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Milano, Teatro alla Scala – Götterdämmerung

Il cerchio si chiude. Con le recite di Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dèi), si conclude il ciclo Der Ring des Nibelungen, uno dei capolavori di Richard Wagner (e dell’intero panorama operistico) che il Teatro alla Scala ha proposto, a partire dall’autunno del 2024, nel corso di tre stagioni. La terza giornata, quarto e ultimo capitolo della Tetralogia, mette in scena la fine e la successiva rinascita del mondo, grazie all’immolazione della walkiria Brünnhilde sulla pira funebre dell’amato Siegfried, e alla restituzione dell’anello maledetto alle figlie del Reno.

Qui si riferisce della replica del 4 febbraio diretta da Alexander Soddy, da noi già recensito in Das Rheingold e Die Walküre; le ultime due rappresentazioni sono invece affidate all’australiana Simone Young, che abbiamo seguito in Siegfried. Forte di una gestualità energica e scattante, e incline a un’agogica spesso spedita, il maestro inglese opta per una lettura vivida, tesa e ricca di contrasti. Seguito senza cedimenti nelle sue intenzioni da una coesa Orchestra del Teatro alla Scala, Soddy lavora di cesello alla ricerca di colori e dinamiche, alternando oasi di serica morbidezza a sonorità vigorose e muscolari, nei primi due atti a volte eccessivamente robuste e soverchianti rispetto al palcoscenico. Tra i momenti più convincenti della serata, si segnalano almeno la tersa freschezza della danza acquatica delle tre Figlie del Reno, la maestosa e composta eroicità della Marcia funebre di Siegfried, la cangiante poliedricità del monologo di Brünnhilde e del finale.

Nel complesso valido il cast scritturato, pur con alcune eccezioni. Nei panni dei protagonisti troviamo due interpreti wagneriani già apprezzati da chi scrive al debutto nel ruolo all’Opernhaus Zürich, nell’autunno 2023. Camilla Nylund esibisce una vocalità di buon volume, salda nell’emissione e dalla timbrica cremosa – con acuti svettanti e squillanti, fulgenti come lame di luce – che non fatica a sovrastare il lussureggiante tappeto orchestrale. Grazie anche a una presenza scenica statuaria e a un fraseggio ricercato, dovizioso di accenti e inflessioni, il soprano finlandese dipinge una Brünnhilde via via innamorata, volitiva, assetata di vendetta, serena, potentemente umana. Vibrante di sentimenti e di emozioni è la resa della grande scena del sacrificio, nella quale si segnala la toccante pregnanza con la quale pronuncia la frase “Ruhe, ruhe, du Gott!”.

Accanto a lei, Klaus Florian Vogt è un Siegfried d’impronta lirica più che prettamente eroica, dalla voce chiara e limpida, di delicata tinta argentea, ben proiettata nell’ampia sala teatrale, sonora nel registro acuto e ben controllata nell’intonazione. Physique du rôle fiero e nobile, il tenore tedesco impersona con credibilità un fanciullo impetuoso ed entusiasta, sfacciato e quasi insolente nell’incontro con le tre ondine, veemente e innamorato nel racconto del III atto prima che venga ucciso a tradimento.

Se Günther Groissböck ci aveva convinto come Hunding in Die Walküre, lo stesso non si può dire per il suo Hagen: sebbene scenicamente risulti centrato come personaggio protervo e crudele, lo strumento vocale è emesso con ruvidezza, con gravi a tratti opachi e acuti fissi e poco timbrati, periclitanti nell’intonazione. Il baritono canadese Russell Braun è un Gunther dalla linea di canto elegante e trattenuta, ma dalla voce poco tonante. Il soprano ucraino Olga Bezsmertna, come Gutrune e terza Norna, emerge per uno strumento luminoso, vibrante in acuto, e per il fisico aggraziato.

Già applaudita dal pubblico scaligero (e dallo scrivente) in Wagner, come Brünnhilde, in Die Walküre nel 2010 e in Siegfried nel 2012, Nina Stemme veste ora i panni mezzosopranili di Waltraute. Portamento scultoreo, dizione scolpita nella pietra, il soprano svedese brilla per una vocalità compatta, scura nel registro medio-grave, penetrante in acuto; uscita alla ribalta al termine del I atto, è stata accolta da festanti ovazioni. Come Alberich troviamo Johannes Martin Kränzle, che ha ricoperto il medesimo ruolo su queste tavole nel Ring targato Barenboim-Cassiers. Il baritono tedesco delinea con efficacia un nano insinuante, maligno e rancoroso, ancora attratto dal fascino perverso dell’oro del Reno. Tornita e avvolgente è la prima Norna di Christa Mayer; musicale e malleabile la seconda Norna del mezzosoprano ungherese Szilvia Vörös. Ben amalgamate tra di loro, fluide e seducenti le tre Figlie del Reno, Lea-ann Dunbar (Woglinde), Svetlina Stoyanova (Wellgunde) e Virginie Verrez (Flosshilde). Energici e vigorosi gli interventi, nel II e nel III atto, del Coro scaligero nei panni dei rudi Ghibicunghi, guidato con solidità e precisione da Alberto Malazzi.

David McVicar prosegue e conclude la sua lettura della Tetralogia in chiave fantastico-mitologica, perseguendo una linearità narrativa e un linguaggio tradizionale, a tratti didascalico, con qualche ingenuità, forzatura o banalità, e alcune simbologie tutto sommato convincenti. In Götterdämmerung ritornano alcuni elementi già visti nei tre titoli precedenti: per esempio, il monumentale volto di Erda, adagiato a terra; una gigantesca mano-giaciglio; un incombente teschio d’oro alla Damien Hirst; grandi visi di pietra alludenti alle divinità del Walhalla (in Das Rheingold Wotan, Fricka, Freia, Donner, Froh indossavano maschere dalle sembianze uguali); Grane e il cavallo di Waltraute, impersonati da due giovani uomini a petto nudo in cima a trampoli elastici; i corvi di Wotan; tre maestose mani erose dal tempo, simbolo del fiume Reno; un’imponente scala marmorea a due rampe, raffigurazione del Walhalla; la personificazione dell’oro del Reno, un ballerino seminudo dalle movenze sensuali e sciolte, con il viso celato da una maschera aurea.

Le scene, curate da McVicar e Hannah Postlethwaite, sono perlopiù tetre e sobrie; i costumi stratificati e di varia foggia di Emma Kingsbury sono dominati principalmente dal nero e dal grigio, con alcune eccezioni (la tunica rossa della protagonista, la svolazzante veste d’oro di Gutrune, gli inserti aurei negli abiti dei Ghibicunghi) e scelte non sempre comprensibili (Alberich indossa una sorta di camici di forza); efficienti le luci di David Finn; innocui e narrativi i video di Katy Tucker. Come già per il prologo e le prime due giornate, il regista scozzese ricorre a mimi e ballerini (coreografia di Gareth Mole, maestro di arti marziali e preparazioni circensi David Greeves), sebbene in maniera meno invadente o disturbante (a esclusione dello stucchevole balletto dei Ghibicunghi nel II atto).

Se si avverte un tentativo di caratterizzazione dei singoli personaggi, purtroppo la loro movimentazione si dimostra a volte debole, con i cantanti spesso relegati al proscenio. L’attesa scena dell’immolazione di Brünnhilde, del rogo del Walhalla e dell’esondazione del Reno è risolta con sobrietà e funzionalità, risultando nel complesso riuscita, nonostante non sia eccessivamente spettacolare. Gli atti e i cambi di scena sono introdotti da un sipario nero, sul quale campeggia uno sfavillante anello circondato da mani rapaci; nel finale, mentre in buca risuona il tema della redenzione d’amore e, sul palcoscenico, l’allegoria dell’oro del Reno danza sinuosamente, cala una seconda cortina (che richiama in parte quella presente in Das Rheingold), effigiante una grande mano all’interno di un anello, ispirata alle pitture parietali rupestri delle Grotte di Lascaux: il crepuscolo degli dèi e l’inizio della dominazione umana sul mondo.

In conclusione, il Ring concepito da McVicar e dal suo team appare garbato, illustrativo, figurativo, per nulla cervellotico o radicale, in alcuni punti sicuramente perfettibile, talora inerte, ma non privo di interesse. Una chiave di lettura rassicurante e che non osa più di tanto, nella quale si ravvisano, qua e là, guizzi e idee apprezzabili, tra rimandi e intrecci fra i quattro capitoli della saga.

Teatro esaurito e, al termine, festante successo, con accoglienza trionfale per Nylund, Vogt, Soddy e, in misura minore, Groissböck. A marzo, in occasione del centocinquantenario della prima esecuzione assoluta della Tetralogia (1876) e del centenario delle rappresentazioni scaligere del 1926, verranno proposti due cicli completi del Ring: il primo, diretto da Alexander Soddy, dall’1 al 7 marzo; il secondo, dal 10 al 15 marzo, vedrà sul podio Simone Young.

Teatro alla Scala – Stagione 2025/26
GÖTTERDÄMMERUNG
(DER RING DES NIBELUNGEN)
Terza giornata in un prologo e tre atti
Versi e musica di Richard Wagner

Siegfried Klaus Florian Vogt
Gunther Russell Braun
Hagen Günther Groissböck
Alberich Johannes Martin Kränzle
Brünnhilde Camilla Nylund
Gutrune/Die dritte Norn Olga Bezsmertna
Waltraute Nina Stemme
Die erste Norn Christa Mayer
Die zweite Norn Szilvia Vörös
Woglinde Lea-ann Dunbar
Wellgunde Svetlina Stoyanova
Flosshilde Virginie Verrez

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Alexander Soddy
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia David McVicar
Scene David McVicar e Hannah Postlethwaite
Costumi Emma Kingsbury
Luci David Finn
Video e proiezioni Katy Tucker
Coreografia Gareth Mole
Maestro arti marziali/Prestazioni circensi David Greeves

Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 4 febbraio 2026

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