In dialettica esatta fra convenzione virtuosa e nuova verità introspettiva, obblighi di forma e modernità di schemi o di espressione, in pratica fra l’ormai vetusta meccanica dell’opera seria metastasiana e una drammaturgia musicale che nel secondo Settecento accelera il passo verso un sentire prossimo al romantico, prende vita sorprendente e con gran successo al Teatro San Carlo di Napoli il Mitridate, re di Ponto, dramma per musica composto da un appena quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Vittorio Amedeo Cigna-Santi (da Racine, in traduzione del Parini) e, in quasi tre secoli di storia, per la prima volta in palcoscenico al Lirico napoletano.
Un’operazione notevolissima, in felice coproduzione europea che aggancia Napoli al Teatro Real Madrid, all’Oper Frankfurt e al Grand Teatre del Liceu, ideata modernizzando con intelligenza e centrando con coraggio scenico-registico la dialettica di cui sopra. Il nuovo allestimento, firmato da Claus Guth ispirandosi alla serie televisiva Succession (nell’occasione in efficace ripresa a cura di Marcelo Buscaino), costruito intorno alla ben congegnata scena rotante di Christian Schmidt resa ancor più d’impatto grazie ai costumi di Ursula Kudrna dalla vivace definizione cromatica (arancio, viola, verde) al pari delle luci nette di Olaf Winter, punta dritto e con gestualità lavoratissima sulla fragilità del dispotismo, sulle conflittuali dinamiche familiari, sui risvolti emotivi generati dagli intrighi del cuore – più che di Stato – e sul nervo scoperto dei tormenti interiori.
In effetti, una rilettura in piena linea con il soggetto drammatico sull’opposizione fra dovere e istinto ma, ancor di più, secondo le pieghe di una musica già lontana dall’ingessata affettistica dell’era dei castrati che, comunque, ancora qui si impiegano con tutti i gorgheggi e le diminuzioni del caso. E lo fa eliminando in blocco gli ambienti esterni dell’azione di Cigna-Santi (via la piazza di Ninfea, il tempio di Venere, il porto, il campo militare e gli orti pensili) per concentrare piuttosto gli eventi negli appartamenti di una corte trasformata in un villa di lusso alla Franck Lloyd Wright. Una villa a doppio piano anni Sessanta in pietra viva e in ciliegio americano dagli alti ambienti a taglio aperto, polifunzionali quanto efficacemente pensati ai fini della narrazione drammatica e in special modo di un contesto familiare in senso astratto iper-borghese che, in fondo, vale in ogni dove.
Si parte dal salone con divano in pelle bianco perla, ad ampia seduta con angolo bar fornito di alcolici vari e tavolo con sgabelli (il maggiordomo muto è un’invenzione, ma ci sta, aggiungendo un pizzico di leggera ironia al tutto), si passa per un piccolo angolo studio foderato in legno con elegante griglia di faretti al soffitto, uno scorcio buio con scala a chiocciola in ferro da “dietro le quinte” (dove Farnace sarà incatenato come da libretto alla scena settima dell’atto terzo). Quindi, in simmetria alle spalle della vita reale, si staglia una vasta e bianca parete ricurva a puntini neri, simile a un pannello metallico portautensili, quale luogo della psiche, del doppio e del molteplice allo specchio del sé. Una psiche che prende forma grazie al lavoro ottimamente coreografato da Sommer Ulrickson e svolto in soluzione impeccabile dai figuranti della Scuola di Ballo del San Carlo diretta (al pari della Compagnia) da Renato Zanella, fra immagini dei protagonisti in replica e le cupe ombre in gruppo o a grappolo, fasciate come mummie in nero.
A restituire d’altra parte intatto lo stile mozartiano e l’intero portato di un titolo che fa già da ponte, a dispetto della giovanissima età del compositore, fra tradizione ed esiti della riforma, è la rigorosissima concertazione alla testa dell’Orchestra della Fondazione, affidata a Riccardo Frizza, al suo primo Mitridate. Sin dall’Ouverture se ne colgono e apprezzano le dinamiche, il vitalismo ritmico e una lucida solidità analitica da cui a seguire affiorano con debito rilievo accenti (anche dati con un semplice colpo di spalle) e incisi, temi, frasi e formule che mai rinunciano al nitore, guardando, al contempo, alla tempra palpabile di sentimenti e alla gamma dei diversi colori, entro un equilibrio costante fra timbri e agogica, luce, leggerezza e vigore. Il che si apprezza ulteriormente nella confezione a briglie tese fra buca e palcoscenico sia per i recitativi accompagnati che, con maggior peso, nelle arie (i tagli sono consistenti ma tutti effettuati con sapiente perizia chirurgica), laddove c’è da scolpire l’emozione e sostenere le acrobazie del canto, da respirare lungo le irte variazioni del da capo di tradizione o in forma scorciata, portando in vetta le espansioni cadenzali non di rado mozzafiato. In questo, al direttore bresciano, va realmente riconosciuta l’alta e rara mano di scuola italiana. E sempre in termini di stile, oltre che di prestanza tecnica, anche l’Orchestra del San Carlo lo segue a meraviglia, allinea con dovizia e in ogni sezione (archi che corrono puliti, fiati concertanti ad hoc) ai parametri del migliore Stile Classico. Un plauso a sé spetta poi ad Alberto Fraticelli, magnifico primo corno della compagine, voluto dal regista al proscenio con il suo frac e con il suo canto strumentale concertante durante la splendida aria di addio di Sifare ad Aspasia, sciolta dal professore d’orchestra con melos d’intensità sublime, dolcemente dolente e con tornitura ad arte, entro lo spazio della coscienza. Nota di merito anche per Simone Pierini al cembalo per il continuo.
Il resto del trionfo va riconosciuto, in quota paritetica, all’intero cast.
Giovanni Sala, tenore di estremo interesse per la consistenza del timbro e il dominio nei salti fra gli estremi dell’estensione, è il tiranno Mitridate, capelli brizzolati, occhiali e in trench. È perennemente irato, duro contro tutti, al limite del paranoico tradito in effetti com’è (finge la propria morte in battaglia per mettere alla prova la fedeltà degli eredi) da entrambi i figli di diverso letto, rivali per il trono e tutti e tre attratti dalla stessa donna. Cambia giusto quando è ferito sul campo e in punto di morte, optando in chiusa per la clemenza. Fa il suo esordio sfoderando bella tecnica e nobili qualità cantabili, dopo una Marcia che tanto anticipa l’Idomeneo sempre di Mozart, con l’aria cavata “Se di lauri il crine adorno”, per nulla facile in termini di tenuta espressiva e portamento con cui ribadisce il fiero orgoglio dell’eroe misto a un velo di tristezza dell’umiliato dai nemici. Si distingue a seguire per scavo di parole e accenti tanto nell’accompagnato quanto ancora nelle arie di vendetta e furia “Quel ribelle e quell’ingrato” nello stile di Piccinni e nella più ampia e mordente “Già di pietà mi spoglio”, spinta di slanci irati, in proiezione ambrata nella sezione centrale, inerpicata di testa all’acuto con pieno dominio e forza.
Nei panni del ribelle Farnace, ruolo per musico contralto, c’è il controtenore argentino Franco Fagioli, super specialista del repertorio metastasiano destinato ai divi evirati. In scena è il tipico figlio scanzonato e screanzato, che umilia e mette in croce un po’ tutti fino a quando non viene sospettato di essere lui l’amante della sposa destinata al re, quindi finendo in prigione. Vocalmente fa sfoggio dello stile e dell’arsenale più ricercati e appropriati, lanciandosi in salti vertiginosi, librandosi in variazioni pirotecniche, volando come un acrobata all’acuto con note e fiati infiniti. Fra i suoi vertici, l’aria in coda d’opera “Già dagli occhi il velo è tolto”, disegnata nella dilatazione di un intero prisma emotivo e di un cantabile interiore da brividi, culminante in un immensa puntatura siderale che fa venir giù, fra applausi e grida di bravo, l’intero teatro.
L’altro fratello, Sifare, è parimenti destinato a un interprete castrato, di registro sopranile, quindi qui affidato a una splendida Mariangela Sicilia, en travesti. È fisicamente reso da Guth e dalla sua squadra come il fratello sfigato: pallido, occhialuto, capelli incollati con fila laterale e, come se non bastasse, in completo color viola. Però è vincente in amore e, per indole, di eroismo mansueto quanto nobilmente generoso. E a dircelo è la sua voce che, l’interprete Sicilia, esalta fra la dizione scolpita nel recitativo accompagnato e la limpida dolcezza con cui dà corpo cantabile alle sue arie. Nella prima, “Soffre il mio con pace”, il da capo scorciato si colora di velature e di emissioni di volta in volta abilmente plasmate fra parole e sentimento; in “Lungi da te, mio bene”, fra gli esempi di cantilena più alti dello stesso Mozart, il canto acquista al contempo candore e dolore; nell’ultima (Se il rigor d’ingrata sorte), si snoda in toccante progressione.
Oggetto del dissidio e desiderio è dunque l’Aspasia del soprano di coloratura Sara Blanch, cui tocca un non facile attacco a freddo subito dopo l’Ouverture, dato il taglio netto della prima e di buona parte della seconda scena, con l’aria “Al destin che la minaccia”. Il ruolo, tenuto a battesimo dalla mitica Antonia Bernasconi, prima Alceste di Gluck e Calzabigi, Proserpina per Jommelli e interprete dalle doti canore e drammatiche eccellenti (è ricordata per il saluto massonico che fece in scena proprio al Teatro San Carlo) richiede risorse tecniche impressionanti e qualità espressive non meno impegnative. E da questo punto di vista Blanch, cappelli e abito color arancio, tiene testa a tutte le prove richieste in scena come in pentagramma sfoggiando timbro acuminato, chiaro e brillante, capacità acrobatiche al grave come in quota e una speciale connotazione espressiva così come mostrato nella sua meravigliosa aria d’ombra in Mi bemolle all’atto terzo (Pallid’ombre, che scorgete) trasfigurandone delicatamente la paura dinanzi all’oscuro mistero della morte.
Altro primato è quello messo a segno da Giuliana Gianfaldoni, nel ruolo della principessa Ismene, innamorata di Farnace. Arriva in scena come una Donna Elvira, con trolley e abito Chanel verde menta per poi incantare tutti, con la sua pasta morbida al platino, lirica, piena e virtuosa, nell’aria dell’atto secondo “So quanto a te dispiace”.
Degno di attenzione, per volume e squillo, anche l’Arbate del controtenore uruguaiano Agustín Pennino ed efficace il Marzio di Alasdair Kent.
Pubblico in piedi e plaudente per uno spettacolo, se possibile, assolutamente da non perdere. 




Teatro San Carlo – Stagione 2025/26
“BE LUMINOUS”
MITRIDATE, RE DI PONTO
Opera seria in tre atti
Libretto di Vittorio Amedeo Cigna-Santi
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Mitridate Giovanni Sala
Aspasia Sara Blanch
Sifare Mariangela Sicilia
Farnace Franco Fagioli
Ismene Giuliana Gianfaldoni
Marzio Alasdair Kent
Arbate Agustín Pennino
Orchestra e Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo
Direttore Riccardo Frizza
Regia Claus Guth
Regista per la ripresa Marcelo Buscaino
Scene Christian Schmidt
Costumi Ursula Kudrna
Luci Olaf Winter
Coreografia Sommer Ulrickson
Direttore della Scuola di Ballo Renato Zanella
Produzione Teatro di San Carlo in coproduzione con
Teatro Real Madrid, Oper Frankfurt e Grand Teatre del Liceu
Prima rappresentazione al Teatro di San Carlo
Napoli, 26 settembre 2026

