È tra un passo e l’altro che si danza. Dentro questa frase, che attraversa Hymne à l’amour, si può forse trovare un filo per tenere insieme un gala come Les Étoiles, andato in scena al Teatro Arcimboldi di Milano l’11 e il 12 aprile. Due serate gemelle solo in apparenza: l’11 con Aurélie Dupont, il 12 con Natalia Osipova, arrivate a sostituire Marianela Nunez, costretta a rinunciare per infortunio. È nella seconda serata che il senso del “tra”, tra due serate, tra due presenze possibili, si fa ancora più evidente.
Un gala è sempre in bilico: rischia la frammentazione, la successione di pezzi. E allora tutto si gioca nella capacità dei brani di non esaurirsi nel proprio perimetro, ma di lasciare qualcosa che continui. Il White Pas de Deux con Sasha Riva e Simone Repele, su musica di Čajkovskij, lavora proprio su questa continuità. Raffigura un incontro timido, trattenuto, quasi esitante. Gli oggetti di scena, l’ombrello, il bouquet e la panchina, non sono accessori, ma appoggi emotivi e punti di equilibrio. L’abbraccio prolungato sembra non voler finire mai, come se scioglierlo significasse perdere qualcosa. Poi la musica cambia, accelera e con essa il movimento si alleggerisce e si fa più veloce. Non c’è rottura, ed è questa continuità a renderlo così toccante.
Anche Ashes, interpretato da Osipova su coreografia di Jason Kittelberger e musica di Nigel Kennedy, si muove su un piano di trasformazione, ma interiore. Il dolore, la perdita, il ricordo, la speranza: tutto passa attraverso il corpo. È un lavoro che la valorizza, lasciandole spazio per abitare ogni stato emotivo.
Nel pas de deux dal secondo atto di Giselle, con Cassandra Trenary e Davide Dato, il legato non manca, anzi: la costruzione è fluida e formalmente molto curata. A lasciare qualche perplessità sono piuttosto alcune scelte coreografiche, piccoli interventi che sembrano voler “umanizzare” Giselle, come quel gesto delle braccia che si toccano prima di allungarsi verso l’alto. Forse, cercare di riportare Giselle a una dimensione tangibile, finisce per indebolire quella qualità eterea che dovrebbe attraversarla. I due brillano però con AfterEffect, su musica di Čajkovskij e coreografia di Marcelo Gomes (nella foto di copertina), forse punto più alto della serata: un flusso ininterrotto di prese e sollevamenti, difficilissimi, in cui Cassandra sembra non toccare mai terra. Il movimento non si spezza mai, è una transizione continua, un fluire sospeso e bellissimo.
Con Il Talismano (scelta interessante, data la rarità di questo programma nei repertori europei), danzato da Tatiana Melnik e Motomi Kiyota, la tecnica prende il sopravvento: salti potenti, pirouette precise, linee pulite, presenza scenica indiscutibile. Tuttavia, proprio nei passaggi e nei momenti di raccordo si avverte una minore cura: alcune transizioni risultano meno rifinite, meno incisive. Le Corsaire, chiude invece con uno sfoggio virtuosistico di altissimo livello, più convincente rispetto al Talismano, ma che ripropone la stessa questione: serve qualità nei dettagli, qualcosa che trasformi l’esecuzione formale in un qualcosa di più.
A Suite of Dances con Hugo Marchand su coreografia di Jerome Robbins e musiche di Bach eseguite dal vivo da Martina Lopez Smuraglia, introduce un’altra qualità: quella dell’eleganza pura e del dialogo diretto tra musica e movimento. La presenza del violoncello in scena aggiunge un livello di intensità sempre coinvolgente. Eppure, nella sua bellezza, il pezzo tende a dilatarsi: la durata finisce per attenuare l’impatto complessivo.
Con DonQ (chiaro riferimento a Don Chisciotte), Riva e Repele tornano a giocare con il repertorio ottocentesco, smontandolo e ricomponendolo in chiave ironica. La sintonia tra i due è evidente e alcune trovate, il mantenere elementi iconici come la diagonale di Kitri o la posa finale, costruita su un equilibrio improbabile e perfetto, mostrano una ricerca autentica. Anche se, a tratti, la ripetizione coreografica smorza l’efficacia.
Sergio Bernal, con Racheo e Rodin, conferma una presenza scenica potente, sostenuta da un efficace gioco di luci e da una forte componente ritmica. Ma la sensazione è quella di un linguaggio che si ripete: potente, si, ma prevedibile. Cambia il contesto, meno la sostanza.
E poi il centro simbolico della serata: Hymne à l’amour, con Riva, Repele e la presenza di Luciana Savignano. Qui la frase iniziale trova il suo senso più pieno. La sua danza è trasmissione: ogni gesto arriva da un prima e porta a un dopo. Solo continuità che è esperienza e memoria. Il pubblico lo percepisce e si alza per omaggiare una grande stella. 




Milano, 12 aprile 2026

