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Napoli, Teatro San Carlo – Soirée Balanchine

Limpida, essenziale, difficile e veloce nell’altissima concentrazione paradigmatica entro cui ogni gesto costruisce e dà senso alla forma, concertando in dimensione assoluta stile e astrazione, preparazione iperclassica e stile modern, codice coreutico e semiotica della musica. In sostanza volendola danzare in palcoscenico, per qualsivoglia compagnia di balletto, un vero e proprio press test che funziona sia come elisir per la tecnica che come infallibile termometro di qualità.

Ebbene, quel test, è la grande lezione di svolta tagliata a punta di diamante nei primi passi del Novecento fra Vecchio e Nuovo mondo da George Balanchine, al secolo Georgij Melitonovič Balančivadze, ballerino e musicista pietroburghese per nascita, europeo per formazione, americano d’adozione, protagonista della terza e ultima stagione dei Ballets Russes di Diaghilev e, in senso lato, figura apicale della storia della danza del nostro tempo. Una lezione rigorosa e rigenerante che, puntata come una ripartenza con la sua poetica semplice della linearità e della luce sulla bellezza, sulla lunghezza delle gambe, sulla plasticità dei corpi, si è voluta al centro della Soirée Balanchine, spettacolo interamente dedicato al grande coreografo per via diretta o in asse d’eredità folgorante per cinque sere al Teatro San Carlo di Napoli, facendo leva esclusivamente, nella restituzione dei requisiti sopra elencati, sulle qualità (bisogna dire magnifiche) del proprio Corpo di Ballo, rivelatosi in sorprendente forma sin dalla perfezione geometrica e poeticissima scolpita in fermo immagine fra le ombre e le luci cobalto al primo alzarsi del sipario, centrandone stile, precisione, coesione, espressione e prestanza in relazione a ciascuno dei tre pannelli coreografici in programma. Il tutto al fianco dell’Orchestra della Fondazione diretta a sua volta, nell’occasione, con sensibilità mirata e con rara sapienza. Risultato, per caratura artistica complessiva, una delle migliori proposte messe a segno dal cartellone sancarliano in tempi recenti.

C’è da dire subito che la Soirée, rispetto al primo progetto in stagione e senz’altro alla luce di quanto ricalibrato da una nuova direzione per il comparto del ballo passata, al cambio di sovrintendenza, nelle mani di un super vertice qual è Renato Zanella, si è giovata per la ripresa di firme creative doc. E, con esse, di una tripartizione non più semplicemente monografica (in origine, un tutto e solo Balanchine prevedeva oltre a Serenade, altri due lavori dello stesso coreografo, Le fils prodigue e Symphony in C), bensì studiata per osservare come in lucida e declinata proiezione la trasmissione di quello stesso, potente codice balanchiniano in autori differenti e a noi più vicini, ossia l’olandese Hans van Manen e il tedesco Uwe Scholz.

Serenade, è noto, è il primo balletto americano, ossia il capolavoro-manifesto con cui Balanchine nel 1934 si presenta negli States esponendo in unione simbiotica ideale con la musica di Čajkovskij (Serenata per archi in do maggiore, op. 48) il suo linguaggio inedito fra l’assimilazione del classico nei vari poli d’Europa e il medium delle più avanzate formule dall’eco espressionista. Ne nasce un idioma concettuale e coreutico che assegna ai corpi danzanti dalla fisicità adamantina un potere di generare forme e strutture, stile, significanti e significati partendo dalla radice del segno in pentagramma. Ossia, non proiettandone semplicemente in figura plastica il suono, ma entrando in profonda condivisione genetica con tutti i parametri in gioco su pentagramma: note, metriche, colori, dinamiche, parti, armonie e tracciati formali. Ed è così che la sua danza o serenata disegnata come “al chiaro di luna” espone in esercizio polisemico architetture formali e relazioni umanissime, autonomie solitarie e omologazioni d’assieme, linee spoglie e pulite fra cerchi, file e diagonali mai rese asettiche perché continuamente intaccate, come messe alla prova, dall’instabile. Pertanto vulnerabili e cinetiche, in tensione e compromesso costante fra la regola e la sua trasgressione: come nella vita. Per far ciò, premesse indispensabili erano dunque una ripresa curata ad arte (affidata all’eccellente Soimita Lupu) e una compagine coreutica tecnicamente all’altezza sotto tutti i punti di vista, solida, iperaffilata e pienamente coesa, cosciente di un calibro neoclassico modernamente asciutto nei portamenti e di uno stile potente pur nella trasparenza di ogni suo elemento. Il tutto in totale rispondenza, ben oltre i suoni, con quanto è presente in pentagramma. In tal senso la resa impeccabile dell’intero organico dei ballerini in campo (per motivi di salute Salvatore Manzo è stato sostituito nei suoi ruoli da tre altri colleghi), dalle étoiles sancarliane Luisa Ieluzzi (interprete rara per bellezza, preparazione tecnica e nobiltà espressiva del gesto) accanto a Danilo Notaro, più i tersicorei Daniele Di Donato, Annalina Nuzzo, Martina Affaticato.

Poi, via l’azzurro fondente dello sfondo di luce, i lunghi tutù e le punte di una Serenade restituita con leggerezza d’incanto e visivamente sfiorando l’evanescenza di un sogno per lasciare il palco al concreto di una lussuosa sala da ballo nera e moderna, brillantinata negli abiti delle coppie (le donne danzano calzando scarpe aperte con tacco) come nella tenda sul fondo. In pista, con Black Cake, trova infatti ora spazio l’ironia divertita e tagliente scontornata da Hans van Manen mutuando da Balanchine senz’altro la tecnica nitida e ferrea ma trasformandola, reiterandola, segmentandone le prospettive (e le relative musiche), per innescare traiettorie insolite, contratte, rilasciate o persino a carponi. Il tutto a indagare, in tre coppie e in relazione all’insieme, i comportamenti di differente stile espressivo e situazioni di varia estrazione: fra attrazione e rifiuto, dominio e intolleranza, fra la gabbia delle convenzioni sociali e il desiderio di fuga. A dar corpo e movimento all’arguto lavoro (qui ripreso da Feline van Dijken), in sequenza assegnando in apertura l’etichetta di cifra ai bravi Alessandro Staiano e Daniele Di Donato e, via via, in abbinamento sagacissimo sulle partiture di Čajkovskij (l’aggancio con Serenade in tal caso è eloquente, pur se dirottato sul tronfio terzo movimento della Sinfonia “Patetica”), Janáček (Adagio), Stravinskij (Scherzo à la Russe), Mascagni (Intermezzo dall’Amico Fritz) e Massenet (Méditation dall’opera Thaïs). Quindi affidando l’avvolgente seduzione del primo passo a due alla coppia Ieluzzi-Staiano, il secondo, dissacrante e sarcastico con il suo continuo tira e molla e addirittura i palleggi subiti dalla donna interpretata da Francesca Riccardi-Daniele accanto a uno straordinario Di Donato e quello brillo, affilatissimo, a Chiara Amazio–Giuseppe Ciccarelli, trasformando il canto ondeggiante di quel capolavoro assoluto che è Méditation (intenso e impeccabile il primo violino Fabrizio Falasca) in brindisi verso il pubblico con traballante quanto esilarante ubriacatura di massa. Il resto lo si deve, Orchestra in ottima risposta a parte, agli autori della scena più costumi (Keso Dekker) e delle fondamentali luci (Joop Cabort) riprese da Bert Dalhuysen.

In terza posizione, l’impronta purissima balanchiniana si trasforma nelle mani di Uwe Scholz in astrazione ancora più potente e moderna, fra il primitivismo universale di un Sacre versione Béjart e l’eleganza di un Faune, con Sinfonia n. 7, balletto in cui tornano le punte e interamente costruito sulla partitura di Beethoven definita in epoca romantica da Wagner “apoteosi della danza”. Anche in tal caso una ripresa coreografica doc, grazie alla responsabilità di Tatjana Thierbach (depositaria dei diritti delle creazioni scholziane, nonché garante dell’integrità della forma) e di Eleonora Demichelis Polian (trascrittrice e docente divulgatrice dell’autore). Nato per lo Stuttgart Ballet, lo spettacolo si avvale di una fisicità che amplifica e tende all’estremo per gambe e braccia il lavoro sulle linee, su passi e figure (arabesque, salti, pirouettes, tendu, relevé, pliés, grand jeté), sugli equilibri (splendido l’affacciarsi sull’orlo dell’abisso di luce), sulla lucente sincronia degli assieme. Anche qui tanto le coppie (d’obbligo premiare in special modo Claudia D’Antonio per i suoi giri virtuosi mozzafiato) quanto l’intero Corpo di Ballo, tutti a pari merito impegnati nel titolo a riprodurne nella misura più autentica la sagacia di stile e la forza della tecnica radicate nella scrittura beethoveniana.

Un plauso speciale spetta infine a Paul Connelly, direttore americano nell’occasione sul podio e guida ideale in special modo per la danza avendo collaborato, chiamato da Baryšnikov ad entrare nello stellare ABT dove diventa Principal Conductor, al fianco di tutte le più grandi leggende del firmamento della nuova danza, quali Jerome Robbins, Antony Tudor, Kenneth McMillan, Twila Tharp, fra i tanti, e a partire dallo stesso George Balanchine. Dall’alto della sua altissima competenza risulta chiara la natura – e con essa il beneficio – di un gesto dalla sensibilità e dalla sapienza impressionanti (una boccata di aria preziosa dopo tante recenti bacchette così poco interessanti alla testa della compagine sancarliana) nella scelta esatta dei tempi e nella scansione rotonda dei ritmi, nel render chiara la forma, lo stile, nell’accarezzare melodie cantabili e respiri, saldando in un unico, mirabile abbraccio i corpi alle note, orchestra e compagnia di balletto.
Tanti gli applausi tributati a tutti da un pubblico folto e giustamente entusiasta.

Teatro San Carlo –Stagione d’opera e di balletto 2025/26
“BE LUMINOUS”
SOIRÉE BALANCHINE
Coreografie di George Balanchine, Hans van Manen, Uwe Scholz

SERENADE
Coreografie George Balanchine
Riprese da Soimita Lupu
Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij
Valtz
Donna Luisa Ieluzzi
Uomo Danilo Notaro
Angelo oscuro Annalina Nuzzo
Uomo elegia Daniele Di Donato
Donna russa Martina Affaticato

BLACK CAKE
Coreografie Hans van Manen
Riprese da Feline van Dijken
Musiche di
Pëtr Il’ič Čajkovskij, Leoš Janáček, Igor Stravinskij,
Pietro Mascagni, Jules Massenet
Scene e costumi Keso Dekker
Luci Joop Cabort
riprese da Bert Dalhuysen
1° Passo a due Luisa Ieluzzi, Alessandro Staiano
2° Passo a due Francesca Riccardi, Daniele Di Donato
3° Passo a due Chiara Amazio, Giuseppe Ciccarelli
Primo violino Fabrizio Falasca

SINFONIA N. 7
Coreografie Uwe Scholz
Riprese da Tatjana Thierbach ed Eleonora Demichelis Polian
Musica di Ludwig van Beethoven
Luci Uwe Scholz & Michael Roger
riprese da Tatjana Thierbach e Nunzio Perrella
Primo movimento Annachiara Amirante e Alessandro Staiano
Secondo movimento Luisa Ieluzzi e Danilo Notaro
Terzo movimento: Stanislao Capissi e Daniele Di Donato
Quarto movimento: Claudia D’Antonio e Alessandro Staiano

Orchestra, Étoiles, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo
Direttore Paul Connelly
Direttore del Balletto Renato Zanella
Allestimento del Teatro di San Carlo

Napoli, 30 aprile 2026

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