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Firenze, Teatro del Maggio – Un ballo in maschera

Ci sono produzioni che vengono programmate con elementi di rischio. Molte volte il rischio ripaga e quelle che sulla carta erano perplessità finiscono per essere dissipate alla prova del palcoscenico. Altre volte, però, i dubbi iniziali trovano conferma e lasciano un po’ di amaro in bocca.

La nuova produzione di Un ballo in maschera, secondo titolo del Festival del Maggio Musicale Fiorentino, segna il ritorno dell’opera in forma scenica dopo oltre trent’anni dall’ultimo allestimento firmato Alberto Fassini: l’edizione del 2007 era infatti stata proposta in forma semi-scenica, e quella del 2020 in concerto. Il Ballo è tuttavia un’opera storicamente sfortunata sulle sponde dell’Arno (basti ricordare anche l’edizione del 1985, mai andata in scena a causa di un lungo sciopero) e se stavolta si riesce a portare a casa l’esecuzione, bisogna dire che il risultato non è pienamente convincente.

Il principale motivo di interesse in questo caso è senza dubbio il debutto operistico di Emmanuel Tjeknavorian, dopo la folgorante ascesa come direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano. La prima cosa che colpisce è il lavoro compiuto con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, che suona compatta e in un gran bel dispiego di suono. Tjeknavorian dimostra una conoscenza approfondita della partitura (avendo assistito Eun Sun Kim all’Opera di San Francisco durante le recite di questo titolo nel 2024) e ne offre una bella visione d’insieme, mettendo in risalto tanto le grandi oasi liriche quanto i momenti più cupi, come certi impasti orchestrali della scena di Ulrica.
Il direttore dimostra inoltre un lavoro accurato nella ricerca di una tinta marcatamente verdiana, anche grazie alle sottolineature di certi interventi strumentali che letteralmente “cantano” con gli interpreti, commentando l’azione o facendosi addirittura propulsori ritmici del dramma: un esempio su tutti è il grande duetto d’amore del secondo atto, dove l’orchestra acquista un ruolo quasi da co-protagonista, accompagnado lo sgorgare delle sensazioni dei personaggi.
Tuttavia a Tjeknavorian manca ancora una piena dimestichezza con il teatro d’opera: lo si sente nei ripetuti scollamenti tra buca e palcoscenico, nel dialogo incerto con i cantanti, che se da una parte sono sempre ben sostenuti dall’orchestra, si trovano spesso di fronte ad attacchi poco precisi e a scelte di tempi francamente discutibili, che rischiano di distruggere spesso tutto il potenziale drammatico e ritmico di alcune scene. Tutto ciò concorre a delineare una direzione piena di elementi di interesse, ma che ha decisamente bisogno di maggior maturazione e pratica teatrale.

Il cast è nel complesso valido, pur senza vere punte di eccellenza. Antonio Poli delinea un Riccardo interpretativamente in crescendo nel corso della serata. La voce è generosa e di bel timbro tenorile: il ruolo gli offre sicuramente occasioni in cui brillare, come l’aria del terzo atto “Ma se m’è forza perderti”, dove mette in luce anche un ottimo fraseggio e un legato da autentico tenore verdiano. Pur a fronte di qualche lieve forzatura in acuto nei passaggi più concitati, la sua è una prova sostanzialmente positiva per un personaggio che potrà ulteriormente maturare.

Chiara Isotton è una Amelia piuttosto convincente, che trova il suo punto di forza in un registro centrale dove può dispiegare il bel timbro della voce. Gli slanci in acuto risultano saldi e ben dosati, laddove qualche emissione in zona di passaggio risulta più laboriosa, così come i gravi che, inizialmente ben proiettati e corposi, tendono a perdere consistenza verso la fine della recita. Al netto di questi limiti, dovuti anche alla difficoltà della scrittura del personaggio, Isotton firma una delle sue prove più ispirate dal punto di vista interpretativo, e basterebbe la sola “Ma dall’arido stelo divulsa” a dimostrarlo.

Bogdan Baciu è un Renato che si distingue per la voce ampia e di timbro baritonale non personalissimo ma comunque assai piacevole. La tessitura del ruolo si adatta perfettamente alla sua vocalità e mette in luce una linea omogenea in tutte le sue arie, rese anche con ottimo fraseggio. Lavinia Bini è un Oscar al femminile assai spigliato, con una voce non chiarissima ma che sa cesellare alla perfezione il ruolo. Qualche agilità risulta un po’ cauta, soprattutto nella prima aria, ma il soprano acquista sicurezza nel corso della serata e sa imporsi anche nelle scene d’assieme, come il quintetto del terzo atto. Ksenia Dudnikova propone invece una Ulrica in versione maschile, dotata di timbro pastoso che le permette di imporsi nella sua scena anche a fronte di qualche passaggio in acuto non perfettamente a fuoco.

La coppia di congiurati costituita da Mattia Denti (Samuel) e Adriano Gramigni (Tom) risulta ben affiatata e riesce a sbalzare con cura gli interventi del finale secondo. Janusz Nosek è un Silvano precisissimo, Francesco Congiu dona una voce piuttosto generosa alla figura del Giudice e Roberto Miani sa ben distinguersi come servo di Amelia.
Il Coro del Maggio Musicale Fiorentino, preparato da Lorenzo Fratini, risulta meno centrato rispetto ad altre occasioni, specialmente nella componente maschile che, dopo un avvio un po’ traballante, recupera progressivamente nel corso della recita. Inappuntabile invece il settore femminile, che si impone senza problemi nella scena dell’antro di Ulrica.

Rimane da dire della parte scenica che è invero la componente che convince di meno. Valentina Carrasco decide di ambientare l’opera negli Stati Uniti di Kennedy, tracciando un parallelismo tra l’amato presidente assassinato a Dallas e il Riccardo protagonista dell’infausto Ballo. L’idea non è nuova. Già Pier Luigi Pizzi l’aveva proposta in un suo fortunato allestimento nato all’Expo di Piacenza nel 2004 e poi approdato a Palermo e Macerata. Ma mentre Pizzi si limitava a un mero parallelismo, Carrasco punta invece a sovrapporre l’immagine di Kennedy a quella di Riccardo: il protagonista appare infatti in scena accompagnato dalla moglie Jacqueline e dai figli in uno studio ovale pieno di assistenti e segretarie non proprio caste, tra cui lo stesso Oscar trasformato in una sorta di addetta stampa.
Carrasco sostiene che Riccardo, proprio come Kennedy, è una figura potente e carismatica, capace di esercitare fascino sulle donne, che però non si sa mai quanto siano davvero innamorate di lui e quanto soggiogate dal potere che egli emana, in un rapporto totalmente sbilanciato. Si configura così il suo rapporto con Amelia, che diventa l’esempio di questa dinamica: per tutto il duetto d’amore lui tenta di possederla in modo anche violento, mentre lei cerca di scappare, tramutando la musica e il libretto in una farsa perché nessuno dei due personaggi crede a ciò che canta. Non è un caso che, nel finale, Amelia si mostri offesa quando Riccardo proclama la sua purezza e ricompone il quadretto perfetto con moglie e figli prima di morire. L’idea potrebbe anche essere interessante, ma la realizzazione non convince e risulta poco in linea con musica e libretto. Allo stesso modo non persuade la caratterizzazione di Ulrica come una sorta di Martin Luther King, che predica alle masse in chiesa invocando il Re dell’abisso, mentre sa di già visto l’orrido campo che diventa una viuzza dove si aggirano prostitute e spacciatori.
Eppure qualche idea ci sarebbe, come Amelia e Renato trattati come burattini nel finale secondo o l’uccisione fatta da un sicario anziché dallo stesso Renato. Resta però la sensazione di uno spettacolo che sembra voler forzare la drammaturgia senza possedere gli strumenti per farlo o per renderlo accattivante, a partire dalla recitazione dei singoli – piuttosto ordinaria e stereotipata – fino al profluvio, alla lunga noioso, di immagini e video dei Kennedy e degli Stati Uniti degli anni Sessanta che spesso finiscono per diventare l’unico vero elemento scenografico.

Inutile dire che, alla fine dello spettacolo, il pubblico sommerge di fischi il team registico, mentre tributa calorosi applausi al cast e al direttore, in una serata che si chiude con gli spettatori borbottanti come i congiurati dell’opera.

88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino
UN BALLO IN MASCHERA
Melodramma in tre atti
Libretto di Antonio Somma
Musica di Giuseppe Verdi

Riccardo Antonio Poli
Amelia Chiara Isotton
Renato Bogdan Baciu
Oscar Lavinia Bini
Ulrica Ksenia Dudnikova
Samuel Mattia Denti
Tom Adriano Gramigni
Silvano Janusz Nosek
Un giudice Francesco Congiu
Un servo d’Amelia Roberto Miani

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Emmanuel Tjeknavorian
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Valentina Carrasco
Scene Andrea Belli
Costumi Silvia Aymonino
Luci Marco Filibeck
Video Massimo Volpini

Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 12 maggio 2026

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