Il Festival 2026 dell’Opéra National de Lyon, “Parier sur la beauté” (scommettere sulla bellezza) propone due titoli contrastanti e di grande rilievo tematico: Billy Budd e Manon Lescaut. Il primo è uno dei massimi capolavori non solo di Benjamin Britten, ma di tutto il Novecento lirico. Sebbene non si possa definire “fuori repertorio”, non è certo un titolo che si incontra spesso nei cartelloni (quanti teatri importanti, non solo in Italia, non l’hanno mai messo in scena?). Eppure, a ogni nuovo ascolto o visione, quest’opera riesce sempre a turbare e far riflettere. È la prova dell’eternità/contemporaneità (non sono termini che si escludono a vicenda) del racconto di Melville, trasposto in un libretto magistrale firmato da Eric Crozier e E.M. Forster.
La lotta del male (Claggart) contro la bontà, la bellezza e l’innocenza (Billy), sotto lo sguardo di chi deve decidere se punire un delitto contro l’autorità (il capitano Vere), si sviluppa in un crescendo continuo, davvero mozzafiato, che culmina nella “preghiera” (se così vogliamo chiamarla) di Billy, per poi restituire la parola — come nel prologo — al vecchio Vere, il quale lascia senza una risposta definitiva la questione della propria responsabilità e delle leggi che giustificavano la sua decisione: “Potevo salvarlo…”.
Un’opera tutta al maschile che può — e deve — risultare a tratti claustrofobica (si ricordi il bel film di Peter Ustinov del 1962, di due anni precedente alla versione definitiva in due atti, di durata pressoché identica, oggi stabilmente in repertorio e adottata anche in questa occasione). Tale dimensione è ricreata genialmente dalla regia di Richard Brunel, sovrintendente e direttore artistico del teatro, su scene di Stephan Zimmerli che evocano con pochi elementi la nave su un fondale marino. Molto efficaci anche i costumi di Bruno de Lavanère e le luci, davvero notevoli, di Laurent Castaingt, che fanno molto di più che illuminare semplicemente la scena. I rapporti tra i personaggi e le loro reazioni sono delineati con sufficiente tensione e senza eccessi, in particolare il conflitto fra Claggart e Billy, nascosto dal primo e ignorato dal secondo. Tutti gli artisti coinvolti — coro e figuranti compresi — danno il massimo, con risultati complessivamente eccellenti.
L’aspetto musicale non è da meno. Il giovane e valente maestro Finnegan Downie Dear concerta benissimo una partitura complessa, senza mai perdere di vista il palcoscenico, a parte un breve momento di squilibrio con sonorità leggermente invasive. L’orchestra è semplicemente straordinaria, al pari del coro, istruito da Benedict Kearns, e del coro di voci bianche preparato da Clément Brun.
Paul Appleby è un ottimo Vere, tormentato dal senso del dovere (i tre figuranti-ammiragli che non lo lasciano in pace finché non si piega costituiscono una trovata interessante, anche se in qualche momento possono risultare alquanto ingombranti), e vocalmente ineccepibile. Billy è il bravo Sean Michael Plumb, veramente disinvolto ed energico anche quando gli tocca tartagliare: forse non raggiunge il portentoso ritratto offerto da Simon Keenlyside, ma questo non sminuisce in alcun modo il suo lavoro.
Poiché il male è sempre più “affascinante” del bene, si comprende come Claggart sia un ruolo particolarmente ambito da bassi e bassi-baritoni di mezzi importanti e grande personalità: qui è il caso di Derek Welton, forse meno sinistro di un John Tomlinson, ma dotato di un materiale vocale di tutto rispetto (peccato che la scena della morte sia il momento meno riuscito dello spettacolo). Del resto, ogni volta che Britten evoca il Grande Inquisitore verdiano, l’effetto è comunque da brivido, indipendentemente dall’interprete.
Tutti gli altri ufficiali e marinai sono notevoli: ricordo il Dansker di Scott Wilde, il Flint di Rafal Pawnuk e il novizio di William Morgan.
Teatro pieno zeppo con tanti giovani (magari Monsieur Chalamet potrebbe passare da Lione prima di aprire bocca) e successo strepitoso alla fine, preceduto da un silenzio prezioso durante la recita. 




Lione, 23 marzo 2026
Foto di copertina: Jean Louis Fernandez

