Trio con il Conte e Susanna. Se qualche purista storcerà il naso, noi gradiamo molto questa soluzione: dopotutto la Contessa è un ruolo che si addice storicamente a voci lirico-spinte, ma in questo modo Mantegna non solo non rinnega né vocalità né repertorio ma porta con sé il proprio bagaglio fin de siècle per disegnare una Contessa umana e disarmata. In “Dove sono” si apprezzano i filati e l’attacco in pianissimo, perfettamente udibile.
E poi il Figaro di Erwin Schrott, che tratteggia un personaggio a tutto tondo, sia sul piano vocale che scenico. Istrione, sbeffeggiatore, sbeffeggiato, perspicace, fanfarone, leggero ma profondo: questo è il Figaro di Schrott. In “Se vuol ballare” si apprezzano le frasi cantate tutte fra mezzo piano e mezzo forte; in “Non più andrai” spicca una vis comica mai eccessiva, unita a un timbro di velluto; nei recitativi convincono la presenza vocale e l’ottimo italiano, fino alla tirata misogina condotta con voce perfettamente controllata.
Anello debole della compagnia è il Conte di Germán Olvera, la cui voce piuttosto piccola viene spesso coperta dall’orchestra e negli assiemi risulta di difficile udibilità. Il terzo e il quarto atto appaiono sicuramente migliori dei primi due, e se scenicamente Olvera rende perfettamente un Conte vinto e gabbato, vocalmente appare troppo remissivo. Le note ci sono tutte e c’è mestiere, ma fraseggio e intenzioni restano piuttosto generici.
Il resto del cast fa faville, creando il perfetto contrappunto ai protagonisti: su tutti i veterani Roberto Scandiuzzi (Bartolo) e Monica Bacelli (Marcellina), la cui scena del riconoscimento è un piccolo capolavoro di comicità. 




Teatro dell’Opera di Roma – Stagione lirica 2025/26
“Doppio Sogno”
LE NOZZE DI FIGARO
Commedia per musica in quattro atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Il Conte di Almaviva Germàn Olvera
La Contessa di Almaviva Roberta Mantegna
Susanna Martina Russomanno
Figaro Erwin Schrott
Cherubino Elmina Hasan
Marcellina Monica Bacelli
Bartolo Roberto Scandiuzzi
Don Basilio Marcello Nardis
Curzio Blagoj Nacoski
Barbarina Jessica Ricci*
Antonio Alejo Alvarez Castillo*
Cherubim Uli Kirsch
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program
del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Emmanuel Tjeknavorian
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Claus Guth
Scene e costumi Christian Schmidt
Luci Olaf Winter
Movimenti coreografici Ramses Sigl
Video Andi A. Müller
Drammaturgia Ronny Dietrich
Allestimento Canadian Opera Company
Roma, 22 settembre 2026

