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Roma, Teatro dell’Opera – La bohème

Fibra e teatralità delle voci in primo piano, sensibilità scenico-registica in secondo, musica dal podio in fondo. È una prospettiva di sintesi che, tuttavia, ben si attaglia a fotografare in report quanto ascoltato e visto con La bohème di Giacomo Puccini riproposta dal Teatro dell’Opera di Roma nella versione creata, poco più di dieci anni fa, dal regista Davide Livermore (autore anche di scene, costumi e luci) in coproduzione con il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia e a battesimo in Italia nei grandi spazi aperti delle Terme di Caracalla (2014 e 2015) e del Circo Massimo (2021) tirando in gioco, attraverso le tecniche del virtuale e del video mapping, l’arte impressionista e gli amici di Monet.

Quindi in queste sere, a 130 anni esatti dalla prima assoluta torinese, l’opera ritorna nel cartellone capitolino puntando ancora sulla caleidoscopica e raffinata metamorfosi digitale targata D-Wok ma, per la prima volta e per ben undici recite con tre diversi cast, riorganizzandola per la sala al chiuso del Costanzi. Luogo scenico dove, in verità, si aggancia all’azione con occhio sapiente e va a sposarsi a meraviglia con le pareti qui in prospettiva angolata del palcoscenico. Tra l’altro perfettamente rispondendo, con le sue magiche chimere scenico-pittoriche a rimbalzo vivo e in movimento tra vetrata, fondale e tela su cavalletto, tanto al nocciolo bohémien interno al titolo quanto al “Doppio sogno” che sigla l’intera stagione.

Sul tutto, voci in primo piano piano, si diceva in apertura. E non solo per la valida resa canora, assai plastica, di tutti gli interpreti in gioco, quanto per lo scarto in rapporto a una percezione della musica per lo più assottigliata in filigrana dalla direzione dell’Orchestra fluendo, pur con tutta l’accortezza per la semplicità delle minuzie e le tenere trasparenze del caso, a complemento e corredo più che a guida propulsiva e a saldo sostegno (con qualche evidente spoggiatura fra buca e palco) del portato in scena.

Intanto, grandi le aspettative e dunque l’interesse per il ruolo del titolo assegnato in primo cast al soprano Carolina López Moreno, tedesca per nascita e calda tempra latino-mediterranea (il padre è colombiano, la madre albanese), al momento additata fra le migliori interpreti del repertorio pucciniano stando agli esiti recenti fin qui messi a segno nella Bohème, in Suor Angelica, nella Butterfly e nella Rondine. Al di là della scoperta esposizione del suo canto in base alle scelte operate dal podio, il soprano dà effettivamente prova di una notevole congenialità con la parte in virtù di un’emissione piena per volume e sempre molto rotonda nelle brevi frasi tenere, generosa nei colori fra lunghi filati, sfumature e tenute del suono importanti in tandem con una sempre graziosa e versatile presenza scenica. Il che, però, non la porta ancora a essere riconosciuta come la Mimì del secolo, ma neanche del mezzo secolo, lasciando intatto il primato alla Mimì esemplare di Eleonora Buratto vista e portata per la prima volta in Italia nel 2018 al San Carlo di Napoli. E questo perché il calibro di Carolina López Moreno risponde a un buon lirico ma non esattamente al lirico puro, così come attesta inoltre l’esigenza di un maggior lavoro sulla dizione o, comunque, sulla consapevolezza dei nessi fra parola e nota, sull’omogeneità di un’intonazione minata da qualche flessione di troppo, sulla tornitura e lucentezza dei suoni all’acuto. Ad attestarlo già la sortita di presentazione nell’Adagio (Sì, mi chiamano Mimì), che pur funziona nella timida mistura di canto e narrazione ma, di fatto, non decolla mai del tutto pur fra le tante gemme del suo piccolo mondo sospeso fra l’ideale e il reale. In via analoga, nell’affettuoso Andantino al terzo quadro (Donde lieta uscì), la bella ricerca delle dinamiche e dei ricordi in triplo e quadruplo piano non sempre trova riscontro su una linea che poggia sul fiato, restando per lo più sospesa in gola. Se ne apprezzano, viceversa i confronti in assieme con Marcello, a seguire con Rodolfo e il notevole lavoro espressivo sull’epilogo drammatico fatto di nostalgia, dolore e morte.

D’altra parte sul fronte maschile il tenore Saimir Pirgu, dal pubblico romano già applaudito nei ruoli pucciniani di Pinkerton (Circo Massimo 2021) e Cavaradossi (Caracalla 2024), ma mai nei panni di Rodolfo, regala solo dopo qualche opacità in prima battuta (non piena la forma “Nei cieli bigi”) un protagonista maschile dall’afflato poeticissimo e sincero grazie alle risorse di una proiezione dalle articolazioni sapienti e molteplici. Una prova scolpita dunque in crescendo salendo poi di quota e man mano in vetta dal terzo quadro (dopo l’intervallo, in sostanza) attraverso un generoso fraseggio dai legati estesi e sontuosi, fra accenti in serrata quanto costante simbiosi con un melos ben governato nella sua esuberante passione. Mettendo quindi nel complesso a segno non il solito, pallido Rodolfo, ma il poeta bohémien carico di slancio e di buone intenzioni, vivace, amabile e concreto.

Il pittore Marcello è poi magnificamente interpretato da Nicola Alaimo. Il suo colore risulta un po’ verdiano per il ruolo ma l’emissione s’impone subito allo stacco dell’opera con duttile pregnanza e tecnica robusta, ben scavando ed esaltando ogni sillaba, espressione e suono. Il tutto, sostenuto da una gestualità attoriale assolutamente trainante. Persino esilarante, come nella posa ridicolissima a imitazione con tanto di stazza di una leggiadra ballerina sulle punte in apertura della piccola suite di danze settecentesche intrecciate nella soffitta, seguito addirittura da un accenno di twerking e dal tentativo di fermare la tenzone degli amici nella finta schermaglia minacciandoli con la sua tavolozza sollevata in aria, un attimo prima della svolta tragica.

Non meno interessanti si rivelano lo Schaunard del baritono Alessio Arduini, ritmicamente sbalzato in buon mezzo-carattere sia pur con emissioni un po’ larghe, e il Colline assai nobile di William Thomas, basso britannico classe 1998 che, con timbro avvolgente, corposo e bronzeo, ci regala una “Vecchia zimarra” di notevole intensità malinconica, ben ponderata nelle pause, nei ritardando, negli accenti.
Per quel che riguarda lo squillo dai centri in su, salda è anche la lezione della Musetta del soprano palermitano Desirée Rancatore il cui canto, fra tecnica e tempra, sa come dare al meglio suono e forza a ogni suo voluttuoso capriccio. Da manuale resta poi lo scatto degli insulti fra lei e Marcello, in coda alla Barrière d’Enfer. Ben caratterizzato infine, e mai caricaturale, il Benoît come l’Alcindoro di Matteo Peirone, irresistibile in quel suo originale sfogo di pazienza verso il cielo andato a solleticare il riso dell’intera sala.
Sempre sul piano vocale, ma di massa, pieno plauso inoltre al temperamento canoro letteralmente incandescente sfoderato in un festosissimo Cafè Momus dal Coro del Teatro dell’Opera di Roma, preparato come sempre a dovere da Ciro Visco, quindi all’intero gruppo delle voci bianche della Scuola di Canto Corale curate da Alberto de Sanctis, distintesi per puntualità e colore.

Quanto allo spettacolo in sé, si apprezza e non poco la capacità di Davide Livermore di aver trasformato in arte e poesia le altrove spesso fredde o eccessive risorse video della modernità, innestandone tra l’altro gli spunti con mano felicissima fra i dettagli dei costumi e dell’azione narrata dal libretto di Illica e Giacosa ispirandosi alle Scènes de la vie de bohème di Henri Murger e Théodore Barrière. Se si esclude l’inopportuna piattaforma su cui Musetta arriva e riparte durante il suo valzer, così come l’idea di affidare l’acuto dei due freschi innamorati in chiusa al primo quadro non “da fuori” ma comodamente in scena sul divano, tutto il resto è delicato incanto: l’onda del Mar Rosso che si infrange repentina in miniatura nel dipinto di Marcello e in forma amplificata fuori alla finestra, l’improvviso battito di palpebre che per un attimo rende viva la Femme à l’éventail di Renoir, la Parigi visionaria illuminata nel secondo quadro dalla Notte stellata di van Gogh, i suoi girasoli in dettaglio sulla parete, come quadro sul cavalletto e come fiori che Mimì stringe fra le mani al primo. E ancora: il tenero ritratto della Jeune fille au chapeau rose di Renoir in aggancio alla cuffietta rosa desiderata e ricevuta dalla protagonista, i paesaggi innevati di Cézanne e Caillebotte per il terzo quadro, con tanto di fiocchi di luce silenziosi e cadenti o, nella mirata esposizione di opere d’arte a cornice coeva della storia di Bohème, il divano rosso (fra i pochissimi elementi di scena con la stufa in ghisa, un tavolo e due sedie più il cavalletto) preso di peso dal bel dipinto di Jean Béraud (Après la Faute), riproducendone a specchio anche l’abito e il disperato destino di Mimì, quindi un nudo di Toulouse-Lautrec (Nu couché) e le Anémones di Renoir.
Fra i colpi di maggior effetto, quindi, il sipario nero che svela lentamente e solo a musica inoltrata il divertimento sfrenato e quasi felliniano della folla ammassata al Cafè Momus, quasi vertigine sognata più che realmente vissuta stando anche al divano e al soffitto rimasti al centro dal quadro precedente, i saluti al termine della prima metà dell’opera con la sfilata dei tamburi militari della ritirata, la dolce trasformazione dello sfondo di neve in un giardino impressionista verdeggiante con la coppia in umbratile effetto pittorico nell’impossibilità di un addio rinviato “alla stagion dei fior”.

Nell’occasione, la direzione delle compagini artistiche romane affidata a Jader Bignamini, guida stabile della Detroit Symphony Orchestra, espone con naturale leggerezza i tanti scorci sonori, camminando in promenade veloce fra temi e dinamiche, segnali timbrici e reminiscenze. Si direbbe, a inseguire o a cavalcare gli istanti spensierati e fuggevoli di una gioventù che scivola in superficie e in fretta. Il che non sempre giova al respiro delle voci né, soprattutto, agli affondi tensivi o agli apici drammatici. Va da sé che i momenti più riusciti coincidano con il carico di suono al culmine del raggiro del padrone di casa Benoît, nelle scene di massa al Quartiere Latino fra la corsa dei bambini dietro i giocattoli di Parpignol, lo strepitare di Musetta e la ritirata alla francese mentre, un mistero, resta la moltiplicazione ad libitum della corona sulla pausa di croma che, alla morte della protagonista, diventa cesura netta e silenzio quasi infinito.
Al termine gli applausi del pubblico premiano calorosamente tutti gli artisti e gli artefici dello spettacolo.

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione lirica 2025/26
“Doppio Sogno”
LA BOHÈME
Scene liriche in quattro quadri
Libretto di Luigi Illica Giuseppe Giacosa
da Scènes de la vie de bohème di Henri Murger e Théodore Barrière
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Carolina López Moreno
Rodolfo Saimir Pirgu
Marcello Nicola Alaimo
Schaunard Alessio Arduini
Colline William Thomas
Musetta Desirée Rancatore
Benoît/Alcindoro Matteo Peirone

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale
del Teatro dell’Opera
Direttore Jader Bignamini
Maestro del Coro Ciro Visco
Maestro della Scuola di Canto Corale
del Teatro dell’Opera Alberto de Sanctis
Regia, scene, costumi, luci Davide Livermore
Video D-Wok

Allestimento Teatro dell’Opera di Roma
in collaborazione con Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia
Roma, 17 gennaio 2026

Foto di copertina: Fabrizio Sansoni

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