Negli ultimi anni, mettere in scena un dittico sembra spesso voler implicitamente dire che bisogna trovare un filo conduttore tra i due titoli proposti, magari cercando anche il modo di collegarli narrativamente parlando. Si è visto recentemente a Roma nella produzione di Andrea Bernard che univa Diario di uno scomparso di Janáček e La voix humaine di Poulenc che avvenivano in due stanze di albergo contigue, oppure quando Warlikowski ha abbinato la stessa Voix humaine a Il castello del duca Barbablù di Bartók a Parigi, spettacolo poi arrivato anche a Napoli nel 2024: qui Warlikowski vedeva in Elle un tentativo di vendetta e ribellione contro il processo di segregazione attuato da Barbablù, ma tutto era come filtrato dal ricordo e alla fine le due opere, per quanto legate nella nuova drammaturgia ideata da Christian Longchamp, uscivano da questa operazione rafforzate nella loro potente singolarità.
A Firenze viene proposto lo stesso accoppiamento fatto da Warlikowski, ma, in una coproduzione con il Tiroler Festspiele Erl, si affida la regia dello spettacolo a Claus Guth e alla sua fedele Dramaturgin Yvonne Gebauer. I due legano ancora più indissolubilmente la trama delle due opere.
Il castello del duca Barbablù inizia con i due protagonisti di fronte al sipario blu reduci dalla festa di nozze. Barbablù tenta di mettere in guardia Judit su ciò che la aspetta; lei è ubriaca di felicità e nonostante ci sia una donna con una valigia a osservarla angosciata al lato opposto del proscenio, non si fa problemi a varcare il sipario ed entrare quindi nel mondo del novello sposo. Judit percorre uno spazio totalmente buio e la sua promessa di fare entrare la luce nella nuova casa trova compimento a ogni apertura di porta: ognuno di questi momenti è caratterizzato dall’apparire di una parete o di un altro elemento di arredo che vanno via via a comporre un interno borghese sempre più angosciante e claustrofobico. Il luogo si scopre popolato di figure femminili che i due protagonisti sembrano quasi non vedere, delle specie di bambole infelici che desiderano la libertà: riappariranno solo nel finale, quando Judit apre la vera unica porta da cui escono loro, le tre mogli di Barbablù. Judit stessa si veste come loro con un abito rosa, quasi una novella Barbie moglie perfetta, e diventa un nuovo spirito della casa-prigione. Arriva così ad arrendersi dopo aver letteralmente lottato per tutta l’opera contro il marito che cede alle sue richieste con apparente facilità e un velo di tristezza: la resa di Judit è il risultato del viaggio compiuto per scoprire che in fondo si è autocondannata da sola a essere uno dei segreti inconfessabili di Barbablù.
Dopo un intervallo, lo spettacolo sembra reiniziare con la stessa scena rafforzata dal fatto che prima di La voix humaine si esegue il terzo movimento del Concerto per orchestra di Bartók che riprende tanti motivi usati nel Barbablù. Stavolta però seguiamo la donna in impermeabile e occhiali da sole che ha visto la coppia svanire dentro il castello. Elle finisce in un hotel dove effettua varie chiamate sempre più deliranti al suo amato in una estetica che strizza l’occhio al mondo del cabaret francese. Tutto cambia quando confessa che sta mentendo, mentre cercava di costruire una apparente realtà in cui deve dimostrare di stare bene. Una volta indossato un bellissimo vestito da cocktail fucsia, la vediamo uscire e quasi vagare tra i telefoni fino a raggiungere la casa di Barbablù: qui dopo aver ballato con lui canterà tutta la sua disperazione come se fosse pronta a spararsi col revolver che portava nella borsetta, per poi cambiare idea alla fine e sparare al suo amante di un tempo, quasi una vendetta anche per quelle donne ormai annullatesi nel matrimonio.
Guth firma uno spettacolo magistrale, tecnicamente perfetto, dove anche la riscrittura si adatta alla perfezione col contesto originale in particolare dell’opera di Poulenc, quella evidentemente più stravolta da questa operazione. Infatti c’è un’unica critica che si può muovere a Guth: questo dittico funziona bene come spettacolo unitario ma l’impressione è che emerga in modo più potente Barbablù rispetto a una Voix humaine che finisce per sembrare un’appendice della prima opera: nella nuova drammaturgia, infatti, la Voix sta in piedi grazie a quello che abbiamo visto prima e non potrebbe funzionare come spettacolo singolo, al contrario di Barbablù che potrebbe reggersi anche da solo. Un mero vizio di forma in uno spettacolo comunque da incorniciare.
Sul podio troviamo Martin Rajna, che già ha diretto questa produzione al debutto a Erl la scorsa estate. Predilige dei tempi rapidi in entrambe le opere, ma cerca comunque di adattarsi sempre alle esigenze dei cantanti attraverso dinamiche ben calcolate per fare emergere le voci. In Barbablù vengono messi in evidenza i tratti melodici della partitura ma i vari temi sono come scomposti e analizzati attraverso una lente di ingrandimento: nessun compiacimento o sensualità, ma sonorità quasi aguzze, cristalline e sempre più inquietanti. L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino lo segue nonostante qualche imprecisione, ma è in Poulenc che compagine e direttore danno il loro meglio. Rajna, infatti, diventa qui davvero incalzante anche a livello teatrale tra la ricerca di sonorità quasi da chanson francese e i crescendo dei tempi di valzer resi sempre in modo vorticoso come se fossimo in un locale parigino, siglando così un vero e proprio successo.
Gli interpreti si confermano tutti di ottimo livello. Florian Boesch interpreta un Barbablù sfaccettato, grazie a uno strumento cangiante in cui i gravi risuonano senza essere cavernosi e il timbro si schiarisce andando verso la zona acuta. Il suo è un personaggio consapevole ma quasi compassionevole, assolutamente non monolitico, tanto che alla fine la descrizione delle mogli è piena di affetto e devozione.
Christel Loetzsch interpreta Judit con una prova in crescendo: il mezzosoprano parte infatti quasi affaticata nei momenti più concitati e con qualche nota non ben appoggiata, per poi attaccare le note con sempre maggiore sicurezza e impeto, grazie anche a un fraseggio assai sfaccettato e ben curato. La voce non sarà omogenea e vellutata, ma viene sfruttata appunto in ogni sua componente drammatica e l’acuto della quinta porta è lì presente, bene a fuoco, anche se un poco corto.
Anna Caterina Antonacci dimostra ancora una volta di essere all’altezza di sé stessa, dato che ha affrontato il personaggio di Elle così tante volte da averlo sviscerato in ogni suo anfratto. Eppure, ogni volta che ci torna sopra, dimostra che c’è qualcosa di questa donna che non sappiamo e le frasi mutano e acquistano diverso significato con il tempo e le produzioni. Sembra partire vocalmente quasi di rimessa nelle prima frasi che tendono a un declamato quasi parlato, per poi acquistare corpo e incisività durante l’atto fino a un finale intensissimo con quel timbro personalissimo da vera tragedienne e un fraseggio così scavato e meditato da lasciare sbalorditi.
Alla seconda recita, pubblico piuttosto folto, ma confinato alla sola platea, che tuttavia dimostra di apprezzare assai entrambe le opere, tributando applausi convintissimi a tutti gli interpreti e al direttore. 




Teatro del Maggio – Stagione 2026
IL CASTELLO DEL DUCA BARBABLÙ
(A Kékszakállú herceg vára)
Opera in un atto su libretto di Béla Balázs
Musica di Béla Bartók
Il duca Barbablù Florian Boesch
Judit Christel Loetzsch
Il bardo Gergő Kaszás
LA VOIX HUMAINE
Tragédie lyrique in un atto di Jean Cocteau
Musica di Francis Poulenc
Elle Anna Caterina Antonacci
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Martin Rajna
Regia Claus Guth
Scene Monika Pormale
Costumi Anna Sofia Tuma
Luci Michael Bauer
Drammaturgia Yvonne Gabauer
Nuovo allestimento in coproduzione con Tiroler Festspiele Erl
Firenze, 18 marzo 2026

