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Milano, Teatro Dal Verme – Marina di Umberto Giordano (prima assoluta)

Verso la fine dell’Ottocento il melodramma italiano stava perdendo il suo compositore più famoso, Giuseppe Verdi, e attendeva la nascita di un nuovo genio, Giacomo Puccini, capace di risollevare la tradizione operistica nostrana da un torpore che la fulminea stagione del verismo seppe solo in parte evitare. Eppure l’opera era ancora un genere amato dal pubblico e non è un caso che casa Sonzogno si fece promotrice in quegli anni del famoso concorso che nel 1888 vide il trionfo di Cavalleria rusticana di Mascagni, il cui successo inaugurò di fatto la stagione del verismo musicale. Al concorso partecipò anche Umberto Giordano, a quel tempo ancora allievo del Conservatorio di Napoli sotto la guida di Paolo Serrao, il quale suggerì all’appena ventenne compositore di concorrere alla competizione musicando un libretto intitolato Marina, steso da un letterato d’esperienza come Enrico Golisciani, che aveva già al suo attivo titoli come Marion Delorme di Ponchielli e poi, in seguito, stese i versi per Il segreto di Susanna e I gioielli della Madonna di Wolf-Ferrari. Niente da fare. Cavalleria rusticana si portò via la palma della vittoria e, nonostante le menzioni di stima per Giordano, la sua Marina finì per non avere neanche l’onore delle scene. Parte della sua musica convogliò in Mala vita, la prima opera con cui il compositore foggiano si distinse prima della definitiva consacrazione con Andrea Chénier.

Su questa breve opera in un atto (neanche un’ora di ascolto) è calato il silenzio fino a oggi, quando il direttore e studioso Andreas Gies (che da anni approfondisce la stagione del verismo musicale italiano), dopo aver scoperto la partitura autografa presso la Koch Collection della Beinecke Library di Yale, ne ha curato l’edizione critica proposta l’altra sera in forma di concerto, in prima esecuzione assoluta, per la stagione de I Pomeriggi Musicali di Milano al Teatro Dal Verme.

Davvero una scoperta sorprendente questa Marina, il cui linguaggio musicale, frutto di un genio in erba, si plasma su un argomento di bruciante intensità drammatica, rapida, fulminea, che si consuma, come ogni dramma verista che si rispetti, con la cruenta uccisione sulla scena dei protagonisti: Marina, montenegrina, rea di aver salvato, curato dalle ferite e poi essersi anche innamorata di un nemico di guerra, l’ufficiale serbo Giorgio Lascari, e di aver rifiutato per lui il pretendente Lambro. Quest’ultimo, possessivo e assetato di vendetta, prima si libera del rivale sparandogli una fucilata, poi pugnala la donna lasciandone il cadavere dinanzi all’attonito fratello di lei, Daniele, consegnandosi al giudizio del cielo. Il tutto si consuma in un contesto ambientale di un decennio antecedente al periodo in cui la partitura fu concepita, appunto al tempo della guerra serbo-montenegrina.

Partitura ricca di spunti Marina, che risente dell’eredità dell’ultimo Verdi ma soprattutto mostra una vivacità ritmica e un linguaggio armonico avanzato e moderno capace, all’occorrenza, di essere declinato unitamente a un lirismo che è forse l’aspetto che più colpisce della partitura smussando l’ardente logica drammatica del contenuto verista, del quale Giordano mostra di conoscere alla perfezione i meccanismi.

I due atti di cui si compone la partitura, il primo decisamente più ampio, si aprono con una introduzione fuori scena, simile, nella struttura, a quella di Cavalleria rusticana, qui con ritmi e un coro che richiama atmosfere belliche. Il primo quadro dell’opera, fra i più efficaci, si apre con una grande scena della protagonista, donna forte ma interiormente fragile, orfana che ha dovuto lottare per vivere e farsi strada in una famiglia che non le ha permesso di crearsi una personalità libera. Si dichiara triste e sola finché un raggio di sole non le si schiude con l’arrivo di Giorgio, forse l’unica occasione che ha per prendere in mano il suo destino di donna. Segue un duetto fra di loro e poi l’ingresso di Daniele, fratello di Marina, che si presenta con i compagni montenegrini e Lambro che intona una efficace canzone di guerra con ritornello del coro. Alla scoperta che Marina ha nascosto in casa un nemico, scatta un rapido concertato che confluisce nel finale del primo atto, concluso con il duetto fra i due fratelli nel corso del quale Daniele mette in guardia la sorella, ormai convinta a sfidare il fato per salvare l’uomo che sente di cominciare ad amare. Dopo un breve intermezzo, l’atto secondo si apre con l’aria di Giorgio, altro momento lirico efficacissimo, cui segue un duetto fra i due innamorati che si carica di intensità fino al tragico epilogo dell’opera, consumato con bruciante rapidità, come si conviene ai grandi drammi musicali veristi (la stessa Navarraise di Massenet, di pochi anni posteriore a Marina, ne ripercorrerà, per i climi di guerra, le atmosfere).

Gli ingredienti musicali, per quanto ascritti a una specificità ben distinta, offrono occasioni di grande impatto teatrale e l’esecuzione offerta in prima assoluta al Teatro Dal Verme, dalla quale deriverà anche una incisione discografica, non ha certo tradito le attese. La concertazione dell’opera, affidata a Vincenzo Milletarì, alla testa della Orchestra I Pomeriggi Musicali e del Coro della Fondazione Teatro Petruzzelli istruito da Marco Medved, ha offerto una lettura limpida e scorrevole della partitura, ne ha colto le atmosfere marziali come le oasi di un lirismo che si incunea all’interno di un soggetto che, più che un torbido episodio verista come saranno i delitti d’onore cari a questa stagione operistica, è la storia di un riscatto impossibile, di una felicità che muore al momento stesso in cui viene raggiunta, rivelandosi come un miraggio.

Ecco perché anche il cast degli interpreti scelti per questa prima esecuzione, che finisce per essere appunto riscoperta e insieme creazione, è perfetto nelle parti principali. Eleonora Buratto regala un ritratto umanissimo di Marina. La voce è splendida per timbro e slancio in acuto, con note che sono vere perle. Solo inizialmente, ascoltandola, pare che questa parte richieda una voce di soprano più intensa nei gravi e un accento più vibrante. Ma è inutile negare che il lirismo adoperato per equilibrare l’impulsività derivatale dall’abitudine alla dura vita di guerra con l’intima sofferenza che attanaglia il personaggio fanno della sua prestazione (anche al culmine del duetto del secondo atto) una creazione perfetta.

Lo stesso può dirsi dell’ormai affermatissimo tenore Freddie De Tommaso (Giorgio Lascari), che nella citata aria che apre il secondo atto canta benissimo, con voce timbrata e bella, trovando accenti commossi davvero toccanti e addirittura smorzando ad arte il temibile acuto che conclude la scena. Di tutto rispetto la prova del baritono rumeno Mihai Damian, Lambro dalla voce di bell’impasto timbrico, che ben risolve il brindisi di guerra del primo atto e soprattutto centra lo spirito vendicativo e possessivo del personaggio, mentre un po’ appannato risulta il Daniele dell’altro baritono, il britannico Nicholas Mogg.

Alla fine della serata applausi fragorosi per tutti e un plauso alla stagione dei Pomeriggi Musicali di Milano per questo recupero musicale che forse non si immaginava tanto interessante, a conferma di come il nostro verismo musicale, spesso sottovalutato, meriti maggiori attenzioni.

Teatro Dal Verme, 81° Stagione di Concerti Sinfonici
MARINA
Libretto di Enrico Golisciani
Musica di Umberto Giordano

Prima esecuzione assoluta
Edizione critica a cura di Andreas Gies

Lamberto Mihai Damian
Daniele Nicholas Mogg
Marina Eleonora Buratto
Giorgio Lascari Freddie De Tommaso

Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro della Fondazione Teatro Petruzzelli
Direttore Vincenzo Milletarì
Maestro del coro Marco Medved

Milano, 12 febbraio 2026

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