C’è qualcosa di simbolico nel sipario che si rialza al Teatro alla Scala dopo l’estate. Milano è ancora sospesa tra gli ultimi riverberi della stagione calda, ma dentro il Piermarini il teatro torna a respirare: e lo fa con un campo di grano che sembra dilatarsi oltre i confini della scena, con un cielo che cambia colore e con una compagnia di giovani artisti chiamata a misurarsi con uno dei titoli più amati del repertorio italiano.
Il 5 settembre la Scala ha riaperto la stagione con L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, nel tradizionale appuntamento del Progetto Accademia: orchestra, coro e solisti dell’Accademia si sono trovati così davanti al pubblico del grande palcoscenico milanese. È una scelta che dà alla parola “formazione” il suo significato più concreto: imparare facendo, misurandosi con la realtà della professione.
Non è casuale la proposta di un’opera che, sotto l’irresistibile leggerezza, nasconde una fitta rete di insidie musicali e teatrali. L’elisir d’amore, nato nel 1832 dalla collaborazione fra Donizetti e Felice Romani, aggiorna il modello dell’opera buffa rossiniana aprendolo a una dimensione sentimentale più scoperta. Il sorriso convive continuamente con il pathos, la comicità con la malinconia, fino al vertice di “Una furtiva lagrima”. È la grande intuizione di Donizetti: portare passioni autentiche dentro il quadretto di un paese sconvolto dall’arrivo di una guarnigione di soldati e di un ciarlatano. È precisamente questa compresenza di registri ad aver guidato il lavoro di Marco Alibrando e Maria Mauti, entrambi al debutto scaligero.
La direzione di Marco Alibrando è uno degli elementi più convincenti della serata. L’ouverture accentua i colori drammatici, quasi a suggerire fin dall’inizio che sotto la superficie della commedia si muove qualcosa di più inquieto; poi la mano si alleggerisce nell’introduzione, lasciando emergere la ricchezza della tavolozza donizettiana. La pulizia delle linee melodiche si staglia su un tappeto ritmico preciso e scattante, con dinamiche particolarmente curate. Alibrando evita ogni sovraccarico e segue le voci con attenzione e amorevolezza. La sua lettura è limpida, sorvegliata, attenta al rapporto fra parola e musica. Ne deriva una concertazione chiara, particolarmente efficace nei concertati, dove le diverse linee vocali vengono mantenute in equilibrio senza perdere la comprensibilità del testo. Duttile e sensibile, l’orchestra dell’Accademia valorizza con incisività la scrittura donizettiana, confermando la qualità del lavoro preparatorio. Apprezzabile anche la prova del coro dell’Accademia, diretto da Salvo Sgrò.
Sul palcoscenico Maria Mauti costruisce uno spettacolo coerente con questa esigenza di chiarezza. Un immenso campo di grano, firmato da Marco Rossi, occupa la scena e la proietta verso un ideale West americano fatto di praterie, jeans, salopette e cieli infiniti. Non interessa stabilire se siamo in Spagna o nella campagna bergamasca: ciò che conta è che la natura avvolga i personaggi e diventi parte del racconto. E proprio il cielo, nelle luci di Peter Van Praet, scandisce il trascorrere della giornata: dal mezzogiorno assolato al tramonto, fino alla notte e all’albeggiare conclusivo. È una scelta semplice ma efficace, che accompagna la trasformazione dei sentimenti. Mauti introduce inoltre una dimensione metateatrale: il coro, vestito di rosso, si trasforma durante “Quanto è bella”, mentre in alcuni momenti le luci della sala vengono parzialmente accese, ricordando che la parete fra palcoscenico e pubblico può essere attraversata. La presenza dei mimi, con movimenti coreografici di Stefania Ballone, aggiunge una vena giocosa e contribuisce a vivacizzare l’allestimento. Particolarmente riuscita la scena di Giannetta con il coro nel secondo atto, costruita intorno al palo della cuccagna e ai suoi nastri colorati. I costumi di Nicoletta Ceccolini sono coerenti con lo spirito dello spettacolo. È una regia che non pretende di reinventare L’elisir, ma di restituirgli una freschezza quasi primigenia.
Sul versante vocale, i giovani sono tutti impegnati, vocalmente e scenicamente, ma conservano – com’è naturale – un margine di crescita. Nemorino, Zizhao Chen, dispone di una voce chiara e pulita. L’avvio appare un poco rigido, ma progressivamente il fraseggio acquista scioltezza; la prova è musicalmente precisa e trova i suoi momenti migliori quando il personaggio lascia emergere la propria ingenua sincerità. “Una furtiva lagrima” chiede semplicità e dolcezza, senza caricare artificialmente il pathos già inscritto nella musica: Chen vi arriva con misura, lasciando intravedere prospettive interessanti.
Adina, Noemi Muschetti, possiede una vivace presenza scenica e affronta con impegno un ruolo che richiede insieme leggerezza, lirismo e agilità. L’esito è meno omogeneo sul piano vocale, soprattutto nelle variazioni di “Prendi, per me sei libero”, dove la componente virtuosistica appare ancora da consolidare. Chao Liu, nei panni di Belcore, porta in scena una voce scura e ampia, con un fraseggio curato, e si guadagna il primo applauso della serata.
Ma il personaggio che più compiutamente domina la scena è Dulcamara. Misha Kiria, già allievo dell’Accademia e oggi artista di esperienza internazionale, mette a disposizione dei più giovani non soltanto una voce sicura, ma una notevole tenuta attoriale e una disinvoltura che sembrano appartenere naturalmente al personaggio. Il suo Dulcamara è simpatico senza essere sguaiato, irresistibilmente teatrale senza scivolare nella caricatura. La regia ne risolve bene l’ingresso e l’aria, accolta dal pubblico con particolare calore. Non più che corretta la Giannetta di Saori Sugiyama, inserita comunque con efficacia nel gioco collettivo.
Alla fine, applausi convinti da una sala esaurita da un pubblico sempre più internazionale 




Teatro alla Scala _ Stagione 2025/26
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Adina Noemi Muschetti
Nemorino Zizhao Chen
Belcore Chao Liu
Il Dottor Dulcamara Misha Kiria
Giannetta Saori Sugiyama
Orchestra e coro dell’Accademia del Teatro Alla Scala
Direttore Marco Alibrando
Maestro del coro Salvo Sgrò
Fortepiano Daniele Di Teodoro
Regia Maria Mauti
Scene Marco Rossi
Costumi Nicoletta Ceccolini
Luci Peter Van Praet
Movimenti coreografici Stefania Ballone
Milano, 5 settembre 2026

