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Napoli, Teatro San Carlo – Sogno di una notte di mezza estate

Limpido, magico e sottilmente allegorico nel suo incanto onirico e notturno fatto di piccoli elfi, di fate leggere, di nobili ateniensi e di olimpiche deità. Ma anche delicatamente giocoso e gioioso, arguto e sottilmente ironico tra incroci di metamorfosi e commedia tragica “all’improvvisa” degli artigiani per le nozze sul mito di Piramo e Tisbe. In una parola, fiabesco doc nel suo mirabile equilibrio, a partire dalla fonte teatrale shakespeariana e poi in danza e nella musica, sospeso come in punta di piedi alla vista e all’ascolto fra la realtà e l’immaginazione, tra le forme iperclassiche e un sentire romantico che porta lontano le menti, divertendosi a liberarne la fantasia e a scompigliarne i cuori nella calda notte di San Giovanni.

È in fondo questa l’essenza di stile e sortilegio da ricercare nel balletto in due atti Sogno di una notte di mezza estate sulle musiche di scena di Felix Mendelssohn Bartholdy, tornato con meritato successo nella bella versione firmata dal coreografo Paul Chalmer per cinque sere (compresa l’ultima, fra le scosse del bradisismo) e con tre differenti cast dopo sette anni (con qualche novità di passo e in partitura) al Teatro San Carlo di Napoli per il penultimo titolo della Stagione di Danza 2025/2026, in sostituzione della programmata Coppélia edizione Charles Jude (un cambio comprensibile dato il nuovo tracciato da sei mesi già in corsa grazie al nuovo vertice Renato Zanella) conservando però, e per fortuna, lo stesso magnifico direttore sul podio.

Fermi restando infatti i pregi della produzione coadiuvata dall’assistenza alla coreografia di Duilio Ingraffia con Guido Sarno in qualità di maître de ballet, fortemente dominata dalle suggestioni della scena dipinta ispirata alle vedute sulle rovine antiche con relativo bosco perfettamente restituita da Pasqualino Marino con Fabio Marroncelli aiuto scenografo, nonché dai costumi parimenti raffinati di Elena Mannini e dalle luci esatte di Nunzio Perrella, una buona parte di merito entro il conto di qualità sull’intera impresa spetta al maestro svizzero Philippe Béran, nell’occasione alla guida sia dell’Orchestra della Fondazione che del Coro femminile preparato con cura da Fabrizio Cassi, accanto all’ottima resa delle voci soliste, parimenti ospiti, del soprano Juliette Di Bello e del mezzosoprano Gabriela Korzystka. Il suo Mendelssohn, che nella riformulazione di Chalmer stavolta va ad arricchirsi di movimenti sinfonici particolarmente efficaci estratti dalla Scozzese e dall’Italiana, è quello ideale: staccato e punteggiato in pianissimo con gran cesello sugli archi (bravi tutti), governato con grande equilibrio di timbri e dinamiche, caricato a smalto vivo nella spinta cinetica e al salto ritmico così come valorizzato nell’arabesco lirico assegnato al primo corno, nello scontorno ironico dei legni, nella trasparenza misteriosa e magica di ogni segno, negli intensi scorci liederistici, nell’entusiasmo cavalcato e stringente della celebre Marcia nuziale d’uscita. Un Mendelssohn puro classico e romanticissimo al contempo, nitido e di fiaba, come è giusto che sia.

Ed è appunto entro tale range che si muove la visione di Chalmer, tagliandone a lama e nel solco della perfezione balanchiniana le linee astratte e purissime, gli acrobatici salti e i generosi tours en manège, fra impalpabili arabesque, punte adamantine, braccia tese e amplissime, nutrite al contempo da un afflato romantico riconoscibile negli abbracci morbidi e sensuali, nella mimica sfaccettatissima, nella sapida ironia, nell’efficacissima caratterizzazione teatrale di ciascun personaggio.  Ogni sequenza è raffinata e perfetta, perché curata con sapienza e con garbo in puntuale intesa con la musica, generando quadri d’assieme in geometria perfetta, pas de deux o de quatre di grande sensibilità e impatto, variazioni in assolo di brillante agilità.

A tener testa a un simile impegno di cifra tecnica e di stile c’è d’altra parte un Corpo di Ballo della Fondazione in crescita costante e che annovera non poche punte di diamante, oltre alla fucina preziosa, di antica e prima gloria in Italia, della Scuola di Ballo, giocata in apertura e chiusura per affollare teneramente il bosco con tanti piccoli elfi e fatine.

In prima linea svettano i vertici del mondo d’estate incantato: la Titania di Anna Chiara Amirante è una regina delle fate di bellezza e purezza olimpiche. Leggera, elegante, precisa, volitiva nell’accaparrarsi il paggio indiano, dolcissima nel suo imprevedibile innamoramento per l’artigiano Bottom trasformato in asino. Al suo fianco, fra scontro e incontro, c’è in coppia ideale e in assolo virtuoso l’Oberon apollineo di Alessandro Staiano: impeccabile, altero, dalla tecnica al platino. E sempre dal bosco spicca l’imprevedibilissimo e ottimo Puck di Salvatore Manzo, il servo un po’ fauno dispettoso che con il suo fiore magico distribuisce sulle palpebre dormienti, qua e là, trasformazioni e incantesimi, ribaltando amori e situazioni, incrociando i comandi e gli effetti, burlando e guizzando con disinvoltura, confondendo i confini tra i mondi della realtà teatrale e della fantasia, con risultati spiazzanti, ma sempre sorprendenti e, comunque, a lieto fine una volta spazzata via con tanto di scopa la magia dal palcoscenico e rientrati nella normalità.

Sul fronte non solo tecnico ma in special modo interpretativo si apprezza inoltre il gioco di innamoramenti, inseguimenti e rifiuti messo con viva plasticità espressiva a segno dalla doppia coppia di ateniesi che porta in campo serrato Valeria Iacomino (in luogo dell’infortunata Luisa Ieluzzi) con Stanislao Capissi (Ermia e Lisandro) e Claudia D’Antonio con Raffaele Vasto (Elena e Demetrio). Un discorso a sé merita poi il Bottom bello e prestante di Emanuele Torre, trasformato dal terribile Puck in asino, con polsi curvati a zoccolo e passo recalcitrante. Fra i punti più alti dell’intero spettacolo c’è il suo passo a due dell’innamoramento “cieco”, sotto burla e incanto, con l’altera Titania. Ancora per bravura si premia il Mercurio dell’agilissimo Danilo Notaro, in volo e variazioni accanto alle dee Aphrodite di Valeria Iacomino, Hera di Giorgia Pasini e Athena  di Vittoria Bruno. Solennità gestuale e scatto meccanico accademico sfoderano quindi, rispettivamente, il Teseo di Daniele Di Donato e l’Ippolita (ruolo costruito da Chalmer per la Fracci all’Opera di Roma, quindi modificato, ridotto e portato sulle punte) di Martina Affaticato.

Degno di attenzione anche il gruppo delle Fate e degli artigiani, con lode di merito e citazione d’obbligo della Tisbe en travesti e in esilarante parodia tragica interpretata a fiamma viva dal notevole Danilo Di Leo (impegnato anche come artigiano Flute).

Al termine dell’ultimo titolo e “Sogno” alle soglie della chiusura d’estate, in attesa della trilogia coreografica d’autunno intorno al mitico Boléro di Béjart, entusiasmi ed applausi, urla per Puck e consensi speciali per il bravo direttore d’orchestra.

Teatro San Carlo – Stagione 2025/26
“BE LUMINOUS”
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
Balletto in due atti

Musica di Felix Mendelssohn Bartholdy
Coreografia di Paul Chalmer

Titania Anna Chiara Amirante
Oberon Alessandro Staiano
Puck  Salvatore Manzo
Bottom Emanuele Torre
Ermia Valeria Iacomino
Lisandro Stanislao Capissi
Elena Claudia D’Antonio
Demetrio Raffaele Vasto
Ippolita Martina Affaticato
Teseo Daniele di Donato
Mercurio Danilo Notaro
Aphrodite Valeria Iacomino
Hera Giorgia Pasini
Athena Vittoria Bruno

Balletto, Scuola di Ballo, Orchestra e Coro del Teatro San Carlo
Direttore del Balletto e della Scuola di Ballo Renato Zanella
Direttore Philippe Béran
Maestro del coro Fabrizio Cassi
Assistente alla Coreografia Duilio Ingraffia
Maître de Ballet Guido Sarno
Scene Pasqualino Marino
Costumi Elena Mannini
Luci Nunzio Perrella
Aiuto Scenografo Fabio Marroncelli

Soprano Juliette Di Bello
Mezzosoprano Gabriela Korzystka

Produzione del Teatro San Carlo
Napoli, 30 luglio 2026

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