Chiudi

Cremona, Monteverdi Festival 2026 – Dowland 400: recital di Ian Bostridge

Sunt lacrimae rerum. Ci sono lacrime nelle cose, scrive Virgilio. E poche poetiche musicali hanno saputo incarnare questa verità con la stessa intensità di John Dowland, il compositore che fece delle lacrime non soltanto un tema, ma una vera e propria cifra espressiva. Lacrime d’amore e di abbandono, di malinconia e di contemplazione, ma anche di gioia, come egli stesso ricordava nella dedica delle sue Lachrymae: perché non si piange soltanto per il dolore. Talvolta si piange per la felicità. È dentro questo universo affettivo, sospeso fra ombra e luce, che Ian Bostridge ha accompagnato il pubblico del Festival Monteverdi di Cremona in una serata di rara bellezza, costruita come una pittura sonora capace di evocare un mondo perduto e, nello stesso tempo, di parlare con sorprendente immediatezza al nostro presente.

Celebrando il quattrocentesimo anniversario della morte di Dowland, il tenore inglese ha offerto molto più di un recital. Ha restituito vita a una civiltà poetica in cui parola e musica si fondono in un’armonica sintesi. È la lezione che Bostridge porta con sé dalla sua lunghissima frequentazione della liederistica tedesca: il canto nasce dalla parola e alla parola continuamente ritorna. Ogni sillaba trova il proprio peso, ogni inflessione il proprio colore, ogni accento la propria necessità espressiva. Colpisce anzitutto la precisione ritmica, mai esibita come virtuosismo ma sempre posta al servizio del discorso musicale. Colpisce l’attenzione al testo, scandagliato con intelligenza e sensibilità. E colpisce soprattutto la capacità di dosare il peso e il volume del suono con una sapienza quasi cameristica. Nulla è sopra le righe. Tutto è misura, eleganza, 0. Una qualità profondamente british che tuttavia non sfocia mai nel distacco, ma anzi consente alle emozioni di emergere con ancora maggiore evidenza.

«Ho trascorso molto tempo in Italia e ne sono stato profondamente influenzato», ha raccontato Bostridge al pubblico. «E questa sala è meravigliosa». Un omaggio affettuoso che ben si accordava con la natura stessa di Dowland, musicista europeo prima ancora che inglese, viaggiatore fra Venezia, Firenze, Bologna, Parigi e Copenaghen.

Accanto a lui, l’ensemble Fretwork ha costruito un tessuto sonoro di straordinaria morbidezza d’eloquio. Il fraseggio collettivo respirava con naturalezza, senza mai perdere nitidezza. E il liuto  di Kristiina Watt, protagonista discreto ma essenziale, offriva un suono esile e insieme rotondo, quasi la sostanza visiva e auditiva di quelle lacrime che attraversano tutta la musica di Dowland. Le celebri Lachrymae si sono così dispiegate nelle loro molteplici declinazioni: lacrimae verae, amantis, tristescoactae. Un catalogo degli affetti umani che non indulge mai all’enfasi. Anche quando il dolore si fa più intenso, resta sempre filtrato da una prospettiva che ne stempera l’ardore e lo raccoglie in una dimensione interiore. Persino la gioia conserva una sua compostezza, una sorta di elegante contegno.

Indimenticabile il colore cupo e quasi notturno di “In darkness let me dwell”, dove il suono sembrava scavare nelle profondità dell’animo. Di segno opposto, ma non meno intensa, l’assorta sospensione di “Time stands still”, pagina in cui davvero il tempo pare arrestarsi. E ancora la teatralità più scoperta di “If my complaints could passions move”, attraversata da una tensione drammatica che culmina nella domanda bruciante: “Is love my judge, and yet am I condemned?”. Quasi una eco della poetica shakespeariana.

Al termine, il bis ha aperto una finestra inattesa sul Novecento inglese: “Down by the Salley Gardens”, nella versione di Benjamin Britten dal poema di Yeats. Un ponte gettato attraverso i secoli, da Dowland alla modernità, che confermava la sostanziale continuità di una tradizione fondata sull’ascolto della parola e sulla capacità della musica di custodire la memoria delle emozioni.
E allora tornano alla mente le parole di Virgilio. Sunt lacrimae rerum. Ci sono lacrime nelle cose. E forse la grandezza di una serata come questa è stata proprio quella di mostrarci come quelle lacrime, quattro secoli dopo Dowland, continuino ancora a parlare al nostro cuore.

Monteverdi Festival 2026
DOWLAND 400
Musiche di John Dowland

Ian Bostridge, tenore
Kristiina Watt, liuto

Fretwork:
Emilia Benjamin, Jonathan Rees, Joanna Levine,
Sam Stadlen, Richard Boothby, viole

Cremona, Auditorium Arvedi, 11 giugno 2026

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino