«Schiavo ognuno è d’amore e di fortuna». Potrebbe bastare questo verso a contenere tutto Il schiavo di sua moglie, singolare e felice creatura di Francesco Provenzale (1632–1704) tornata alla vita al Festival della Valle d’Itria. Perché di schiavitù, in questo intricatissimo gioco barocco, ce ne sono parecchie: dell’amore, naturalmente, ma anche del desiderio, della gelosia, del destino; e persino di quella convenzione sociale che pretende di stabilire una volta per tutte chi debba comandare e chi obbedire. Tanto che, quando «le donne calzano i calzoni», ammonisce il libretto, l’uomo finisce inevitabilmente per perdere le proprie ragioni.
Rappresentato a Napoli nel 1672, Il schiavo di sua moglie appartiene a quella stagione ancora aurorale del teatro musicale partenopeo nella quale le forme non si sono irrigidite, il confine tra recitativo e aria rimane mobile e il sublime può precipitare senza preavviso nel comico. Francesco Provenzale, che Antonio Florio non esita a indicare come uno dei padri dell’opera napoletana, guarda alla grande esperienza veneziana di Monteverdi e Cavalli, ma comincia già a parlare una lingua propria: mobile, inquieta, teatralissima.
La restituzione dell’opera è del resto il punto d’arrivo di un lavoro che Florio conduce da decenni sulle fonti della musica napoletana del Seicento. E proprio a lui il Festival affida questa prima vera rappresentazione scenica in epoca moderna (venne eseguita a Palermo in forma di concerto negli anni Novanta), trasformandola contemporaneamente in un’occasione di formazione per gli allievi dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”.
Scelta intelligente e pienamente condivisibile. Perché un’accademia di canto trova probabilmente la propria finalità più autentica non soltanto nella lezione o nella masterclass, ma nel momento in cui i giovani interpreti vengono messi nella condizione di affrontare uno spettacolo vero: imparare una parte, costruire un personaggio, confrontarsi con un regista e un direttore, abitare uno spazio scenico, reggere i tempi della rappresentazione e, infine, incontrare il pubblico. Tanto più in un repertorio come questo, dove la difficoltà non risiede solamente nella vocalità, ma nella capacità di trasformare la parola in azione teatrale.
E di teatro, nel libretto di Francesco Antonio Paolella, ce n’è in abbondanza. Sullo sfondo remoto del mito di Ercole e delle Amazzoni si intrecciano travestimenti, equivoci, amori creduti morti e prontamente risuscitati, gelosie, conquiste, scambi di persona. Ma soprattutto si dispiega una sorta di vasto catalogo degli affetti amorosi: un Roland Barthes seicentesco, verrebbe da dire, con una dose supplementare d’ironia. «Se l’amare è destino, al fato ricorriamo»; «Chi un bel volto non desia, non ha core o non l’apprezza»; e ancora quella sconsolata constatazione: «Tra vicende d’amor e di fortuna non ha mai posa alcuna. Misera umanità». Sentenze che attraversano tre secoli e mezzo senza mostrare troppe rughe.
Provenzale le riveste di una scrittura dalla sorprendente felicità melodica, nutrita di quella affettuosa squisitezza destinata a diventare uno dei tratti distintivi della scuola napoletana. Accanto alle pagine di sdegno, alle scene buffe e ai momenti più scopertamente teatrali, sono soprattutto le inflessioni liriche e malinconiche a lasciare il segno: quando il gioco delle maschere sembra arrestarsi per qualche istante e da dietro la convenzione affiora un sentimento improvvisamente autentico.
Antonio Florio governa questa materia con estrema proprietà stilistica. La Cappella Neapolitana restituisce alla partitura trasparenza e varietà di colori, mentre la direzione possiede un nervosismo ritmico salutare, capace di imprimere alla lunga successione di episodi un passo teatrale sempre vivo. Florio non indugia mai nel compiacimento antiquario: accompagna la parola, la provoca, ne asseconda gli scarti, costruendo un dialogo continuo fra buca e palcoscenico.
Semplice ed efficace la regia di Rita Cosentino, che lascia respirare l’intricata drammaturgia senza sovraccaricarla di ulteriori significati. Lo spazio diventa luogo di memoria e di stratificazioni, quasi il relitto di guerre e passioni continuamente replicate dagli uomini; ma l’apparato concettuale rimane sullo sfondo e non impedisce ai personaggi di raccontarsi con immediatezza. Particolarmente felice è il lavoro delle luci, che accompagna la mutevole temperatura espressiva dell’opera con rapide pennellate, ora più calde e sensuali, ora cupe e stranianti. I costumi di Carla Galleri completano con funzionalità il quadro.
Fra i giovani dell’Accademia – tutti seriamente impegnati sia sotto il profilo musicale che quello attoriale – si segnala innanzitutto Francesca Palitti, Ippolita, che possiede uno strumento dal timbro prezioso e tornito, ben proiettato e sorretto da una musicalità sicura: insieme al basso Mauro Pedrero è probabilmente la personalità vocale più compiuta della compagnia. Pedrero presta a Ercole voce importante e presenza scenica autorevole, tratteggiando con naturalezza la dimensione eroica del personaggio senza trasformarla in greve monumentalità.
Molto interessante anche la Menalippa di Liliana Zolotoukhina, voce dal bel colore scuro, particolarmente appropriata stilisticamente e capace di trovare nelle pagine patetiche accenti sinceri. A lei tocca uno dei momenti più belli dell’intera partitura, «Lasciatemi morir, stelle crudeli»: un lamento di intensa malinconia, affrontato con gusto, misura e attenta modulazione della parola.
Michele Galbiati è un Timante dalla voce chiara e agile e dalla bella musicalità, scenicamente scattante, mentre Angelo Testori offre a Teseo uno strumento interessante e un accento attentamente studiato. Valerio Ilardo, Sciarra, affronta con evidente gusto teatrale il versante napoletano e apertamente comico dell’opera: voce schietta, buona disinvoltura virtuosistica e soprattutto una notevole varietà d’accenti rendono particolarmente simpatica la sua aria del primo atto.
Efficace scenicamente la Melinta di Candida Guida, chiamata a portare nell’intreccio il pragmatismo disincantato della vecchia nutrice; corretta l’Atreste di Chiara Scannapieco, mentre Francesca Lo Verso compone un Lucillo vivace e simpatico, contribuendo con immediatezza ai frequenti cambi di registro della vicenda.
Vivo successo per tutti alla seconda recita, esaurita. 




52° Festival della Valle d’Itria
IL SCHIAVO DI SUA MOGLIE
Dramma per musica in un prologo e tre atti
Libretto di Francesco Antonio Paolella
Musica di Francesco Provenzale
Revisione dal manoscritto di Antonio Florio
Prima rappresentazione in forma scenica in tempi moderni
Ippolita Francesca Palitti
Menalippa Liliana Zolotoukhina
Lucillo Francesca Lo Verso
Atreste Chiara Scannapieco
Teseo Angelo Testori
Timante Michele Galbiati
Sciarra Valerio Ilardo
Melinta Candida Guida
Ercole Mauro Pedrero
Cappella Neapolitana
Direttore Antonio Florio
Regia e scene Rita Cosentino
Costumi Carla Galleri
Scene realizzate in collaborazione con
l’Accademia delle Belle Arti di Bari
Nuova produzione del Festival della Valle d’Itria
Martina Franca, Chiostro del Carmine, 27 luglio 2026

