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Parma, Teatro Regio – Orfeo ed Euridice

Un figlio perduto, nel passato, che rompe irrimediabilmente qualcosa tra due sposi. Shirin Neshat, artista contemporanea iraniana, alla sua seconda prova da regista nell’opera (dopo un’Aida a Salisburgo nel 2017) affronta Orfeo ed Euridice di Gluck per il Teatro Regio di Parma e dà forma a uno spettacolo tra i più belli visti negli ultimi anni.

La dimensione estetica – centrale per chi proviene dal mondo dell’arte – si sposa con un lavoro che scava in profondità nella drammaturgia, grazie anche alla collaborazione di Yvonne Gebauer, e si traduce in un allestimento che è autentico teatro, perfettamente calibrato nei tempi e nelle immagini, di potente impatto emotivo. Un affondo sulle ragioni del dolore e dell’assenza, che tocca le corde più intime del pubblico. Orfeo si spoglia così della sua dimensione divina e ci viene restituito in tutta la sua disarmata umanità: un giovane smarrito, un marito incapace di elaborare il lutto e di accogliere e condividere la sofferenza della consorte. Al punto che costei, tormentata dalla perdita del figlio e dall’incomprensione di Orfeo, si toglie la vita. Distrutto dal suicidio di Euridice, il protagonista precipita in una crisi esistenziale che lo porta a non distinguere più tra illusione e realtà. Ed ecco così concretizzarsi su uno schermo le immagini di un’altra coppia in crisi, che somiglia molto a quella del mito. Orfeo si muove in uno spazio immaginario che è il luogo della coscienza e del giudizio, compiendo un viaggio nell’oscurità, nel dubbio, ai limiti dell’umanità. In tutto ciò, Amore non è un Dio, ma una sorta di personificazione della vulnerabilità e della capacità di amare del protagonista, dunque un mezzo di riconciliazione con se stesso.

La gamma cromatica è ridotta al bianco e al nero – in perfetta coerenza con l’estetica dell’artista Neshat – con alcune sfumature di grigio nei costumi del coro; l’unica apparizione dei colori è nell’abito di fiori di Euridice, nuovamente in vita per compassione di Amore. Ma è un abito falso, che sta stretto e che la donna si strapperà presto di dosso perché incapace di tornare a vivere con Orfeo o, forse, perché quel finale gioioso stride con la crudezza della realtà: nonostante il potere straordinario della musica – che commuove addirittura le divinità infere – dalla morte nessuno torna indietro. La pulizia formale e la dimensione sostanzialmente neutra delle scene – firmate da Heike Vollmer – e dei costumi – realizzati da Katharina Schlipf – si sposano perfettamente alle magnifiche luci di Valerio Tiberi, capaci di misurare la temperatura emotiva di ogni momento. Naturale che, in uno spettacolo che segue una tale impostazione, non ci siano vere e proprie coreografie: i momenti in cui risuonano le danze sono spesso occupati da azioni dei personaggi o da video (Rodin Hamidi è il direttore della fotografia), ma la coreografa Claudia Greco offre un contributo essenziale facendo muovere con assoluta precisione mimi (bravissimi) e coro, creando anche momenti di intensa suggestione.

Quella stessa asciuttezza espressiva che governa la scena, si ritrova pure nella lettura di Fabio Biondi dal podio di una Filarmonica Toscanini in gran spolvero. Premesso che la versione eseguita è quella di Vienna del 1762, Biondi fa la scelta (condivisibile) di contestualizzare l’opera, adattandola alle esigenze odierne di spazio (il Regio di Parma è un teatro di metà Ottocento) e di timbrica e volumi sonori (i cornetti previsti in origine, ad esempio, sono sostituiti dagli oboi). Il risultato è pregevole per equilibrio tra la dimensione apollinea, di severa matrice canoviana, e afflato passionale. Sempre temprato, quest’ultimo, nel crogiolo di una assoluta varietà di pulsione ritmica e dinamica, così che i contorni melodici della scrittura ne siano vivificati e lo spettro dei sentimenti che la abitano – dal languore alla sofferenza, dal lamento alla gioia – venga efficacemente dispiegato. Con tutto ciò, la tensione drammatica resta costante, i recitativi sono vibranti, il canto accompagnato con sensibilità. Il Coro del Teatro Regio, istruito da Martino Faggiani, brilla per limpidezza timbrica e notevole musicalità: muovendosi tra buca e palco, grazie alle scelte della regia, conferma il suo ruolo centrale, proprio come accadeva nella tragedia greca.

L’elegiaca dolcezza, precipuo carattere di Orfeo, trova magnifica restituzione nel canto levigato di Carlo Vistoli, la cui morbida tornitura timbrica si accompagna a una ricchissima varietà di fraseggio, sempre nel segno di un’aristocratica commozione. Davvero un’interpretazione maiuscola, la sua. Francesca Pia Vitale, Euridice, dipana con fluidità la linea vocale e canta ovunque con incisività d’accento, mentre Theodora Raftis, Amore, se è scenicamente efficace, ha una voce che scompare nei centri e nei gravi. Alla fine, il successo è vivissimo per tutti, con particolari apprezzamenti per Vistoli e per la regista col suo team.

Teatro Regio di Parma – Stagione 2026
ORFEO ED EURIDICE
Azione teatrale in tre atti di Ranieri de’ Calzabigi
Musica di Christoph Willibald Gluck

Orfeo Carlo Vistoli
Euridice Francesca Pia Vitale
Amore Theodora Raftis

Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Fabio Biondi
Maestro del coro Martino Faggiani

Regia Shirin Neshat
Scene Heike Vollmer
Costumi Katharina Schlipf
Luci Valerio Tiberi
Coreografie Claudia Greco
Drammaturgia Yvonne Gebauer
Direttore della fotografia Rodin Hamidi

Nuovo allestimento Teatro Regio di Parma
In coproduzione con I Teatri di Reggio Emilia
Parma, 23 gennaio 2026

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