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Como, Teatro Sociale – Turandot

Due importanti anniversari per l’inaugurazione della Stagione 2026/2027 del Teatro Sociale di Como. Dedicato principalmente alla scienza, il cartellone lariano – dal titolo VOLT. Non esiste progresso senza curiosità – vuole omaggiare, quest’anno, il bicentenario della scomparsa di uno dei cittadini comaschi più illustri e conosciuti al mondo, il fisico e chimico Alessandro Volta, morto il 5 marzo 1827. Per l’occasione viene proposta, nella serata d’apertura, un’opera che, lo scorso 25 aprile, ha (metaforicamente) spento cento candeline: Turandot. Come già nella prima recita del 1926, che vide Arturo Toscanini sul podio del Teatro alla Scala, anche a Como si è optato per terminare con la morte di Liù.

Dopo Madama Butterfly e Rigoletto, torna a dirigere a Como Alessandro D’Agostini, alla guida di un’Orchestra I Pomeriggi Musicali precisa e compatta. La gestualità decisa e scattante asseconda una lettura agile e fluida, dall’agogica perlopiù incalzante, dosando sapientemente i volumi e ottenendo dalla compagine orchestrale un suono sostanzioso ma, al contempo, morbido e terso, mai tronfio o soverchiante rispetto al palcoscenico. Con gusto e intelligenza, D’Agostini lavora di bulino, estrapolando dalla partitura trasparenze, sfumature, sonorità limpide e rarefatte, restituendo così agli ascoltatori un Puccini sì tagliente e incisivo (per esempio nell’incipit) ma, nello stesso tempo, smussato e sinuoso.

Di livello il cast scritturato. Al debutto nel ruolo del titolo, Caterina Meldolesi esibisce una vocalità tornita, malleabile e omogenea, vellutata nel registro grave, pastosa nei medi e penetrante in acuto. Portamento scultoreo e fiero, dizione nitida, la sua è una principessa lunare ed enigmatica, a metà tra figura umana e creatura demoniaca. L’aria “In questa reggia” e la scena seguente “Straniero, ascolta!” sono risolte con estrema sicurezza, immedesimazione nel personaggio e un fraseggiare intenso.

Accanto a lei, Roberto Aronica è un Calaf dallo strumento vocale saldo e robusto, a tratti stentoreo nell’emissione, svettante, sufficientemente corposo e quasi sempre centrato nelle note alte. Il tenore delinea un principe ignoto monolitico e vigoroso; l’attesa romanza “Nessun dorma” è affrontata con piglio enfatico. Il soprano sudcoreano Songha Lee impersona una Liù risoluta e determinata, in possesso di una voce ricca di armonici, luminosa e sonora, solida nella tenuta dei fiati e cristallina nei pianissimi. Commovente la resa della romanza del I atto “Signore, ascolta!” e, soprattutto, dell’aria “Tanto amore, segreto e inconfessato […] Tu che di gel sei cinta”.

Nel complesso tonante il Timur del basso cinese Baopeng Wang. Affiatati, espressivi e convincenti i tre ministri, mai petulanti o sopra le righe: Paolo Ingrasciotta, Ping camaleontico dovizioso di accenti nel fraseggio, curato nella linea di canto e musicale; Giulio Putrino, Pang dalla vocalità argentina e adamantina; Giacomo Leone, Pong scenicamente graffiante e vocalmente energico. Ieratico Gerardo Dell’Affetto, Altoum dalla voce chiara; corretti Francesco La Gattuta (Un Mandarino), Chiara Ciurlia (Prima ancella), Laura Dacomo (Seconda ancella).
Efficaci, dinamici e ben definiti gli interventi del Coro OperaLombardia, diretto con passione da Riccardo Bianchi; liliali e limpidi i contributi del Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, guidato con affettuosa premura da Davide Dell’Oca.

Lo spettacolo è affidato al team creativo vincitore della terza edizione del bando per la selezione di un progetto di regia indetto da OperaLombardia e riservato ad artisti under35. Nadir Dal Grande, responsabile di regia, scene e costumi, concepisce un allestimento a metà tra sogno e incubo, ambientato in una Pechino tetra, apocalittica e spettrale, una Cina desolata e al collasso. La scena, abbastanza spoglia e dominata da colori cupi, vede ai lati scabre pareti spezzate, alle quali si aggiungono via via sparuti elementi: un enorme e inquietante viso bianco che cala dal cielo, personificazione dell’idolo della Luna e di Turandot; una costellazione di pallide teste mozzate; l’alto scranno dell’imperatore. Tutto è pervaso e ammorbato da una viscida e vischiosa sostanza nera lucida, estensione della principessa di morte e del suo desiderio di vendetta.

Nell’ottica di Dal Grande, il popolo di Pechino è visto come una massa superstiziosa, malata e assoggettata a Turandot, simile a un gruppo di morti viventi che si muove a ranghi serrati. In un mondo così in rovina, Calaf, Liù e Timur rappresentano tre outsider, tre sopravvissuti alla violenza e alle ingiustizie che, però, a differenza del coro, non odiano, non sono assetati di sangue. La dolce schiava, affiancata da una Liù bambina (Nora Marranchelli) che appare come un’innocente visione sacra, è la prescelta per spezzare la catena di morte voluta dalla protagonista: con il suo sacrificio, dalla contaminazione nera spunteranno candidi fiori bianchi, in un trionfo dell’alba sulla notte. Lo spettacolo si avvale di costumi atemporali e di varia foggia, giocati prettamente sulle cromie del nero, del grigio e del bianco (fa eccezione l’abito blu di Calaf), del sapiente gioco di luci algide e acuminate di Jenny Cappelloni, e della presenza di figuranti (Diego Lama e Andrea Zueneli) nei panni di due minacciosi boia. Nel complesso, quella di Nadir Dal Grande è una Turandot convincente e con idee interessanti, ben sviluppate nell’arco della rappresentazione, coronata da un finale suggestivo (che, però, non sveleremo).

Teatro esaurito e, al termine, accoglienza vibrante e calorosa, con manifestazioni di entusiasmo per Lee, Meldolesi, D’Agostini e Aronica. La serata inaugurale ha visto – come da prassi delle prime lariane – lo sfoggio di un’eleganza sobria e ricercata (con un profluvio di abiti da sera, smoking e accessori in seta di Como), la presenza del red carpet e di maschere in livrea viola e oro e, nella sala teatrale, di sontuosi mazzi di gigli bianchi dal profumo avvolgente e intenso. Folto parterre de roi (tra gli ospiti, oltre ad autorità civili della città, la costumista Franca Squarciapino). L’evento è stato, altresì, l’occasione per ammirare il foyer restaurato e tirato a lucido, con boiserie e porte beige e le pareti color verde tenue (tinta originaria di quando il Sociale venne fondato), nonché per usufruire del nuovo ledwall per i sopratitoli.

Lo spettacolo, una coproduzione tra i Teatri di OperaLombardia, il Teatro del Giglio di Lucca (dove ha debuttato ad aprile) e la Fondazione Teatro “Carlo Coccia” di Novara, approderà prossimamente a Cremona (2 e 4 ottobre), Pavia (9 e 11 ottobre), Brescia (16 e 18 ottobre), Novara (23 e 25 ottobre) e Bergamo (8 e 10 gennaio 2027).

Teatro Sociale – Stagione 2026/27
TURANDOT
Opera in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
dall’omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Caterina Meldolesi
Altoum Gerardo Dell’Affetto
Timur Baopeng Wang
Calaf Roberto Aronica
Liù Songha Lee
Ping Paolo Ingrasciotta
Pang Giulio Putrino
Pong Giacomo Leone
Un Mandarino Francesco La Gattuta
Il Principe di Persia Marco Tomasoni
Prima ancella Chiara Ciurlia
Seconda ancella Laura Dacomo

Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Como
Direttore Alessandro D’Agostini
Maestro del coro Riccardo Bianchi
Maestro del Coro delle voci bianche Davide Dell’Oca
Regia, scene e costumi Nadir Dal Grande
Luci Jenny Cappelloni
Assistente costumi Federica Miani

Nuovo allestimento in occasione del centenario
della prima rappresentazione dell’opera
Coproduzione Teatri di OperaLombardia,
Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca,
Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara
Como, 24 settembre 2026

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