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Firenze, Teatro del Maggio – Pagliacci e Cavalleria rusticana

Cavalleria rusticana e Pagliacci costituiscono il dittico per eccellenza del repertorio operistico fin da quando il Met di New York li propose in un’unica serata nel 1893. Tuttavia, questo double-bill si è spesso sfaldato nella tradizione esecutiva: nelle stagioni del Maggio Musicale Fiorentino le due opere si sono viste accoppiate soltanto nel 1971, sotto la bacchetta di Riccardo Muti con la regia di Mauro Bolognini, e nel 2000 con Bruno Bartoletti sul podio e lo spettacolo di Liliana Cavani. Dopo oltre un quarto di secolo, gli atti unici di Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo tornano dunque insieme nella stagione fiorentina, in uno spettacolo firmato da Robert Carsen che ha visto la luce ad Amsterdam nel 2019.

Carsen, affiancato dal suo Dramaturg di fiducia Ian Burton, decide di invertire l’abituale ordine di esecuzione e iniziare da Pagliacci: il Prologo, con la sua dichiarazione di poetica, funge da perfetto proemio verista alle due opere. Ma Carsen vi legge anche una dichiarazione di poetica del suo stesso lavoro di regista: il tema ossessivo e ricorrente dei suoi spettacoli, lo scontro tra realtà e finzione, sembra trovare in questi Pagliacci una nuova sintesi personale.

Dopo poche battute, il personaggio del Prologo fa infatti riaccendere le luci in sala, per declamare i suoi versi che sembrano così assumere un contenuto ancora più meta-teatrale. La vera rottura avviene poco dopo quando le prime file di platea attaccano “Son qua” e i bambini corrono verso il palco nei corridoi tra le poltrone: il coro è parte integrante del pubblico e vede arrivare la troupe di pagliacci direttamente sul palcoscenico. Le prime interazioni dirette tra il coro e gli attori avvengono poi tutte di fronte a una replica in piccolo del sipario rosso che chiudeva il boccascena prima dell’opera. Quando però Nedda intona “Qual fiamma avea nel guardo” e ci conduce nel cuore intimo del dramma, la replica del boccascena col sipario ruota per rivelare il dietro le quinte del palco: lì vediamo il motore della tragedia azionarsi, senza particolari stravolgimenti rispetto al libretto, che in questa ambientazione sembra ancora più dirompente. Il sipario si chiude nuovamente sul “Vesti la giubba” che Canio esegue al proscenio, per poi truccarsi e vestirsi con una replica dei suoi stessi abiti durante l’intermezzo. Il coro assiste allo spettacolo dei pagliacci negli stessi posti di platea dell’inizio e tutti quanti ci troviamo improvvisamente a vedere una replica grottesca del dramma intimo tra Nedda, Canio, Tonio e Silvio che abbiamo visto poco prima nel vero retropalco. Tuttavia sulle ultime battute il coro invade lo spazio scenico, entra nella finzione dei pagliacci e assiste costernato e partecipe al duplice omicidio, mentre Tonio tornato Prologo sigla come da partitura la definitiva sentenza “La commedia è finita”.

Dopo l’intervallo, sulle note della ripresa del preludio di Cavalleria, si scopre che tutto ciò non è altro che una messa in scena: tutti si ricompongono ed escono come al termine di uno spettacolo. Carsen ci ha ingannati e dovevamo credere al Prologo, che diceva che tutto quello che avremo visto sarebbe stato falso, compreso il coro che sembrava così uguale al pubblico, ma era invece parte della recita. Cavalleria si svolge quindi direttamente sul palco del Teatro del Maggio come naturale prosecuzione: ci troviamo ad assistere alla vita intima del coro, che rappresenta la comunità così tanto protagonista nell’opera di Mascagni. Tutti i personaggi fanno parte di questo gruppo, tranne Santuzza che si scopre essere stata buttata fuori dalla compagine, tanto che dopo l’Inneggiamo, una vera e propria prova con tanto di apparizione di Lorenzo Fratini nei panni di sé stesso, verrà respinta da quest’ultimo a siglare la definitiva uscita da questa comunità. A questo punto a Santuzza non resta che distruggerla dall’interno, svelando il triangolo amoroso ai diretti interessati. Tuttavia la tragedia rimane una questione privata, la comunità volta le spalle a questa espressione di sentimenti e lascia sole Santuzza e Lucia, un’assistente musicale al di sopra degli altri, che si trova a piangere la presunta uccisione di Turiddu insieme alla rinnegata.
Carsen porta quindi di nuovo in scena il suo tema più caro (anche se ormai il manierismo autoreferenziale è dietro la porta), e lo fa con un virtuosismo tecnico mostruoso e con una sorprendente coerenza drammaturgica, che in Pagliacci regge bene e crea vertigine per il continuo sfasamento di piani di interpretazione, ma che in Cavalleria rusticana rischia di risultare un po’ forzata.

Anche sul piano musicale si avverte una differente intensità. Riccardo Frizza dirige Pagliacci con la giusta tensione narrativa. Il suo Leoncavallo deve molto all’ispirazione francese, come è giusto che sia, e quindi dà a ogni cellula musicale la tinta appropriata, risultando ora seducente, ora insinuante, grazie a un notevole lavoro sui colori, mentre cerca di aiutare i cantanti anche nei momenti scenicamente più concitati. In Cavalleria la direzione si fa più guida precisa e funzionale, abdicando un po’ alla poesia di questa musica. I tempi sono serrati, ma mancano di profondità emotiva, e quindi tutto scorre in una generale correttezza. L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino suona solida e compatta, mentre il Coro, preparato da Lorenzo Fratini, si dimostra eccellente in entrambe le opere, fino a prendersi il giusto ruolo di protagonista in Cavalleria.

Il cast assemblato risulta complessivamente di buon livello. Brian Jagde è un Canio passionale e intenso, mai sopra le righe sia nell’espressione del canto che nella recitazione. La vocalità è ampia e piuttosto omogenea, con acuti saldi anche se – piccolo neo – la tenuta è leggermente limitata dal fiato. Tuttavia, complice anche la regia, il suo “Vesti la giubba” è accolto da vigorosi applausi. Corinne Winters è una Nedda seducente. Attrice spigliatissima e intensa, ha dalla sua un fraseggio curatissimo ed estremamente teatrale. La parte mette tuttavia in luce un registro centrale non sempre ben sostenuto, a fronte di acuti penetranti e giochi di colori sicuramente efficaci.
Roman Burdenko si impone incisivamente nel Prologo per poi trovarsi vocalmente a suo agio come Tonio. Il ruolo di Alfio, con i suoi interventi più concitati, lo mette più in difficoltà anche solo a livello di intonazione, nonostante Frizza dal podio cerchi di aiutarlo con tempi più distesi. La voce è comunque ampia e di colore apprezzabile. Hae Kang è un Silvio dalla vocalità brunita, assai preciso e appassionato nel duetto con Nedda. Lorenzo Martelli invece cesella con giusta cura e fraseggio il suo Peppe, in particolare la canzone di Arlecchino.

In Cavalleria, spicca innanzitutto la Santuzza di Martina Belli. La voce ampia e dal bel colore brunito colpisce per la linea omogenea e non fa fatica a imporsi né in basso né in acuto. Il fraseggio curato e variegato la aiuta a emergere nell’Inneggiamo e a scolpire un “Voi lo sapete o mamma” assai intenso ed espressivo. Luciano Ganci le fa da degno contraltare nel ruolo di Turiddu, dimostrando una notevole sicurezza vocale, con acuti saldi e facili e un registro centrale ben sostenuto, che gli permettono di imporsi in tutti i suoi interventi.
Manuela Custer è una Mamma Lucia incisiva, con una voce usata in ogni possibile valenza espressiva per costruire un personaggio poco empatico ma perfettamente aderente alla regia, mentre Janetka Hoşko disegna una Lola efficace, ben tratteggia anche in “Fior di giaggiolo”.

Alla seconda recita il teatro è quasi tutto esaurito (come per tutte e quattro le rappresentazioni) e il pubblico risponde con entusiasmo, tributando applausi a scena aperta già dopo il Prologo di Pagliacci. Alla fine grandissimo successo per tutti, con punte di vero entusiasmo per Jagde, Ganci e Belli.

Teatro del Maggio – Stagione 2026
PAGLIACCI
Dramma lirico in due atti
Parole e musica di Ruggero Leoncavallo

Nedda Corinne Winters
Canio Brian Jagde
Tonio Roman Burdenko
Peppe Lorenzo Martelli
Silvio Hae Kang

CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto
Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza Martina Belli
Lola Janetka Hoşko
Turiddu Luciano Ganci
Alfio Roman Burdenko
Mamma Lucia Manuela Custer

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Maestra del Coro di voci bianche Sara Matteucci
Regia Robert Carsen
Scene Radu Boruzescu
Costumi Annemarie Woods
Luci Robert Carsen e Peter van Praet
Coreografia Marco Berriel
Drammaturgia Ian Burton
Allestimento della Dutch National Opera di Amsterdam

Firenze, 25 febbraio 2026

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