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Ginevra, Grand Théâtre – Madama Butterfly

Alla presentazione della stagione 2026 del Grand Théâtre de Genève abbiamo tutti avuto un po’ paura all’annuncio di una nuova produzione di Madama Butterfly di Giacomo Puccini al Bâtiment des Forces Motrices: perché le opere più note del repertorio, sotto la sovrintendenza di Aviel Cahn, hanno spesso subito i trattamenti più discutibili. Una logica difesa dal direttore del teatro anche in un libro (“Un opéra pour le XXIe siècle”) presentato a margine della première di Madama Butterfly, in cui Cahn ripercorre il mandato, ormai giunto al termine, alla guida dell’ente ginevrino sostenendo le scelte particolarmente innovative che lo hanno caratterizzato.

La regista ceca Barbora Horáková ha invece risparmiato l’opera dalle più audaci reinterpretazioni, rappresentando in un contesto molto elegante e indiscutibilmente giapponese, tra kimono e ventagli e una semplice ma lussuosa casa sulla collina montata su una piattaforma girevole niente più e niente meno che la storia di Cio-Cio-San. Storia la cui modernità d’altronde non esige speciali riletture, e che funziona indiscutibilmente senza ulteriori mediazioni. In realtà, la drammaturgia dello spettacolo voleva rivedere la storia con gli occhi di Dolore/Gioia, il figlio di Pinkerton e Butterfly, tornato da adulto in Giappone per ritrovare le sue radici. Ma il personaggio così introdotto non fa altro che restare in un angolo del palco a osservare la scena, risultando quasi sempre irrilevante nello spettacolo (solo a volte finirà per sostituirsi al piccolo bambino come se ritrovasse il ricordo d’infanzia della madre). Altrettanto irrilevante sembra essere il cortometraggio diretto da Diana Markosian e prodotto per l’occasione che avrebbe dovuto mostrare il viaggio nipponico di Dolore/Gioia, ma che viene solo mostrato in brevi sequenze in schermi sullo sfondo della scena, su cui certo non si concentra l’attenzione del pubblico. Avrebbe avuto più senso proiettarlo integralmente prima dello spettacolo o nell’intervallo (resta comunque disponibile su YouTube) per mostrare in maniera più coerente il differente punto di vista della storia, in ogni caso non particolarmente innovativo.

Lo sguardo cinematografico si ritrova certamente nel suono di una magistrale Orchestre de la Suisse Romande diretta da Antonino Fogliani. Perché ascoltando questa Butterfly ci si rende conto di quanto le colonne sonore dei grandi classici hollywoodiani siano debitrici dell’universo musicale pucciniano. Fogliani usa sapientemente il rubato o la variazione dinamica, ma con un occhio più rivolto all’azione da “commentare” musicalmente che alla comodità del canto. Come in una colonna sonora, appunto, certi temi appaiono e vengono riassorbiti nell’amalgama orchestrale in funzione di quanto avviene sullo schermo, o sulla scena: vale per le citazioni di The Star-Spangled Banner annunciate con magniloquenza dagli ottoni o per le melodie nipponiche a cui clarinetti e campanelli conferiscono un tono più leggero nei momenti di commedia presenti nella partitura, o ancora per le grandi frasi degli archi dal suono caldo e pieno che sottolineano situazioni particolarmente drammatiche. Lo stesso si può dire degli interventi del coro del Grand Théâtre. Insomma, il carattere dell’esecuzione è sempre legato a doppio filo alle emozioni che suscita la scena: proprio come avviene al cinema.

Il versante vocale, malgrado la buona qualità complessiva del cast, fatica a raggiungere una vera eccellenza. Corinne Winters, nei panni della protagonista, sembra alternare due registri molto differenti a livello timbrico: un grave risonante e particolarmente caldo, di cui si serve con ottimi risultati nel canto di conversazione e nei toni sempre più drammatici man mano che ci si avvicina al finale (pensiamo a un «Due cose potrei fare» di una gravitas da eroina verdiana, o il tragicissimo «Tutto è morto per me!»), e uno molto più luminoso in acuto che le permette di superare l’orchestra con suoni penetranti e una bella varietà dinamica, ma che paga un caro prezzo in termini di intellegibilità del testo. Nelle arie come «Un bel dì vedremo» o comunque nelle sequenze di più ampio respiro avremo allora l’impressione di ascoltare uno strumento dal suono elegante e dall’emissione assai pulita che si aggiunge all’orchestra, ma sembrerà un canto privo di parole.

Del Pinkerton di Stephen Costello si saluta la voce salda e omogenea, squillante e dai facili acuti (al netto di qualche difficoltà negli estremi che risultano talvolta stimbrati) ma per il resto appare sempre piuttosto piatto: canta «America forever!» come «Bimba dagli occhi pieni di malìa», senza un vero trasporto o ancora «Amore o grillo» senza una vera caratterizzazione del testo, quell’aria sognante e un po’ inebriata dall’incontro con Butterfly. Certo, significa che per Pinkerton il matrimonio giapponese non è che un passatempo, ma un po’ più di varietà non farebbe male a un tenore non privo di qualità vocali.

Vera scoperta della serata è stato invece lo Sharpless di Andrey Zhilikhovsky, il migliore nell’attenzione al testo (ottima pronuncia italiana, tra l’altro) e sempre abile a far trasparire, attraverso una voce morbida e dal timbro levigato tanto il carattere paterno quando redarguisce Pinkerton o consola Butterfly ma anche un certo nervosismo quando si rende conto che Cio-Cio-San non capisce l’abbandono. Con sobrietà e una certa semplicità nelle linee vocali Kai Rüütel-Pajula fa di Suzuki una domestica leale e riverente, che resta sempre un passo indietro rispetto a Butterfly, ma sa anche farsi valere con dei begli acuti quando caccia a malo modo Goro («Vespa! Rospo maledetto!»).
Goro è davvero ben incarnato da Denzil Delaere, che lascia da parte certi cliché da tenore buffo per dare, con una voce leggera ma sempre ben tornita, un carattere suadente e la giusta ipocrisia di un solenne imbroglion di matrimoni. Tutto sommato corretti i numerosi comprimari, anche se lo zio Bonzo di Mark Kurmanbayev potrebbe essere più incisivo, e il ricco Yamadori (Vladimir Kazakov) trova solo nel corso del suo intervento la giusta profondità.

La stagione del Grand Théâtre che si avvia alla conclusione aveva il titolo Lost in translation: tanto per il riferimento filmico quanto per il soggetto è indubbio che Madama Butterfly sia l’opera meglio rappresentata dallo slogan stagionale. Malgrado le qualità di cui abbiamo detto, però, a essersi persa nella traduzione sembra essere stata proprio Madama Butterfly, costretta in un’esecuzione elegante e raffinata che fatica a sprigionare tutta la forza drammatica del libretto: come se lo sguardo di Dolore/Gioia sulla storia della madre mantenesse una sorta di distanza. Ne risulta una Butterfly patinata ma che, in difetto di una vera personalità, fatica a coinvolgere emotivamente. Nonostante ciò, la produzione è stata assai calorosamente accolta dal pubblico ginevrino.

Grand Théâtre de Genève
MADAMA BUTTERFLY
Tragedia giapponese in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
dalla pièce di David Belasco

Musica di Giacomo Puccini

Cio-Cio-San Corinne Winters
Pinkerton Stephen Costello
Sharpless Andrey Zhilikhovsky
Suzuki Kai Rüütel-Pajula
Goro Denzil Delaere
Lo zio Bonzo Mark Kurmanbayev
Kate Pinkerton Charlotte Bozzi
Yamadori Vladimir Kazakov
Il commissario imperiale Igor Gnidii
L’ufficiale del registro Dimitri Tikhonov
Yakusidé Rodrigo Garcia
La madre di Butterfly Magali Duceau-Berly
La sorella di Butterfly Victoria Martynenko

Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Antonino Fogliani
Coro del Grand Théâtre de Genève
Maestro del coro Mark Biggins
Regia Barbora Horáková
Scene Wolfgang Menardi
Costumi Eva-Maria Van Acker
Luci Felice Ross
Video Diana Markosian
Coregrafia Andrea Tortosa Vidal

Ginevra, Bâtiment des Forces Motrices, 23 aprile 2026

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