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Firenze, Teatro del Maggio – Giulio Cesare in Egitto

La regia d’opera è una cosa seria: non basta un’idea carina per costruire uno spettacolo convincente. Un regista deve saper tramutare quell’idea in gesto e immagini e, soprattutto, nei casi di riscritture drammaturgiche, serve la capacità di un Dramaturg per far combaciare bene i pezzi e scrivere così uno spettacolo almeno coerente.

Di tutto questo non c’è assolutamente traccia nel Giulio Cesare in Egitto di Händel che chiude la parte operistica dell’88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino. A differenza di The Death of Klinghoffer e Un ballo in maschera, questo ultimo titolo viene presentato in un allestimento nato a Monte-Carlo nel 2024 (e qui recensito) con Cecilia Bartoli e Carlo Vistoli, approdato anche a Zurigo nei mesi scorsi con un cast quasi immutato. A Firenze lo spettacolo resta lo stesso ma cambiano praticamente tutti gli interpreti: forse a causa di ciò o di altri fattori – come la quantità di prove o una ripresa fatta in modo non troppo accurato – l’impressione complessiva è sensibilmente diversa rispetto a quella suscitata nelle precedenti rappresentazioni.

L’idea di ambientare le ingarbugliate trame dell’opera a bordo di un piroscafo, come in un romanzo di Agatha Christie in stile Assassinio sul Nilo, sarebbe sulla carta stuzzicante e potrebbe portare anche a una rilettura drammaturgica interessante se solo fosse sviluppata. L’idea infatti si coglie nelle prime scene, ma rimane lettera morta nel corso delle restanti tre ore di arie händeliane. Non basta un filmatino in stile cinema muto, proiettato dopo gli applausi, a salvare uno spettacolo privo di una vera ossatura drammaturgica. Non si capisce ad esempio chi siano Cesare, Tolomeo e Cleopatra in questa nuova veste: non basta affermare che siano semplici passeggeri del piroscafo che solca il Nilo, perché così si perde tutta la struttura di rapporti di potere che regge quest’opera.

I personaggi, delineati in modo piuttosto macchiettistico e privi di un qualunque spessore psicologico o di una vera evoluzione, sembrano quindi muoversi a caso come se lo spettacolo fosse stato montato un po’ a braccio, senza attenzione alla coerenza generale. A parte qualche guizzo qua e là, in scena si assiste a una serie ripetuta di gag di dubbio gusto degne di un cinepanettone natalizio, alternate ad arie statiche come in una regia di tradizione con poche idee e tanta decorazione. Qui infatti la scenografia è costituita dai due ponti della nave, trasformati di volta in volta per simulare i diversi ambienti, mentre il fondale è un enorme schermo su cui scorrono le consuete proiezioni piuttosto noiose a cui ci ha abituati D-Wok nel corso degli anni. Risultano almeno godibili gli abiti anni Venti di Mariana Fracasso e le luci di Antonio Castro in uno spettacolo altrimenti assai dimenticabile.

Dal punto di vista musicale, Gianluca Capuano guida con mano sicura un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino non certo abituata a questo repertorio, ma che fa del suo meglio per uscirne con onore. La sala grande del teatro non rende pienamente giustizia al lavoro del direttore, ma si apprezzano i tempi incalzanti, il fraseggio orchestrale fatto di piani trasparenti solcati poi da folgori improvvise in una direzione che rende pienamente giustizia alla partitura anche quando si avventura in variazioni orchestrali, talvolta discutibili, nei da capo delle arie. Ottimo poi è il dialogo con i cantanti, che risultano sempre ben sostenuti e a loro agio nelle agogiche.

Tuttavia, è proprio il cast a deludere parzialmente le aspettative, risultando meno incisivo di quanto ci si potesse attendere. Raffaele Pe è ormai un Giulio Cesare collaudato e lo attesta la disinvoltura con cui affronta il ruolo sia dal punto di vista vocale che scenico, imponendosi come il vero mattatore dello spettacolo. La voce ha perso un po’ di smalto e il timbro risulta meno gradevole all’ascolto, ma l’interprete è ancora presente con il suo magnetismo da pop star che ben si irradia in pezzi come “Se in fiorito ameno prato”, trasformata in una vera esibizione da divo in duetto con il violino sul palco.

Il magnetismo non manca nemmeno a Mariangela Sicilia, ma stavolta, a differenza dell’Alcina romana dello scorso anno, sembra che l’appuntamento con il ruolo di Cleopatra sia arrivato troppo tardi e con una regia che non la valorizza pienamente. Il soprano appare infatti in difficoltà nell’aderire allo stile händeliano: le agilità risultano caute, le colorature un po’ piatte e, in generale, mancano quella freschezza e disinvoltura vocale che solitamente contraddistinguono il personaggio. Sicilia si dimostra la grande cantante che è laddove i tempi si dilatano e il fraseggio si fa ricercato, così che la voce diventa perfetta cassa di risonanza emotiva, regalando una serie di momenti musicali memorabili.

Nicolò Balducci disegna un Sesto semplicemente perfetto per vocalità e interpretazione, dimostrandosi a suo agio sia nei momenti concitati sia in quelli più distesi. È inoltre pienamente calato nel ruolo, tanto da apparire l’unico personaggio che davvero si evolve nel corso dell’opera.

Fleur Barron è una Cornelia vocalmente corretta, ma le manca un po’ di statura interpretativa per essere una autorevole moglie di Pompeo, finendo per restare in secondo piano rispetto ai colleghi. Anche Filippo Mineccia non spicca come Tolomeo: vocalmente risulta poco incisivo, mentre scenicamente la regia lo tratteggia come il personaggio più stereotipato. Valerio Morelli disegna un Achilla convincente che sa ben cesellare le sue arie.

Completano ottimamente il cast l’ammaliante Curio di Davide Sodini e l’inedito Nireno in vesti femminili di Janetka Hoşko. Precisi e ben curati risultano infine gli interventi del Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato da Lorenzo Fratini.

Alla recita tardo pomeridiana della prima rappresentazione fiorentina di quest’opera, il folto pubblico si dimostra attento e partecipe, tributando applausi a scena aperta ogni volta che se ne presenta l’occasione. Alla fine grande successo per tutti, con punte di entusiasmo per Balducci, Sicilia, Pe e Capuano.

88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino
GIULIO CESARE IN EGITTO
Opera in tre atti
Libretto di Nicola Francesco Haym
da Giacomo Francesco Bussani,
Musica di Georg Friedrich Händel

Giulio Cesare Raffaele Pe
Cleopatra Mariangela Sicilia
Cornelia Fleur Barron
Sesto Pompeo Nicolò Balducci
Tolomeo Filippo Mineccia
Achilla Valerio Morelli
Curio Davide Sodini
Nireno Janetka Hoşko

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Gianluca Capuano
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-Wok

Allestimento del’Opéra di Monte-Carlo
Firenze, 14 giugno 2026

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