Cinque debutti, tra ruoli principali e podio, per il ritorno di Aida al Teatro Verdi di Busseto: Federica Vitali affronta per la prima volta la principessa etiope, Vincenzo Costanzo Radamès, Teresa Iervolino Amneris e Hae Kang Amonasro, mentre Giuseppe Mengoli dirige per la prima volta il capolavoro verdiano. Una circostanza che sembra riportare l’ormai classico allestimento firmato da Franco Zeffirelli nel 2001, qui ripreso da Stefano Trespidi, allo spirito della sua nascita. Anche allora il regista volle interpreti giovani e nuovi ai rispettivi personaggi, capaci di restituire prima di tutto la fragilità di uomini e donne «disperati d’amore».
A venticinque anni di distanza, la regia conserva un innegabile fascino, forse perché nacque per questo singolarissimo spazio e proprio qui trova la sua più piena e coerente restituzione. Comprimere l’opera dei trionfi e dei trofei nel minuscolo palcoscenico bussetano poteva sembrare una provocazione; significava invece portarne alla luce la natura più intima. Perché Aida è sì spettacolo, ma è soprattutto storia di sofferenze d’amore: quella della schiava sconfitta che nell’amore cerca riscatto; quella di Radamès, che per amore tradisce; soprattutto quella di Amneris, condannata a scoprire che il potere può darle tutto tranne ciò che davvero desidera. Contribuiscono alla riuscita dell’insieme le luci calde di Andrea Borelli e le coreografie orientaleggianti di Luc Bouy, riprese da Gaetano Bouy Petrosino. Il piccolo teatro diventa così una lente d’ingrandimento: scene e costumi (di Anna Anni questi ultimi, ripresi da Lorena Marin) conservano la sontuosità pittorica zeffirelliana, ma ogni sguardo e ogni gesto acquistano un’evidenza che nei grandi spazi facilmente si perde. Persino il Trionfo, miniaturizzato senza essere impoverito, sembra ricondotto alle proporzioni degli uomini che ne vengono travolti.
A questa dimensione risponde, per altra via, Giuseppe Mengoli, che tesse la trama di un Preludio di notevole finezza nel fraseggio e nel respiro. La sua è una lettura eminentemente sinfonica, attenta alla scrittura e agli impasti timbrici. La Filarmonica Arturo Toscanini si fa materia viva del dramma: vaporosa e fluttuante, oppure vigorosa, nervosa nel fremere del disegno ritmico, densa di umori nell’ampiezza della tavolozza cromatica. Bellissima la pittura quasi impressionista dell’inizio del terzo atto; riusciti la sottile inquietudine del confronto di Aida con Amonasro, il fluttuare dell’erotismo esotico nel duetto con Radamès, il fremere dello sdegno nella scena di Amneris. Non sempre il coordinamento fra buca e palcoscenico è perfettamente a fuoco, ma la lettura resta incisiva, personale e originale.
Federica Vitali è un’Aida dalla voce importante, di lirico pieno: il volume è generoso e il fraseggio intelligente. La sua principessa etiope – pur conservando la fierezza del rango – è tuttavia più compiutamente risolta sul versante patetico nei pianissimi, nelle modulazioni, nelle sfumature. Il vertice arriva con “O cieli azzurri”, di intensa emotività: un canto malinconico che diventa il ricamo di un cuore dolente. Anche la scena finale risulta molto ben cantata, in uno slancio di commovente partecipazione.
Vincenzo Costanzo, annunciato indisposto, porta a termine la recita con ammirevole determinazione. Il suo Radamès è giovane e palpitante, sostenuto da una voce brunita e morbida, generosa negli slanci passionali come negli affettuosi ripiegamenti. “Celeste Aida” rivela subito la volontà di cercare l’innamorato dietro il guerriero. Nel terzo e quarto atto l’indisposizione crea qualche piccolo problema, ma il tenore conduce con professionalità la recita alla conclusione e il pubblico gli tributa affettuosi applausi.
La vera rivelazione della serata è però Teresa Iervolino. Rossiniana di vaglia e fine barocchista, affronta Amneris con straordinaria intelligenza interpretativa e una voce dal bellissimo colore scuro. Insinuante e sospettosa all’inizio, furente e altera nel confronto con Aida, disperata davanti a Radamès, costruisce con sottigliezza la parabola del personaggio forse più tormentato e umano dell’opera. Amneris possiede rango, libertà e potere, ma proprio esercitando quel potere perde ciò che più desidera; e sarà l’unica a sopravvivere abbastanza da comprenderne fino in fondo il prezzo.
Solido l’Amonasro di Hae Kang, efficace anche nel fraseggio; voce scura e accento imperioso per il Ramfis di Alberto Comes, più chiaro nel colore – ma altrettanto incisivo come interprete – il Re di Adriano Gramigni. Bravo anche Francesco Congiu quale Messaggero, così come Nicoletta Briguglio come sacerdotessa. Molto bene ha fatto il Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani. Caloroso il successo da parte di un pubblico internazionale. 




Festival Verdi 2026
AIDA
Opera in quattro atti di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi
Aida Federica Vitali
Radamès Vincenzo Costanzo
Amneris Teresa Iervolino
Amonasro Hae Kang
Ramfis Alberto Comes
Il Re Adriano Gramigni
Un Messaggero Francesco Congiu
Una Sacerdotessa Nicoletta Briguglio
Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Giuseppe Mengoli
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Franco Zeffirelli
Ripresa della regia Stefano Trespidi
Luci Andrea Borelli
Coreografie Luc Bouy
Ripresa delle coreografie Gaetano Bouy Petrosino
Costumi Anna Anni
Ripresa costumi Lorena Marin
Busseto, Teatro Giuseppe Verdi, 2 ottobre 2026

