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Madrid, Teatro Real – I masnadieri (con Oropesa, Pretti, Alaimo, direttore Lanzillotta)

Il primo Verdi continua a essere presente sul palcoscenico del Teatro Real, ancora una volta in forma di concerto, con due recite gremite. I masnadieri è sì un’opera “irregolare”, tipica degli “anni di galera”, ma di innegabile impatto, nonostante il libretto di Andrea Maffei (al suo primo e unico lavoro in campo operistico), che Verdi trattò con un riguardo che non riservava ad altri collaboratori ben più esperti.

Anche priva della componente scenica – forse non un male, se si ricordano alcune recenti produzioni a Milano e Monaco di Baviera – l’opera è capace di catturare il pubblico e di sconvolgerlo attraverso il canto e la tensione drammatica; del resto, quando alla base c’è Schiller e la musica è di Verdi, c’è poco da stupirsi. Va inoltre ricordato un dato non secondario: si tratta del primo titolo verdiano composto fuori dall’Italia, creato per un centro musicale prestigioso come Londra e diretto dall’autore stesso nelle prime due recite.

Artefice principale – com’era inevitabile – è stato Francesco Lanzillotta, al suo debutto al Real, con una concertazione vigorosa ma che non è mai sconfinata nel fragore inutile, sempre rispettosa dei cantanti e sostenuta da agogiche adeguatissime in ogni momento. In più occasioni, come nella scena finale, ha diretto anche con le sole mani, mentre l’uso della bacchetta si è rivelato sempre preciso ed efficace. Già dalle poche battute che precedono la sortita di Francesco risultava chiarissimo non solo il clima drammatico, ma anche il profilo del personaggio che stava per entrare in scena. L’orchestra ha svolto un lavoro splendido; il violoncello, cui è affidata la parte principale del preludio (dedicato da Verdi all’amico Alfredo Patti), si è distinto per cura e attenzione, anche se forse si sarebbe desiderato un suono più ampio e sontuoso.

Importantissima la parte del coro, qui prevalentemente maschile, impegnato anche in alcuni momenti a cappella, preparato da José Luis Basso, come di consueto una garanzia. Solo in qualche passaggio il numero dei coristi è apparso forse eccessivo.

Naturalmente, senza cantanti adeguati tutto sarebbe inutile. La stella della serata è stata indubbiamente Lisette Oropesa, che ha grande dimestichezza con una parte particolarmente complessa come quella di Amalia, pensata per l’“usignolo svedese” Jenny Lind. Oropesa ha concesso un bis – per la terza volta in questa sala che tanto l’apprezza – riprendendo la seconda parte della cabaletta “Carlo vive?”, con alcune variazioni e un acuto aggiunto. Già dall’aria di sortita, “Lo sguardo avea degli angeli”, il successo è stato immediato, grazie a dizione nitida, recitativi espressivi, ottima estensione soprattutto nel registro superiore e a una tecnica solida, con trilli degni di una vera virtuosa. Con la seconda aria, “Tu del mio Carlo al seno”, e la cabaletta citata, l’entusiasmo del pubblico è esploso definitivamente. La più applaudita della serata, senza dubbio, ma non l’unica.

Piero Pretti, nella parte di Carlo, si è fatto valere per il bel timbro e per uno stile ammirevole, senza mai forzare, con piena padronanza del difficile fraseggio della prima cavatina, “O mio castel paterno”, e della bellissima frase conclusiva di “Di ladroni attorniato” (“la mia pena è più crudel” è una di quelle melodie verdiane che afferrano l’ascoltatore alla gola). Non si è distinto soltanto nei momenti solistici: i recitativi e le frasi cantate davanti a Praga e in presenza del padre incarcerato, oltre ai duetti con quest’ultimo – “Come il bacio d’un padre amoroso”, momento di evidente ascendenza belliniana e non scontato in un rapporto padre-figlio – e con Amalia, lo hanno trovato in eccellente forma.

Massimiliano, il padre, era affidato ad Alexander Vinogradov, convincente soprattutto dopo il primo intervento, nel quale certi effetti “alla Christoff” e una gutturalità eccessivamente “slava” nei gravi sarebbero stati da evitare, considerando che il primo interprete del ruolo fu Luigi Lablache.

Francesco è il personaggio più negativo e al tempo stesso più interessante dei quattro protagonisti, e la sua grande scena finale costituisce un piccolo capolavoro in sé, che richiama il celebre monologo di Macbeth. Va ricordato che, se I masnadieri furono rappresentati dopo il primo Shakespeare verdiano, la composizione dell’opera era già iniziata in precedenza. Nicola Alaimo, che aveva appena terminato di cantare la parte a Marsiglia, ha ottenuto un successo ampiamente meritato proprio in questo momento, con una voce scura, ben emessa e accenti un po’ stentorei in linea con la tradizione che, a mio avviso, finiscono per lasciare in ombra l’unico vero momento lirico del personaggio: la prima parte del duetto con il soprano, che richiama il primo incontro fra Elvira e Carlo in Ernani.

Tra i comprimari si è distinto Alejandro del Cerro nei panni di Arminio, mentre Albert Casals è stato un discreto Rolla. Il pastore Moser era affidato alla voce enorme ma opaca e poco controllata del basso George Andguladze.
Dell’entusiasmo del pubblico durante la serata e al termine della recita si è già detto

Madrid, 10 febbraio 2026

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