“Quella è proprio brutta”. Pesa su Alzira di Giuseppe Verdi il lapidario giudizio che, anni dopo, pare fosse stato pronunciato dallo stesso Maestro. Lo riferì nel 1904 il biografo Angelo Maria Cornelio, ricordando una conversazione alla presenza della contessa Giuseppina Morosini. Certo, Alzira non è tra i capolavori del Cigno di Busseto. Ma nemmeno merita quella liquidazione senza appello che l’ha condannata per quasi due secoli ai margini del repertorio.
Opera breve, serrata, drammaturgicamente compatta, si appoggia a un buon libretto di Salvadore Cammarano e possiede più di una ragione d’interesse. L’orchestrazione conserva le rudezze degli “anni di galera”, ma sa trovare colori inattesi; non mancano pagine di schietta ispirazione melodica e soprattutto vi soffia quell’aria fieramente risorgimentale che incendia tanto la parola quanto la scansione ritmica. È un Verdi giovane, impetuoso, talvolta persino brutale nella fretta di arrivare al punto: proprio per questo vivo. E un Festival che di Verdi porta il nome ha il dovere di frequentare anche queste periferie del catalogo, tanto più quando, come quest’anno, Alzira dialoga con due monumenti quali Nabucco e Aida.
Più ardua ancora è la sfida della scena: sottrarre conquistadores e Inca al rischio dell’esotismo di maniera. Il regista Manuel Renga ci riesce costruendo uno spettacolo elegante, suggestivo, mai oleografico. Già durante la sinfonia ricompone i fatti antecedenti all’azione; poi lo spazio ideato da Aurelio Colombo, autore anche dei magnifici costumi, si trasforma continuamente. Un sistema di praticabili può diventare raffinato interno rinascimentale oppure aprirsi su un paesaggio devastato, una terra ferita e svuotata nella quale si agitano i ribelli inca. L’oro è il filo che cuce l’intero allestimento: decorazione, ricchezza, ossessione. È l’oro cercato dai conquistadores, accumulato nella stanza del potere mentre la natura, fuori, si fa arida e bruciata. Tornano i girasoli, fragile presenza di vita in un paesaggio depredato.
Gli spagnoli vestono scuri abiti quasi contemporanei alternati a sontuosi costumi storici profilati d’oro; gli Inca, invece, sfuggono deliberatamente al pittoresco e assumono le sembianze di campesinos sudamericani. Più rituale l’apparizione delle figure femminili che custodiscono la memoria del mondo precolombiano. Le luci di Emanuele Agliati disegnano con efficacia spazi e atmosfere; le coreografie di Paola Lattanzi accompagnano la narrazione senza diventare commento ridondante. Bella l’immagine dei doppi dei protagonisti che danzano sotto un velo rosso, strani amanti magrittiani; altrettanto forte quella finale di Alzira, in nero e oro, ieratica Madonna dei dolori. Renga dimostra consumato mestiere nel muovere singoli e masse, componendo pose e quadri di notevole forza figurativa. E sotto la superficie dell’avventura esotica fa emergere il vero tema dello spettacolo: il possesso. Della terra, dell’oro, della fede, dei corpi. E, naturalmente, di Alzira, donna trasformata dagli uomini in moneta politica.
James Conlon, alla testa di una Filarmonica Arturo Toscanini in forma gagliarda, non tenta di far sembrare Alzira ciò che non è. Ne asseconda invece la natura nervosa e febbrile, facendo mordere gli accompagnamenti, esasperando opportunamente alcuni contrasti dinamici, curando gli impasti timbrici e soprattutto mantenendo costante una tensione teatrale che impedisce alla partitura di sedersi.
Marta Torbidoni – annunciata indisposta – affronta il ruolo del titolo con autentico piglio drammatico. Il fraseggio è mobile, la voce ha consistenza e presenza, la cabaletta viene aggredita con slancio e sicurezza senza rinunciare alla cura della parola. Antonio Poli è uno Zamoro di bel colore scuro, voce agile e schietta che sale con facilità verso l’acuto; soprattutto, non si limita alla prestanza dello strumento, ma cerca sfumature e accenti, costruendo un personaggio vivo. Alessio Cacciamani presta ad Alvaro vocalità scura e autorevole e un’intensa partecipazione.
Daniel Luis de Vicente dispone per Gusmano di una voce importante, ampia, sonora, capace di imporsi immediatamente nello spazio del Regio. Più problematica è, per ora, la definizione dell’interprete: troppo spesso protervia e violenza vengono tradotte semplicemente in volume, con un canto stentoreo che finisce per appiattire un personaggio invece tutt’altro che monolitico. Tanto più significativo, allora, l’accorato finale, nel quale il baritono sa finalmente alleggerire la pressione e trovare accenti più duttili: la dimostrazione che i mezzi per una lettura assai più sfaccettata ci sono.
Efficaci Federico Bonghi come Ovando, Agostino Subacchi come Ataliba, Erica Cortese come Zuma e Long Ning come Otumbo; solido e partecipe il Coro del Teatro Regio preparato da Martino Faggiani.
Il pubblico decreta un vivo successo alla serata inaugurale. E forse, Alzira, “proprio brutta” non è, con buona pace del severo Verdi. 




Teatro Regio – Festival Verdi 2026
ALZIRA
Tragedia lirica in un prologo e due atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Salvadore Cammarano
da Alzire ou les Américains di Voltaire
Alvaro Alessio Cacciamani
Gusmano Daniel Luis de Vicente
Ovando Federico Bonghi
Zamoro Antonio Poli
Ataliba Agostino Subacchi
Alzira Marta Torbidoni
Zuma Erica Cortese
Otumbo Long Ning
Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore James Conlon
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Manuel Renga
Scene e costumi Aurelio Colombo
Luci Emanuele Agliati
Coreografie Paola Lattanzi
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Edizione critica a cura di Stefano Castelvecchi e Jonathan Cheskin
The University of Chicago Press – Casa Ricordi
Parma, 1° ottobre 2026

